Proiezione del film “La casa sul mare” di Robert Guediguian – Lunedì 23 e Martedì 24 Luglio ore 21.30 al Cinema Astoria di Lerici
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Sergio Fregoso, la fotografia e la vita

a cura di in data 15 aprile 2013 – 09:28Nessun commento

La Spezia, le Pianazze (2012)(foto Giorgio Pagano)

Città della Spezia – 14 Aprile 2013 – “Tutto cominciò per me in un giorno ormai lontano. Non c’era la Tv, non c’erano i computer. La radio non era in tutte le case, così il telefono. Non si stava bene allora. La guerra era vissuta, in piazza Brin, nella solidarietà popolare del quartiere operaio, nelle cantine delle case dove molti di noi hanno trovato rifugio durante i bombardamenti che hanno distrutto più di mezza città. Ho rivisto, non molto tempo fa, nella cantina di Eugenio, il cartello “Gesù mio misericordia”. In quegli anni lontani, don Antonio Mori, parroco di piazza Brin, mettendomi un libro tra le mani, mi offrì la mediazione culturale per farmi sentire parte di una comunità. Mi attiravano le storie dipinte lassù, nella volta della chiesa. Il sole che entrava dai finestroni accendeva gli ori e gli azzurri dell’affresco e seguivo incantato il movimento delle vesti e il disegno delle mani degli angeli e dei profeti. E’ iniziato così il mio viaggio tra le figure”. Con queste parole di Sergio Fregoso si apriva il catalogo della sua mostra “Il fotografo e la città”, organizzata dal Comune nel 2000 alla Palazzina delle Arti. Giustamente, nel decimo anniversario della scomparsa del grande fotografo spezzino, gli Archivi Multimediali del Comune, a lui intitolati, hanno riproposto la mostra, aperta fino al 4 maggio nella sede degli Archivi, il Centro Dialma Ruggiero. La mostra è una sfida contro il luogo comune di Spezia città senza storia e senza identità: scatto dopo scatto, “figura” dopo “figura” i cinquant’anni dell’obiettivo di Sergio sono stati una risposta precisa a questo luogo comune. Se oggi possediamo la memoria della storia e dell’identità della città lo dobbiamo prevalentemente a lui, come dimostrano le fotografie di questa mostra, da quelle di piazza Brin e del quartiere umbertino (per lui un punto di riferimento esistenziale), a quelle della Marina del Canaletto o di Caran, o di quell’ultimo orto di Mazzetta “in vista della città nuova”.

La mostra testimonia che con Sergio Fregoso, dieci anni fa, se ne andò davvero una persona insostituibile. Sergio fu colui che per primo intuì la vitale importanza della conservazione del nostro vissuto di città attraverso la raccolta e la catalogazione del materiale fotografico. Questa intuizione vive nelle sue foto, con cui ci ha raccontato le trasformazioni di Spezia nel secondo Novecento, le case, le strade, le piazze, le persone e i loro vissuti, le loro anime. E vive grazie alla sua straordinaria esperienza di docente, di promotore di strutture e progetti culturali legati al territorio, di maestro che ha formato generazioni di fotografi. Con il suo contributo di idee fu istituito un prezioso servizio comunale: il Centro della Comunicazione, oggi Archivi dalla Documentazione Fotografica e Multimediale. Come scrisse Italo Zannier, fotografo, saggista, docente di Storia della Tecnica della Fotografia all’Università di Venezia, “Fregoso rappresenta come pochi la fotografia italiana del dopoguerra, con una sensibilità e un entusiasmo singolare anche per la ricerca, la tutela e l’archiviazione di queste immagini, nella convinzione che la cultura della fotografia è fondamentale tra i media della contemporaneità, e non solo ai fini della memoria storica”.

Sergio diceva sempre che “con la fotografia, che è un linguaggio, l’autore comunica la sua intenzionalità”. Il concetto è espresso con chiarezza nella conversazione con Marzia Ratti contenuta nel catalogo della mostra del

La Spezia, le Pianazze (2012)(foto Giorgio Pagano)

2000: “Personalmente sono arrivato alla fotografia non mosso dal desiderio di catturare la realtà, ma dall’esigenza di mettere le cose al loro posto, non nella realtà appunto, ma nell’immagine, quindi una riorganizzazione della realtà. La fotografia pone un problema che da principio sembra insormontabile: assorbe tutto, come una spugna, anche la luce, però è possibile, e questa è la capacità di chi guarda, far rientrare tutto in un’organizzazione visiva che dà all’immagine un’intenzionalità. La realtà ha un’infinita capacità di darti emozioni, stimoli, chi guarda poi aggiunge il proprio portato conoscitivo”. La città fotografata da Fregoso cerca sempre il senso che ha la sua realtà, e il sentimento che essa accende nell’immaginario di chi la guarda. Rivediamo, per fare un esempio, le sue foto di Tramonti, contenute nel volume “Territorio Tramonti”, curato da Arci Nova: il sentimento acceso dalla realtà fotografata è sul “destino di un territorio”, in questo caso il destino dell’abbandono della terra da parte dell’uomo. Oppure quelle del volume “Piazza Brin”: immagini, scrive Sergio, che “non potrebbero esistere senza la coscienza dell’appartenenza ad una vicenda comune. Prima la vita, poi la fotografia”. Fotografie come “sguardi d’amore”, dunque: amore per la città, amore per la multiforme realtà della vita, per le sfumature che danno vita ai colori, per i piccoli, apparentemente irrilevanti, particolari che rappresentano invece il senso più profondo del nostro vivere. Amore per gli uomini: “la presenza della figura umana è già nelle cose. Se guardo i solchi della semina che disegnano il paesaggio, e lo costruiscono, non posso non andare al gesto, e all’antica sapienza, di chi l’ha compiuto”.
La vita di Sergio Fregoso è stata quella di un maestro. La sua è stata una straordinaria avventura artistica e formativa. Al rigore intellettuale unì la passione politica e civile, che lo portò a impegnarsi nella vita sociale e anche nelle istituzioni: fu eletto consigliere comunale del Pci come indipendente e nel 1993, in occasione della prima elezione diretta del Sindaco, fu una delle personalità della società civile proposte come candidato della sinistra (alla fine fu scelto Lucio Rosaia). Di lui ho tanti ricordi. Era una persona sobria e mite. Era un entusiasta, il suo sorriso era di conforto contro pessimismi e scetticismi. Il ricordo più vivo è quello che va più in là nel tempo, risale a circa 35 anni fa. Ero un ragazzo, e avevo cominciato a frequentare un suo corso. Lui non ci parlava di tecniche, ma di linguaggi. Tutto preso dagli “impegni”, mollai quasi subito. Se ho un rimpianto nella vita, è non aver proseguito quel corso. Non perché sarei diventato un bravo fotografo, ma perché avrei imparato a conoscere e ad amare di più la mia città.

lucidellacitta2011@gmail.com

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