Presentazione di “Ennio Carando. Un filosofo nella Resistenza” di Giorgio Pagano, sabato 18 aprile ore 17 a San Terenzo
13 Aprile 2026 – 22:39

Presentazione di
“Ennio Carando. Un filosofo nella Resistenza”
di Giorgio Pagano
sabato 18 aprile ore 17
San Terenzo, Sala Itala Mela – locali parrocchiali
Viale della Vittoria 4
La Coop. Primo Maggio organizza, sabato 18 aprile alle 17, la presentazione a …

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“Le stragi nazifasciste a danno delle comunità locali” Biennale sulla Resistenza – Intervento di Giorgio Pagano

a cura di in data 6 Marzo 2026 – 22:43

“Le stragi nazifasciste a danno delle comunità locali”
Biennale sulla Resistenza – Santo Stefano di Magra
28 novembre 2024
Intervento di Giorgio Pagano

Lo storico Carlo Gentile ha scritto di tre diverse guerre condotte dai nazisti in Italia: contro gli eserciti alleati, “combattuta quasi senza eccezioni secondo i canoni del diritto di guerra” (un’eccezione fu la strage di Punta Bianca contro i soldati americani); antipartigiana, “combattuta con estrema durezza e scarso rispetto del diritto bellico”; contro la popolazione civile, “condotta con modalità in larga prevalenza criminali”.
L’obiettivo era declassare una nazione, controllarla totalmente, annientare il nemico.
Gli italiani – il Re e Badoglio – per i tedeschi erano traditori. Da qui una mentalità persecutoria contro gli ex alleati.
Però era tornato Mussolini: per cui i tedeschi non si sentivano occupanti, ma alleati della RSI, in continuità con l’alleanza precedente.
Protagonista principale della guerra criminale contro i civili fu la 16a Divisione SS comandata dal generale Max Simon. Nell’Atlante delle Stragi naziste e fasciste fino al 29 settembre 1944 risultano 45 episodi e 1267 vittime a carico di questa Divisione: in grande maggioranza civili inermi. E’ una storia impressionante di atrocità, compiute in un arco di tempo molto breve: Romagna in provincia di Pisa (6-11 agosto 1944, 76 vittime); Sant’Anna di Stazzema (12 agosto, 400 vittime); San Terenzo Monti (19 agosto, 159 vittime); Vinca (24-27 agosto, 174 vittime); Certosa di Farneta (10 settembre, 40 vittime); Fosse del Frigido (16 settembre, 159 vittime); Bergiola Foscalina (16 settembre, 72 vittime). Furono tutte operazioni pianificate a tavolino: si circondava un’area e si procedeva allo sterminio di coloro che vi venivano trovati, nessuno escluso.
Il massacro di Monte Sole Marzabotto – la più grande strage di civili dell’Europa occidentale – ebbe le stesse caratteristiche. Il 29 e il 30 settembre 1944 furono sterminate intere comunità che vivevano in villaggi rurali situati nell’altopiano fra le Valli del Reno e del Setta: 770 civili uccisi, per lo più bambini, donne e anziani.
Carlo Gentile ha studiato la composizione della Divisione. Si trattava di militari che avevano fatto esperienza sul fronte orientale, addestrati all’uso di una disciplinata violenza annientatrice. Max Simon era stato condannato a morte da un tribunale militare russo per i crimini commessi in Ucraina. Venivano tutti dalla Totenkopf, una delle più famigerate unità del corpo SS, collegata al sistema concentrazionario nazista. Walter Reder era stato a Dachau. Insieme a questo gruppo più esperto c’erano giovanissimi fanatici invasati dalla propaganda di Goebbels: una miscela esplosiva. Nessuna delle uccisioni nel corso delle stragi “ebbe alcunché di spontaneo” o fu conseguenza di “eccessi inconsulti di soldati frustrati e aggressivi”: tutto va ricondotto a codici di comportamento e a modelli “di violenza militare estrema”.
Le testimonianze raccolte su queste stragi sono agghiaccianti. Raccontano i crimini orrendi compiuti in base a un vero e proprio progetto eliminazionista: donne, bambini, vecchi bruciati vivi o sventrati. Le testimonianze esprimono anche il dramma dei sopravvissuti. I sopravvissuti all’eccidio vissero esperienze estreme, al limite della possibilità umana di rielaborarle, “comprenderle”, farle proprie; le loro esperienze successive hanno un posto centrale nella tragedia delle stragi.
Leggo un brano della testimonianza inedita del partigiano Luciano Bertoli, della Brigata Muccini:

“Il fragore della dinamite è cupo ed ha in sé il presagio della sventura. Le case si erano rannicchiate chiudendo le povere poche cose nell’abbraccio della rovina.
La rabbia tedesca faceva l’ariete con i muri. Ai più questo sembrava poco ed era vero. In pochi si venne giù a vedere verso sera; cauti che la gente fuggita era corsa nei crepacci nascosta; s’era interrata come le talpe nei buchi e non si sapeva alcunché di sicuro. Il ta-pum lamentevole. Del resto ammoniva. Alla svolta il calpestio di pecore, fra gli arbusti, ci mise il cuore in gola e la mano al grilletto. Quando giunse la polvere dei calcinacci era già lontana a portare fra il verde dei castagni le case di Bardine. Un letto fra le macerie contorto pareva impossibile che reggesse tanta roba; la coda di un cane, più in là. Pareva, fra un mucchio di sassi, un pennello intristito di troppa calcina.
Nessun gemito chiamava a frugare,
Avanti, oltre la rovina, seminati, saltando da un riparo all’altro quasi cercassimo l’ombra per il corpo caldo di troppo sole e la gola arsa. Giouse disse che un panno bianco tra le foglie di vite, sulla balza di fronte, pareva chiedere pace.
Si vide la triste fila quando finì la gobba; la spaventosa simmetria degli impiccati. Perché erano vicini uno all’altro messi in fila con studiata mano; il filo di ferro segava la gola paonazza e gli occhi stravolti parevano dispregiare il chiaro del cielo. Il primo, però, in fondo era composto; quello accanto aveva l’orbita senza un occhio e le mosche si posavano lì a lisciarsi le gambe. Uno era molto giovane e faceva meno pena perché il volto di un giovane è più sereno nella morte.
Rinaldo ne slegò uno che fece un brutto rumore toccando la terra smossa dai piedi del boia; il rumore di una tavola, senza scricchiolare, però.
Mi posi a cavalcioni di un macigno sporco e rugoso perché il sudore mi briciava gli occhi e l’odore della carne morta mi mordeva lo stomaco
”.

La responsabilità fu dei comandanti, ma non solo. Responsabili furono in primo luogo Helmut Loos e Walter Reder; ma prima di loro Adolf Hitler (per i due ordini del 1942) e Albert Kesselring (per le misure del 17 giugno 1944 e l’ordine del primo luglio).
I due ordini di Hitler del novembre 1942 e del dicembre 1942 davano ampi poteri ai soldati: uccisione immediata e senza alcuna formalità giuridica di partigiani e civili, nessuna limitazione alla violenza anche contro donne e bambini.
Furono la giustificazione formale ai peggiori eccessi.
A partire dalla primavera 1944 emerse la tendenza a rispondere con ritorsioni sempre più violente.
Kesselring voleva dirigere di persona la lotta antipartigiana. Riuscì ad accentrare il comando (maggio 1944).
Le linee guida del 17 giugno invitavano a “dispiegare contro le bande tutti i mezzi a disposizione, agendo con la massima fermezza”. Il testo faceva capire ai soldati che nessuno li avrebbe chiamati a rispondere degli atti di violenza commessi nella “lotta alle bande”.
Il primo luglio Kesselring fu ancora più chiaro: “Non bisogna [… ] fermarsi alle parole”: era necessario adottare le “misure più severe”. il principio della rappresaglia soppiantò quello della lotta militare contro i partigiani.
Fu un crescendo. Prima delle stragi che ho ricordato ci furono le operazioni nel settore occidentale dell’Appennino compreso tra il Passo della Cisa e il Passo del Cerreto. Tre furono le fasi: Wallenstein I, II e III. La prima tra il primo e il 7 luglio nella fascia meridionale della provincia di Parma, Lunigiana compresa; la seconda riguardò anche l’alta Val di Vara, perché aveva l’obiettivo di rioccupare le zone libere del Ceno e del Taro, confinanti con La Spezia; la terza riguardò Reggio e Modena.
Molti furono i civili uccisi, le grandi mandrie di bestiame sequestrate, i civili arrestati per la manodopera coatta (aspetto, quest’ultimo, che caratterizzò anche i rastrellamenti successivi all’estate, come quello del 29 novembre 1944 in Val di Magra).

Alle stragi parteciparono i fascisti. Il ricordo degli accenti carrarini, garfagnini, bolognesi nelle stragi della 16a divisione SS è presente in tante testimonianze.
I fascisti furono i protagonisti della strage di Forno. Il 9 giugno i partigiani avevano costituito la “libera Repubblica di Forno”, nel territorio di Massa. Il 13 giugno, per rappresaglia, i nazisti della 135a Brigata e i fascisti della Decima Mas, al comando di Umberto Bertozzi, organizzarono la strage: 60 i morti. Bertozzi appare la figura più sanguinaria e crudele dell’intero gruppo nazifascista.
La violenza si conferma tratto identitario del fascismo: lo squadrismo degli inizi si trasferisce nella Milizia, vive in Africa e nei Balcani, arriva fino alla RSI. Come per la violenza nazista, non tutto nasce l’8 settembre 1943: bisogna ampliare cronologie e geografie.

Nel dopoguerra non ci fu nessuna giustizia. Prevalse la ragion di Stato, l’estradizione era sgradita sia ai tedeschi che agli italiani, perché la Germania Ovest doveva entrare nella Nato e perché, se l’Italia chiedeva l’estradizione, doveva poi concederla per i fascisti italiani autori delle stragi per cui chiedevano l’estradizione i greci, gli albanesi… Prevalse, inoltre, una malintesa volontà di pacificazione: le amnistie, a partire da quella di Togliatti, furono gestite in modo tale da garantire l’impunità per molti e l’assoluta continuità dello Stato. Fu un fallimento totale. Le vittime furono vittime due volte.
Non andò meglio dopo. Ricordo il decreto di archiviazione del 1960 per i fascicoli dell’Armadio della vergogna sulle stragi nazifasciste in Italia, della procura generale militare di Roma.
Ma anche l’archiviazione dei fascicoli arrivati alle procure militari nel 1994, una volta scoperto l’Armadio della vergogna.
La nuova storia è quella che comincia nel 2002 alla Spezia, e si conclude nel 2018 a Roma. Protagonista ne è stato il Procuratore Marco De Paolis.

Che cosa emerge dai processi? La grandissima parte dei collaboratori accettò gli ordini. Alcuni ufficiali li accolsero con ripugnanza o protestarono. Pochi disertarono. Ci fu qualche comportamento più umano. Significa che c’è sempre una responsabilità personale, che si può sempre dire no. Successe anche alle Fosse Ardeatine e a Cefalonia. De Paolis cita la scelta del caporale della Wehrmacht Josef Vogt, che a San Polo di Arezzo, il 14 luglio 1944, disse al maresciallo che gli aveva ordinato di uccidere con un colpo alla testa 48 civili: “La mia pistola non è fatta per questo”. E cita la testimonianza di Fernando Piretti al processo di La Spezia del 2006 sul soldato che a Cerpiano, a Montesole, “si è rifiutato di sparare […] lui non si sentiva di di sparare”.
Il tema della responsabilità personale è un tema chiave. Dopo l’Armadio della vergogna i processi riaperti dalla Procura Militare di La Spezia hanno messo un punto fermo sulle responsabilità.
La novità introdotta è stata questa: non bisogna limitarsi a giudicare soltanto i comandanti, vanno giudicati anche tutti i collaboratori e gli esecutori materiali. Ecco il tema della responsabilità personale.

Certo, per molti anni non ci sono stati i colpevoli, o quasi. Nel 1950 nelle carceri italiane c’erano solamente cinque ufficiali tedeschi, che scontavano pene miti. Reder, l’unica SS ad aver scontato il carcere, fu amnistiato da Bettino Craxi nel 1985 e nel 1986 ritrattò la richiesta di perdono agli abitanti di Marzabotto avanzata nel 1967 dal suo difensore. E nessuno dei condannati nel processo del 2006 ha scontato la pena.

Le stragi ci fanno riflettere: sul nazismo, sul fascismo, sulla negazione della verità e sulla mancata giustizia che hanno reso le vittime due volte vittime.
E ci fanno riflettere anche sulla guerra, in una fase storica in cui la guerra torna a fare paura e riemergono dal fondo della storia forze brutali e imprevedibili delle quali si era persa memoria.
Si è riabilitata la guerra. Sembrava che la guerra fosse diventata tecnologica, molto meno sporca. I fatti ci dimostrano che non è così. E’ sempre la guerra di una volta. Dobbiamo riacquistare con urgenza il senso della pace. E dobbiamo comprendere che resta saldo “il fondamentale principio della obbligatorietà per il militare di eseguire soltanto gli ordini legittimi e di non eseguire quelli manifestamente criminosi”.
Dobbiamo batterci contro ogni guerra. E dobbiamo batterci, di fronte a situazioni di guerra, contro i crimini di guerra e perché crescano i disobbedienti, uomini in grado di far ricorso a quel sentimento di umanità che le SS di Reder non ebbero nell’estate del 1944. Un sentimento di umanità che oggi purtroppo non percepiamo nemmeno a Gaza, in Libano, in Russia e in Ucraina. “Uccidere tutti” è un ordine manifestamente criminale, che il militare ha il dovere di non rispettare. Non è vero che i problemi si risolvono con la guerra. E non è vero che “in guerra tutto è permesso”.

Giorgio Pagano

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