Incubo rastrellamento. L’assalto del 29 novembre e la fuga verso Fosdinovo
La Nazione 14 dicembre 2024
Nell’autunno del 1944 la ritirata tedesca si era assestata lungo la cosiddetta “Linea Gotica”, che si estendeva lungo l’Appennino da Rimini fino alla provincia di Massa Carrara, allora Apuania. Il 13 novembre venne emanato, sulle frequenze di Radio Londra, il “proclama Alexander”, con il quale il generale inglese invitava le formazioni partigiane a sospendere le operazioni per tutta la durata dell’inverno. Gli alleati angloamericani avevano deciso di sospendere l’offensiva sulla “Linea Gotica”. Le province di Apuania e della Spezia e parte della Garfagnana rimanevano quindi ancora in mano ai nazifascisti, mentre il resto dell’Italia era già stato liberato. Le formazioni partigiane e le popolazioni più vicine al fronte aspiravano a un avanzamento degli alleati, e rimasero profondamente deluse. Le aspettava un altro inverno di isolamento e di sofferenze. Ci fu un tentativo di attacco combinato partigiani-alleati – il 26 novembre – ma fallì. Quel giorno, a Monte d’Anima, a sud di Castelnuovo Garfagnana, morì il sarzanese Miro Luperi, della Brigata Muccini.
I nazi-fascisti approfittarono della situazione per far partire una serie di attacchi mirati alla distruzione delle maggiori brigate, che in quel momento controllavano vaste porzioni del territorio: la Muccini in Val di Magra e la II Brigata Lunense nel carrarese.
All’alba del 29 novembre reparti tedeschi e fascisti si schierarono nel fondovalle del Magra. L’obiettivo era attaccare i partigiani e costringerli a “sganciarsi” verso la pianura sarzanese, dove altre truppe nazifasciste li avrebbero presi facilmente in trappola. L’unica possibilità di salvezza era rallentare il nemico e tenere aperta la sola via di ritirata, quella di Fosdinovo verso le Apuane e il fronte.
Il 30 novembre i partigiani della Muccini rimasero nascosti, ma al calar della notte si avviarono verso il Monte Sagro. Purtroppo si imbatterono nei tedeschi e si dispersero. Molti passarono le linee e raggiunsero le zone già liberate, guidati dal comandante Piero Galantini “Federico”. Una minoranza, guidata dal vicecomandante Flavio Bertone “Walter”, restò in zona e ricostituì la Brigata.
Tragico ma bellissimo nel suo significato fu l’episodio della morte degli amici fraterni Domenico Diamanti e Guido Gramolazzo, della II Brigata Lunense: il primo fu ferito, il secondo lo prese in spalla per cercare di salvarlo, ma furono intercettati e falciati a colpi di mitraglia dai nazifascisti. Il valore dell’amicizia è rivelatore di una Resistenza con un forte tratto di umanità e moralità.
La popolazione civile venne completamente investita dal rastrellamento e costretta a nascondersi in rifugi predisposti da tempo. Molti furono i morti anche tra i civili, mentre coloro che vennero fatti prigionieri furono rinchiusi nell’ex colonia Italo Balbo di Marinella, in attesa di essere deportati nel campo di lavoro di Turckheim, vicino a Monaco di Baviera, dove sarebbero diventati la nuova forza lavoro del Terzo Reich. I più fortunati avrebbero fatto ritorno a casa solo dopo la fine della guerra. Altri civili vennero fatti prigionieri e tenuti come ostaggi, pronti per essere utilizzati come vittime sacrificali nelle rappresaglie.
Fondamentale fu il ruolo delle donne, che affrontarono con coraggio e creatività il nemico e seppero nascondere ed assistere molti familiari.
Giorgio Pagano
co presidente del Comitato Unitario della Resistenza
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