Presentazione di “Io sono un operaio. Memoria di un maestro d’ascia diventato sindacalista” di Dino Grassi – Venerdì 19 Luglio ore 21 al Parco comunale di Bottagna
15 Luglio 2024 – 22:56

Presentazione di
“Io sono un operaio. Memoria di un maestro d’ascia diventato sindacalista” di Dino Grassi
Venerdì 19 Luglio ore 21
Parco comunale di Bottagna
Il libro di Dino Grassi “Io sono un operaio. Memoria di un maestro d’ascia …

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Libia,abbiamo la classe politica all’altezza della sfida?

a cura di in data 25 Febbraio 2015 – 09:11

Primocanale, 21 febbraio 2015 – Ho partecipato, fin dallo scoppio della rivolta contro Gheddafi, e poi dopo la sua caduta, all’unica esperienza della cooperazione italiana in Libia in quel periodo. Con l’associazione Funzionari senza Frontiere, che presiedo, e altre Ong e associazioni operammo nei centri ortopedici per curare i pazienti feriti di guerra, soprattutto vittime di amputazioni e bisognosi di protesi. Noi volevamo restare per impegnarci nel sostegno al decentramento amministrativo e all’autogoverno locale, che è la nostra “missione”: ma ci trovammo completamente soli, e dovemmo rinunciare. Il Governo italiano si preoccupò solo di difendere gli interessi economici dell’Eni e delle nostre imprese, e non di sostenere la costruzione dello Stato di diritto e della società civile. Eppure, dicono gli studi, è il sostegno alle strutture istituzionali e sociali, ai Comuni, ai corpi intermedi, che riduce la possibilità del riaccendersi dei conflitti di 4/5.

Non dobbiamo avere nessun rimpianto dell’epoca in cui trafficavamo con un dittatore rimasto al potere per più di quarant’anni, che la maggioranza dei libici non sopportava e la cui caduta era inevitabile. Ma dobbiamo ammettere che l’intervento militare del 2011, voluto soprattutto da Sarkozy, si è tradotto in un disastro. Anche per la logica che gli stava dietro: “Battezziamoli democratici e che se la spiccino loro, purché ci liberino l’accesso alle loro risorse”. Ora, dopo quattro anni di indifferenza, un nuovo intervento armato sarebbe un altro disastro, aprirebbe la strada a una guerra sanguinosa e alimenterebbe ancora di più il terrorismo. Per fortuna Usa, Francia, Italia, Spagna, Germania e Gran Bretagna vogliono giocare la carta della diplomazia e parlano di “impellente necessità di una soluzione politica del conflitto”: “la comunità internazionale è pronta a sostenere pienamente un governo di unità nazionale per affrontare le sfide attuali della Libia”. Giusto: aggiungo che occorre puntare al rafforzamento non solo dell’autorità centrale ma anche delle strutture istituzionali e associative locali.

La posizione occidentale ed europea, fatta propria da Matteo Renzi, ha messo alla berlina le precedenti “sparate” dei Ministri Paolo Gentiloni e Roberta Pinotti: le loro frasi sono state veramente sciocche e sbagliate. Quella della Pinotti sui “5.000 uomini” non ha alcun senso: che farebbero mai? Anche il paragone con la missione Unifil in Libano non c’entra nulla: si tratta di un contingente inviato d’intesa con i due Stati allora belligeranti, Israele e Libano. In Libia, invece, accordi non ce n’è, ci sono due o tre governi, decine se non centinaia di piccole “repubbliche”, prodotte dall’assetto tribale della società, che si contendono il loro piccolo territorio e il denaro che esce dal petrolio… Forze che vanno disarmate, così come vanno smantellate le mafie dei trafficanti di morte che si arricchiscono con i migranti. Obbiettivi possibili solo con un lavoro di negoziato e di costruzione di un accordo tra le fazioni, cioè con quella soluzione politica di cui ha sempre parlato, inascoltato, Romano Prodi. Insomma, devono tornare la politica e la strategia, che sono totalmente mancate nell’affrontare la questione Libia in questi anni. Politica e strategia che devono puntare al rafforzamento sia dello Stato che della società civile. Quel che serve è un “national building” libico: all’Occidente tocca un cambio radicale di rotta, per sostenere la riconciliazione e la ricostruzione del Paese. Sbagliare ancora sarebbe catastrofico.

Gentiloni e Pinotti, messi da parte gli avventati propositi bellicosi dei primi giorni, hanno certamente letto le parole di Prodi in un’intervista del 13 novembre 2014: “Un’altra guerra? Con chi? Contro chi? In questi ultimi due decenni abbiamo visto così tante guerre, e non hanno risolto niente! Di fronte all’eventualità di un’altra guerra in Libia, si può ricordare l’assioma ‘sbagliare è umano, perseverare è diabolico!’”. Finiremmo come gli americani in Iraq e i sovietici in Afghanistan, ma in un contesto ancora più confuso, senza i mezzi delle superpotenze, con i nostri pochi carri armati, ma con la stessa carenza di politica e di strategia. L’Isis è un nemico terribile, la dissoluzione della Libia è un dramma e l’inerzia è un pericolo reale: ma ora che abbiamo per fortuna rinunciato all’intervento militare, sappiamo cosa fare? La domanda ne porta con sé un’altra: abbiamo la classe politica all’altezza della sfida?

Giorgio Pagano

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