Spezia, la città fondata tre volte
Città della Spezia, 23 febbraio 2025
Potremmo definire la fase storica che sta attraversando Spezia come quella dei “lavori in corso per la terza fondazione della città”, dopo quelle avvenute nel Medio Evo e nell’Ottocento. Serve, per affrontare una fase simile, una grande capacità di immaginare il futuro, tutti assieme come comunità. E serve, per questo, lo studio della nostra storia, con l’obiettivo di “far parlare” alcune tracce della sua trama che sono ancora utili per il futuro.
Siamo in un’epoca in cui domina il presentismo assoluto, privo di memoria e di speranza. Un’epoca in cui la vita è racchiusa nel presente è un’epoca smemorata e disperata. Ecco perché dobbiamo salutare con favore gli sforzi di chi fa ricerca storica.
Da oggi scriverò, ogni tanto e per qualche tempo, su alcuni contributi sulla nostra storia pubblicati di recente. Il primo articolo muove dal libro del giovane studioso Michele Finelli “Breve storia della Spezia”: agile, ben scritto, ricco di spunti, è un utile strumento divulgativo, che ci sollecita a riflessioni su passato, presente e futuro della città.
Il libro si basa sulla bibliografia esistente, purtroppo non ricchissima. Abbiamo alle spalle tante ricerche importanti, ma anche tante nuove ricerche da fare. “Breve storia della Spezia” spinge anche a questo. “Dobbiamo rimetterci a studiare la storia della città”, sostiene Enrica Salvatori, docente di Storia medievale all’Università di Pisa.
Ma veniamo alle riflessioni. Finelli sottolinea giustamente due questioni chiave: il rapporto della città con Genova e il rapporto della città con il mare, connessi in buona parte tra loro.
IL DOMINIO DI GENOVA
La nostra storia comincia con Genova, nel XII secolo: sotto il suo dominio. Genova ci ha sempre considerati un baluardo difensivo e nulla più. In primo luogo un avamposto nella lotta con Pisa. Genova ha speso soldi a Spezia solo per la fortificazione del golfo, mai per un arsenale o per un porto o per promuovere attività economiche. Se avessimo avuto anche solo una di queste cose saremmo stati “appetibili per il nemico”. Da qui, per esempio, la negazione della richiesta di far diventare Spezia porto franco, che Firenze concesse invece a Livorno. Grazie a ciò la città labronica fu frequentata da mercanti stranieri provenienti da tutta Europa, divenne sede di consolati e compagnie di navigazione, e si affermò, fin dalla fine del Cinquecento, come città multietnica e multiculturale. Noi, nel 1600, avevamo 2.800 abitanti, ed eravamo “isolati“ o quasi.
Simbolo di questo rapporto con la “Dominante” fu la proposta, nel 1740, di un senatore genovese di interrare parzialmente il golfo. Per fortuna non fu realizzata, ma rende l’idea del rapporto periferia/centro che allora vigeva.
La storia del rapporto con Genova coincide dunque con la storia della negazione del rapporto con il mare come volano di sviluppo della città.
I “MILANESI”
Abbiamo “respirato” un poco nel Quattrocento, con il dominio dei Visconti e degli Sforza su Genova. I “milanesi” ci considerarono uno sbocco a mare. Ci diedero la possibilità di commerciare con Sardegna e Corsica (un rapporto, quest’ultimo, che viene da lontano: nelle belle giornate ci vediamo reciprocamente!) e costruirono un piccolo arsenale per le loro galee, di cui purtroppo non è rimasta traccia.
Passata la fase “milanese”, seguirono secoli di – più o meno – stagnazione.
IL 1789 E I FRANCESI
Poi abbiamo “respirato” un poco con Napoleone. Il 1789 – la Rivoluzione francese – è per Spezia una data chiave. Nel 1797 la Repubblica di Genova fu sostituita dalla Repubblica Democratica Ligure. Sperammo di liberarci da Genova, anche se non ci riuscimmo. Ma Napoleone ritornò a pensare l’arsenale a Spezia, più “in grande” rispetto ai “milanesi”. Da allora nessuno mise più in dubbio l’importanza strategica del nostro golfo. Napoleone non realizzò la Nouvelle Napoleon, la città che era stata progettata nell’ansa di Punta Castagna, ma creò le condizioni di un città di servizi, militari e amministrativi, e favorì la nascita della borghesia. La “svolta” nei confronti di Sarzana cominciò allora: prima avevamo una sorta di “complesso di inferiorità”. Il paradosso è che i sarzanesi ricordano e omaggiano Napoleone, noi no!
Furono gli anni della nuova viabilità: le strade per Portovenere e per Sarzana, poi l’Aurelia.
NEL REGNO DI SARDEGNA
L’occupazione francese di Spezia cessò nel 1814, poi entrammo nel Regno di Sardegna, con capitale Torino.
Arrivarono gli americani a Panigaglia, con la loro Marina, dal 1848 al 1870.
Ormai non eravamo più un “borgo di pescatori” ma un centro di transito, una piccola città di servizi, anche una piccola città balneare. Con una sua borghesia. Che aveva ideali anche democratici, mazziniani. Con gli artisti e i poeti che arrivavano da tutta Europa. Il Civico fu realizzato nel 1840, l’albergo Croce di Malta nel 1845: qui vennero i reali per le vacanze estive… L’impianto della città era ormai oltre il carruggio medievale… Avenza pensava di unirsi a noi… Uno sviluppo turistico era possibile? Forse, ma saremmo probabilmente diventati come Chiavari, non come Spezia dopo il 1860.
L’ARSENALE: LA “SECONDA FONDAZIONE”
La costruzione dell’Arsenale segna la “seconda fondazione” come piazzaforte militare marittima. Spezia fu due volte fondata: la sua storia è affascinante per questo. O meglio, è stata tre volte fondata: la terza fondazione è un cantiere aperto, dura tuttora, da quando è entrata in crisi la “città della Marina”, egemonizzata dalla Marina: il 25 luglio 1943, al più tardi l’8 settembre 1943.
Dal 1860 al 1911 Spezia ebbe uno sviluppo demografico superiore a quello di qualsiasi altra città italiana, Roma compresa. Grazie alla Marina. E grazie al Regno d’Italia. Nel Regno di Sardegna eravamo piazzaforte sì, ma di frontiera. Nel Regno d’Italia eravamo piazzaforte centrale. Meno dipendenti , dunque, da Genova.
Non a caso sorsero poi il porto nel 1898, le industrie nel 1910…
Fummo la prima città “italiana” per la lingua. L’italiano divenne la lingua dominante, Genova parlava più il dialetto di quanto facessimo noi. Eravamo troppo misti – città di militari e di tanti meridionali – per parlare solo il dialetto. Siamo stati in anticipo su tutti. Anche se abbiamo raggiunto l’omogeneità sociale solo nel secondo dopoguerra, con i figli degli immigrati. In piazza Brin la lingua italiana la sanno ormai tutti, per l’omogeneità occorre un po’ di pazienza, come ci insegna la storia.
Certo, la crescita fu anche sregolata. “L’Eco del Golfo”, primo foglio democratico della città, dedicò alle condizioni di vita degli operai un editoriale del dicembre 1866: “Vale più un uomo o una bestia?”, si chiedeva. E denunciava lo stato pietoso delle tettoie e delle baracche per le maestranze. Il tema dello sfruttamento bestiale del lavoro è un tema che torna. Nel Sessantotto operaio i lavoratori spezzini del Cantiere Muggiano marciavano al grido “Uomini sì, bestie no!”. I lavoratori bengalesi che lavorano oggi nel Cantiere marceranno, quando prenderanno coscienza e coraggio, allo stesso grido. Il tema dello sfruttamento e dell’oppressione del lavoro si ripresenta sempre, in nuove forme. La filosofa cattolica Simone Weil, che volle vivere direttamente la condizione operaia, adoperava anche lei, nei suoi scritti, il termine “bestia da soma”. Allora la risposta, nel 1885, fu la costruzione del Quartiere Umbertino: al di là delle ombre un passo netto in avanti, un esempio virtuoso. Ma oggi? Chi pensa alle case popolari per le nuove “bestie”?
L’altro grande problema della crescita fu lo sconvolgimento dei primitivi rapporti ambientali, l’asservimento di ogni tratto libero di costa. Non solo per via dell’Arsenale, anche per via del porto e dei cantieri.
Il mare fu davvero per la prima volta volano di sviluppo, ma in modo tale da comportare la perdita del rapporto fisico con il mare stesso da parte degli spezzini. In un articolo scritto a 150 anni dalla nascita dell’Arsenale scrissi: “il mare, da allora, non ‘entra’ più in città, è ai margini, sullo sfondo, alle nostre spalle. Il mare e la città diventano due realtà che quasi non si toccano più. La città ‘dialoga’ con bacini, moli, banchine”.
LA “TERZA FONDAZIONE” IN CORSO
Dopo la seconda guerra mondiale abbiamo cominciato a poco a poco a trasformarci da città industriale-militare a città centro di commercio e luogo turistico, con un piccolo ma importante porto ma ancora con l’industria, sia pure non più con il peso di un tempo: abbiamo l’industria nautica, oltre alla tradizionale industria bellica. Una delle scelte più importanti dei piani strategici a cavallo del millennio fu quella, di fronte alla deindustrializzazione, di non cedere all’idea della monocultura portuale. Il porto era ed è importante, ma non poteva estendersi troppo: una parte della costa doveva essere dedicata all’industria nautica. Fu una scommessa, come quella – connessa – dell’Università, ma i fatti ci hanno dato ragione.
Rispetto ad allora vedo però alcuni passi indietro: il waterfront che non si realizza ancora, e che comunque rischia di realizzarsi come luogo solo per i croceristi e non anche e soprattutto per gli spezzini; e il progetto Basi blu che, se realizzato, sarà una pietra tombale sulla “coesistenza conciliante”, sull’integrazione dell’Arsenale con la città. Si tratta di un obiettivo ineludibile, dopo essere passati da 12 mila lavoratori occupati a poche centinaia, e di fronte a un progetto che rende eterni i muri senza nemmeno offrire posti di lavoro.
LA DARSENA NELL’AREA EX ENEL
E tuttavia emerge un pensiero nuovo nella “città della calma piatta”: l’idea della darsena nell’area ex Enel, collegata alla darsena di Pagliari. Mi fa piacere avere gettato un seme, con Marco Sassetti, in alcuni articoli scritti nel 2017. E soprattutto mi fa piacere che oggi l’obiettivo sia proposto da un’associazione imprenditoriale. Ritorna il tema del mare come volano di sviluppo ma anche come spazio per i cittadini del Levante. Il mare per ridare dignità a luoghi pesantemente condizionati dalla presenza della centrale.
La proposta rientra a pieno nel modello di sviluppo dell’”economia della varietà”: ancora industria, non solo il porto, non solo il turismo. Vanno valutati bene i rischi del turismo: la “città mangiatoia”, la scomparsa o quasi degli affitti lunghi, la crisi del centro storico e del suo connettivo commerciale e abitativo, gli impieghi a basso valore aggiunto. Una città senza industria, che vive solo di turismo, non ha un gran futuro. Perché è l’industria tecnologica che crea veri posti di lavoro: genera alta produttività e ha bisogno di lavoratori qualificati. Non bisogna solo consumare, bisogna anche produrre e manutenere i prodotti.
Il tema rimanda al nodo, nell’industria, dell’impresa privata. Spezia ha sempre subito le fasi decisionali esterne, derivanti dallo Stato, dall’industria di Stato. Il dinamismo imprenditoriale è sempre stato scarso: eravamo la città dell’industria di Stato e dell’indotto da essa dipendente. Con la nautica sono arrivati i privati “forti”. Bene, ma non devono sfruttare e opprimere il lavoro “bestiale”.
L’INDUSTRIA BELLICA
L’industria di Stato, a Spezia, è stata in gran parte bellica. Prima l’Arsenale, poi lo sviluppo negli anni della prima guerra mondiale, poi lo sviluppo negli anni del bellicismo di Mussolini. Ma dopo le due guerre ci sono state la crisi e la riconversione. Poi è venuta la guerra fredda, poi la distensione: un’altra crisi ancora e la riconversione. Ora viviamo una nuova fase di fervore bellicista. Ma quando scoppierà finalmente la pace? Attenzione: lo dico da pacifista ma anche da storico, e soprattutto sulla base dell’esperienza politica che feci quando scoppiò la distensione. Di monocultura si muore. Non pongo una questione morale – so bene che se avessimo una politica estera europea ci sarebbe bisogno di una difesa comune europea, e che in questo quadro l’industria bellica spezzina certamente non sparirebbe – ma una questione economico-sociale. Ricordiamoci che, dove ora ci sono alcune industrie nautiche, c’erano prima i cantieri legati all’industria bellica. E che la costruzione dell’identità della classe operaia spezzina è stata un processo tormentato anche per questo motivo.
LA BORGHESIA E LA CLASSE OPERAIA
La storia politica della città ha conosciuto a lungo l’intreccio tra la Marina e la borghesia. Un intreccio anche e soprattutto di appalti, di interessi. Contro questo legame si batterono, con le loro contraddizioni, i mazziniani: ne fu simbolo la competizione tra Prospero De Nobili e il ministro della Marina Costantino Morin alle elezioni politiche del 1897, vinta dal primo. Il legame diventò connubio di ferro nella prima guerra mondiale: si creò un’alleanza tra l’industria legata alle produzioni belliche e le gerarchie militari che costituisce l’elemento di fondo per capire le vicende successive. In primis la nascita del fascismo, e poi la lotta continua tra fazioni e gruppi di potere lungo il ventennio. La critica più feroce al fascismo spezzino la fece Mussolini nel 1928, quando sottopose al Re il decreto di scioglimento del Consiglio provinciale, addebitandolo alla disgregazione del PNF.
Dopo vent’anni, una nuova classe dirigente emerse dalla Resistenza.
Una data chiave per capire Spezia è il 1917: la Rivoluzione d’ottobre, la presa di coscienza della classe operaia. La classe operaia fu sconfitta nel “biennio rosso” 1919-1920. Nel gennaio 1923 lo stragismo fascista colpì Spezia come nessun’altra città italiana, salvo Torino. Le caratteristiche militarizzate e proletarie della nostra popolazione operaia avvicinavano molto Spezia e Torino. Quella popolazione sotto il fascismo tenne sempre viva la scintilla.
Occorre capire che cosa accadde nelle fabbriche nel 1943-1945: come, anche a Spezia, rinacque la classe operaia. Tra le forze della società che uscivano dalla guerra nessuna aveva acquistato una funzione così forte, dopo essere stata espunta dalla scena per vent’anni. Nel corso dei due anni, inoltre, nacque e si legittimò il partito operaio: il PCI si trasformò da partito di élite a partito di massa, perché seppe interpretare la spinta operaia. Così si spiega il cambio della classe dirigente spezzina, il ruolo di governo assunto, assieme a un PSI ridimensionato, da un partito che prima del fascismo era appena nato ed era piccola cosa.
A partire dal 1917 il conflitto tra le classi fu dunque il dato dominante della comunità cittadina. La stessa struttura urbana era rigidamente dualistica, corrispondente alla divisione in classi.
Nel secondo dopoguerra ci fu la sconfitta dei “poeti” della Resistenza: bisognava essere “tecnici” della politica. E tuttavia Spezia fu ricostruita grazie al governo dei “tecnici” dei partiti della classe operaia.
La storia politica di Spezia è sorprendente. Perché la prima Giunta di centrosinistra, con il PCI all’opposizione, sorse alla fine degli anni Cinquanta proprio a Spezia, in una delle poche città italiane in cui nel 1948 il Fronte Popolare aveva vinto? La sconfitta aveva molto a che fare con la sconfitta della “Lotta”, come venne chiamata la lotta operaia per la riconversione e per il lavoro nel 1950-1951, e con un’impostazione settaria del PCI spezzino di quegli anni.
Ancora: perché la prima grande avanzata del PCI fu quella nelle elezioni comunali del 1972 a Spezia, che anticipò il dato nazionale del 1975 e portò alla ricostituzione della Giunta di sinistra? La vittoria aveva molto a che fare con una vittoria operaia, quella per la salvezza del Cantiere Muggiano, condotta dal PCI con sapienza unitaria.
E OGGI?
La classe operaia è stata a lungo protagonista della storia politica cittadina. E oggi? Quali sono le forze sociali del cambiamento? Chi è capace di prospettare un nuovo “senso della vita”? Nella seconda metà del Novecento anche i “tecnici” non più “poeti” in qualche modo lo seppero fare. Chi combatte lo sfruttamento e l’oppressione? Chi difende la Natura? Chi propone una nuova idea di città, una visione del futuro? Anzi, una strategia di area vasta – perché ogni Comune ha ormai una dimensione troppo piccola – che vada da Sestri Levante a Viareggio e si proietti verso Parma?
La “terza fondazione” è in corso. La risposta la daranno gli storici, ma dipenderà da noi.
Quello che si può dire – anche queste sono riflessioni che scaturiscono da un libro sulla nostra storia – è che questo grande progetto ha bisogno di Genova, ma non solo. Ma certamente non ha bisogno del centralismo regionale. Si può dire inoltre che questo grande progetto non può non contemplare una visione di rinascita della vita locale come vita civile partecipata e di rigenerazione della rappresentanza politica. Oggi la politica a Spezia è consunta. C’è una evidente decadenza della classe dirigente, che appare sempre più un’oligarchia dei giri, senza ricambio. Torniamo a produrre idee, costruiamo un campo di gioco condiviso per confrontarsi e, se necessario, opporsi. Ma ricercando sempre spazi di interazione cooperativa per elaborare strategie e piani di azione. Solo così matureranno ed emergeranno nuove competenze e passioni civili al servizio della città.
La “terza fondazione” è davvero un cantiere aperto.
lucidellacitta2011@gmail.com
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