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Alfredo Angeloni: una voce della memoria dai campi di sterminio

a cura di in data 28 Gennaio 2013 – 10:20Nessun commento

I binari dei “treni della morte” a Auschwitz-Birkenau (2005) (foto Giorgio Pagano)

Città della Spezia – 27 Gennaio 2013 – Oggi è la Giornata della Memoria. A 68 anni dall’abbattimento dei cancelli di Auschwitz ricordiamo la Shoah, le leggi razziali del fascismo e la persecuzione italiana degli ebrei, gli italiani -ebrei, oppositori politici, disabili, rom, omosessuali, testimoni di Geova- che hanno subito la deportazione, la prigionia, la morte nei campi di sterminio nazisti. Ognuno di noi dovrebbe andare in pellegrinaggio nei campi: è il viaggio più importante della vita. Lo hanno fatto, nei giorni scorsi, 130 giovani italiani che hanno partecipato al “Viaggio della Memoria” ad Auschwitz e a Birkenau, il campo collegato. “Non si fa solo scuola in aula con lezioni teoriche -ha detto il Ministro dell’Istruzione Francesco Profumo, che li accompagnava- ma anche andando nei luoghi, parlando con le persone, guardando con i propri occhi”. Ed ha aggiunto: “Nessuno, dopo questo viaggio, è più lo stesso”. Vissi anch’io questa commozione nel 2005 quando visitai i campi, accompagnando gli ex deportati, i familiari delle vittime e gli studenti spezzini, in occasione del 60° anniversario della Liberazione: Bolzano, Mauthausen, Terezin, Auschwitz e Birkenau. E poi quando, nel 2009, visitai Cracovia: la grande piazza dove 70.000 ebrei furono spostati in pochissimo tempo, dal quartiere dove avevano vissuto per 500 anni, fin lì nel Ghetto preparato apposta per loro dai nazisti, vicino allo snodo ferroviario. In attesa di essere deportati, dentro i “treni della morte”, ad Auschwitz e Birkenau. Ne sopravvissero 5.000, oggi in città non ce ne sono più di 200.

Nel viaggio nel 2005 conobbi Alfredo Angeloni, ex deportato, sopravvissuto a Gusen, sottocampo di Mauthausen. Uno dei 585 spezzini deportati nei campi di sterminio, di cui 235 deceduti: sono solo le persone registrate, i numeri sono pertanto sicuramente sottostimati. Alfredo non era più stato in quel luogo, aveva sempre avuto difficoltà a parlare della tragedia sua e dei suoi compagni. Ma l’orrore tornava, e torna ancora, ogni notte, nei sogni. A poco a poco, in quel viaggio, Alfredo si aprì, spinto dalla visione delle baracche e dei forni, e dall’incontro con un altro sopravvissuto di Gusen. La vicinanza al suo dolore è un altro ricordo indelebile di chi partecipò a quel viaggio.
Alfredo, classe 1926, abitante al Favaro e giovane operaio dell’Amga, aderì a una Sap (Squadra di azione patriottica) di Migliarina, che svolgeva azioni propagandistiche e di supporto alle Brigate Garibaldi che operavano in montagna. Era formata da quattro giovani, che portavano in una tipografia alle Pianazze i testi da stampare e poi ritiravano i volantini e i manifesti da distribuire in città e nelle fabbriche. Uno di loro, Vittorio, fu arrestato e, sotto tortura, fece i nomi degli altri tre: Alfredo, Bruno Tartarini e Adriano Rigouard. Il 17 settembre 1944 le brigate nere vennero ad arrestarli nelle loro case. Li portarono alla Flag (a Montepertico) e poi nella caserma del 21° Reggimento Fanteria (oggi vi sorgono le scuole del 2 giugno), dove rimasero, racconta Alfredo, “per 48 giorni di tavolaccio e di interrogatori”. Da lì in camion a San Bartolomeo, e poi in motozattera a Genova, nel carcere di Marassi, sottoposti a nuovi interrogatori e pestaggi delle SS e dei fascisti. Fino alla partenza per Bolzano e poi per Mauthausen: “ci fecero spogliare, ci rasarono la testa e il corpo, poi ci portarono nelle docce all’aperto… era dicembre, faceva molto freddo… cercavamo di scaldarci stando il più possibile vicini… ci diedero del disinfettante, poi qualche indumento, infine ci portarono nel campo di quarantena”. Da Mauthausen Alfredo fu condotto nel sottocampo di Gusen: lavorò per tutta la prigionia in galleria, come meccanico di precisione in una fabbrica di pezzi di ricambio per gli aerei. “Lavoravamo 12 ore al giorno in una settimana e 12 ore di notte nella settimana successiva, a turni… se il lavoro non veniva fatto bene c’erano le camere a gas e i forni… lo sapevamo, li avevamo visti a Mauthausen… tanti di noi furono uccisi… chi non reggeva il lavoro veniva gettato nei forni quando respirava ancora… gli spezzini a Mauthausen erano più di 200, tornammo in 40”. A Gusen i prigionieri erano tutti deportati politici, soprattutto polacchi e russi, con la divisa a righe e il triangolo rosso che contrassegnava, appunto, i “politici”. A ognuno era assegnato un numero, che annullava l’essere umano e costituiva una nuova identità. Mangiavano una sola volta al giorno, poco e male. Alfredo divideva il pane con gli ammalati. Ma una volta un prigioniero gli portò via il pane, lui se lo riprese, i tedeschi se ne accorsero e uccisero il “ladro”. Lui se lo sente quasi sulla coscienza, ma è assurdo: la colpa è tutta di quell’universo concentrazionario dove tutto era ferocemente pianificato per distruggere e sterminare. “I peggiori di tutti -spiega- erano i kapò, i prigionieri criminali a cui i tedeschi assegnavano funzioni di comando nei campi”.

Alfredo Angeloni con Giorgio Pagano, Mauthausen (2005)

Alfredo riuscì a sopravvivere fino alla liberazione di Mauthausen, il 5 maggio del 1945. I nazisti volevano chiudere la galleria e uccidere tutti, ma per fortuna non fecero in tempo. Si ritrovarono i tre spezzini della Sap di Migliarina: Alfredo, Rigouard e Tartarini, e un altro spezzino, Bruno Grisoni. “Pesavamo 38 chili, andammo a Linz strisciando i piedi, per fortuna lì incontrammo un militare spezzino, Tavilla, amico di Grisoni, che ci diede da mangiare e da vestirci”. Poi, tra mille peripezie, Alfredo scappò con Grisoni da un ricovero gestito dagli americani, trovarono accoglienza in una casa di campagna abitata da italiani, e da lì partirono per Milano, Genova e, finalmente, il Favaro. Era il 24 giugno, i genitori e i fratelli credevano che Alfredo fosse morto, così era stato detto loro. Immaginiamo la gioia di quell’incontro insperato. Per un po’ Alfredo si eclissò da tutti, a Migliarina andò una sola volta e fu attorniato da gente che gli chiedeva notizie sugli altri deportati. Non aveva il coraggio di dire che erano tutti morti.
Alfredo tornò all’Amga, si sposò, si fece una famiglia. Da quel viaggio del 2005 è impegnato nella sezione spezzina dell’Aned, l’associazione degli ex deportati, incontra i ragazzi nelle scuole superiori. Li spinge, insieme ai libri di storia, a impegnarsi perché l’orrore non accada mai più.
Ogni volta che sento le sue parole, o quelle di Bianca Mori Paganini, presidente onorario dell’Aned, sopravvissuta nel campo di Ravensbruck, mi interrogo su quanto sia enorme la questione politica e antropologica posta dalla Shoah e dal nazismo. Politica: come può un popolo civilizzato decidere scientemente di eliminarne un altro? Antropologica: come può l’essere umano arrivare a tanto? E capisco il significato della Giornata della Memoria, indetta dall’Unione europea perché celebri la rifondazione dell’Europa. L’unità europea si fonda sui valori della democrazia e della libertà, ed è nata anche dal riesame critico da parte della Germania e dell’Italia delle loro enormi responsabilità per l’estremo orrore del nazismo e del fascismo. Il primo a rivolgersi ai tedeschi perché apprendessero la tragedia di Auschwitz e Birkenau fu, con il suo radiomessaggio dall’America del 14 gennaio 1945, un grande tedesco costretto all’esilio, lo scrittore Thomas Mann. E dopo la guerra l’immagine più alta fu quella di un altro grande tedesco, il cancelliere Willy Brandt, che a Varsavia nel 1970 si piegò in ginocchio dinanzi al monumento delle vittime del Ghetto -lui che aveva combattuto il nazismo- prendendo su di sé la croce del chiedere perdono a nome della Germania. Noi italiani chiudemmo i conti con il nostro passato più buio con la Resistenza e la Costituzione. Non abbiamo ancora, purtroppo, a differenza degli altri grandi Paesi, un Museo della Shoah (previsto a Roma, ancora irrealizzato). Ma un grande italiano, Primo Levi, ha dato al mondo, con “Se questo è un uomo”, la testimonianza più alta e più nobile.
Dobbiamo coltivare queste conquiste, contro ogni regressione. E guardare al presente con coscienza critica, senza pensare di vivere nel migliore e più democratico dei mondi possibili. Non è così. Devono preoccuparci il razzismo, le torture, il bellicismo del mondo di oggi. E anche l’antisemitismo. Gli arresti dei membri di Casa Pound a Napoli hanno rivelato una realtà agghiacciante. Mentre Grillo invita i “camerati” ad entrare nel Movimento 5 Stelle. Ha ragione Carlo Smuraglia, presidente nazionale dell’Anpi: bisogna che le forze di sinistra e democratiche pronuncino di più la parola “antifascismo”.

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