Edoardo Bassignani Ebio e la collina rossa

Merizzo, commemorazione di Edoardo Bassignani “Ebio”
(2006) (Archivi
della Resistenza – Circolo Edoardo Bassignani)
Città della Spezia, 16 febbraio 2025
A Merizzo di Villafranca Lunigiana il sentimento antifascista, nel ventennio della dittatura, non venne mai meno. Gli abitanti erano merciai ambulanti e soprattutto poveri contadini che si battevano per una vita più degna. Ecco il racconto di uno di loro, Vincenzo Bassignani:
“Quando si vedono delle ingiustizie, quando succede che in un paese vedi la cappa di piombo di due-tre proprietari terrieri e gli altri sono come dei sudditi […] quando si vedono delle case coloniche abitate da mezzadri, senz’acqua, senza luce, senza gabinetti […] la posizione politica è venuta quando vedevo questi aspetti qua, i padroni che venivano a prendere le cose migliori, le primizie”.
Il questore di Massa, nel 1937, scriveva che a Merizzo gli iscritti al Partito Nazionale Fascista erano tre, e che al dopolavoro non andava quasi nessuno. Qui era nato nel 1897 Leone Borrini, che aderì al Partito comunista e cadde in Spagna, combattendo contro i franchisti, nel 1937. Due suoi compaesani, Edoardo Bassignani “Ebio” – nato nel 1910, comunista – e Giovanni Giampietri – nato nel 1909, anarchico – tentarono di varcare il confine per andare anch’essi in Spagna, ma furono arrestati e inviati al confino di polizia alle isole Tremiti. Qui “Ebio” incontrò il comunista sarzanese Goliardo Luciani: nacque così un rapporto che farà di “Ebio” un protagonista della Resistenza spezzina e lunigianese. Di più: renderà protagonisti Merizzo e la sua collina rossa, così chiamata per il colore della sua terra, e poi per lo spirito della sua gente. Merizzo era stato, durante il fascismo, il paese di Borrini e di dieci condannati al confino. “Ebio” ne divenne il depositario e l’interprete più orgoglioso e ardimentoso e lo fece diventare un punto di riferimento per la Resistenza.
Subito dopo l’8 settembre 1943 Bassignani capì subito quel che sarebbe accaduto. Ricorda Renata Bertozzi:
“C’era una radio […] la gente batteva le mani. Edoardo è arrivato: non battete le mani, perché oggi comincia la guerra”.
“Ebio”,con Giampietri e altri giovani di Merizzo, raccolse armi al deposito della Marina di Virgoletta e strinse rapporti con Luciani e i comunisti sarzanesi. All’inizio si limitò a tenere nascosti tre russi, poi – all’inizio del marzo 1944 – diede vita a una prima banda, composta da spezzini, che fu stroncata sul Monte Barca il 14 marzo. Ho raccontato questa tragica vicenda nell’articolo della rubrica “Storie dei ragazzi del Monte Barca” (17 e 24 marzo 2024).
Nell’articolo “Giugno-luglio 1944. Il prete, lo studente, il medico, il criminale” (14 luglio 2024) ho poi raccontato la nascita – subito dopo il marzo – e la disfatta – nel rastrellamento del luglio 1944 – della brigata 37b, originata dalla banda del Monte Barca. Lo studente era Adelmo Bottero, della 37b, trucidato dai fascisti. “Ebio” dirigeva politicamente la brigata, il comandante militare era Ernesto Parducci “Giovanni”, sopravvissuto alla tragedia del Monte Barca. All’inizio fu semplicemente la “banda di Giovanni”, poi si chiamò 37b. Bassignani si procurò 300 mila lire da un’impresa edile, e le diede a Luciani. Si poteva ricominciare. Della 37b purtroppo sappiamo poco, perché non ci sono documenti. Ci sono però testimonianze preziose, raccolte dagli studiosi Brunelli, Ricci, Vinciguerra e Leonardi e dal collettivo Archivi della Resistenza – dal cui video “La collina rossa . Voci della Resistenza” sono tratte le testimonianze citate in questo articolo – anche se manca purtroppo la voce di chi fu il comandante della formazione nella fase finale, dopo il ferimento di Parducci il 18 giugno 1944: Piero Galantini “Federico”, che pure visse a lungo nel dopoguerra. “Federico” arrivò a Merizzo da “Ebio” e con lui salì all’Apella, sede del comando della brigata. Più o meno negli stessi giorni salì Danilo Petacco “Sigfrido”, di Castelnuovo, che nella brigata ebbe un ruolo importante. Ma questa volta non c’erano solo gli spezzini: al loro fianco c’erano molti giovani lunigianesi, come Bottero. Tutti passavano prima da Merizzo.
O meglio, quasi tutti. Un giorno si presentò un marinaio che aveva disertato a Spezia. I partigiani non si fidavano. L’interrogatorio finale spettò al socialista sarzanese Guido Bottiglioni “Baffo”, un “saggio”: 42 anni, tra tutti quei giovanissimi… Decise che lo si poteva accogliere, ed ebbe ragione perché il marinaio fece in seguito il suo dovere. Il suo nome di battaglia fu “Casimiro”: era Gabriele Ferzetti, destinato a diventare un celebre attore del cinema.
All’Apella arrivarono – indirizzati da Luciani – perfino tre ufficiali della Regia Marina Italiana, provenienti dalla Spezia, dove avevano compiuto un’importante azione di sabotaggio alle navi italiane rimaste nelle mani dei tedeschi (ho raccontato questa storia nell’articolo “21 giugno 1944 Santa Teresa: un capolavoro della Marina Militare e della Resistenza”, “Lerici In”, settembre-ottobre 2024).
Dopo la tragedia di luglio tutto ricominciò da capo ancora una volta. Da agosto, a poco a poco, grazie all’impegno di “Ebio” e d tanti, nacque la Brigata Borrini, dipendente dal Comando della IV Zona – quello spezzino – fino al marzo 1945 (poi passò sotto quello parmense). Si formò ad ottobre, ma fu “preparata” nei mesi precedenti.
Le azioni non mancarono: innanzitutto l’attacco alla caserma di Virgoletta. Mentre la collina rossa continuava a costituire un punto di riferimento: nel novembre 1944 Collesino ospitò un forte contingente di partigiani che provenivano dall’Emilia, il “Battaglione Russi” di Reggio, in condizioni quasi disperate. Li comandava Victor Pigorov “Modena”, che aveva combattuto con i fratelli Cervi. La popolazione fornì vitto e grappa. Racconta Norvegia Olanda Drovandi:
“Tutti quelli che andavano ai monti passavano da noi, tutti. Sembrava un punto di smistamento, di rifocillamento. Quando avevamo un pezzo di pane si divideva tutto”.
Un colpo duro la Borrini lo subì il 26 gennaio 1945. In concomitanza con la visita di Mussolini in Lunigiana e nel contesto del rastrellamento contro la IV Zona del 20-28 gennaio, alpini della Monterosa e tedeschi si impadronirono, nel cimitero di Collesino, di tutti i documenti della formazione. “Ebio” riuscì a nascondere i registri dell’anagrafe di Villafranca, indispensabili per identificare i partigiani del paese presenti nei ruolini, ma ormai si era troppo esposto. Il 3 febbraio 1945 un reparto di alpini circondò il paese. Ecco il racconto di Pierino Magnani “Ennio”:
“Quando l’han preso: ‘Fuori Bassignani, altrimenti fuciliamo tutti’. Ne hanno messi in fila una decina. Si è tolto l’impermeabile e l’ha buttato addosso al capitano, e ha tentato la fuga. C’erano ancora sei-sette metri e ce la faceva. Quel sergente, Di Leo, gli ha sparato… una raffica sulla schiena. Poi ha detto al capitano: ‘E tre!’”.
Elsa Borrini “Bruna”, staffetta, sentì i colpi, scese di casa e vide il corpo di “Ebio” per terra:
“Gli ho detto a chi l’ha ucciso: ‘Se sapesse chi ha ucciso non dormirebbe nemmeno di notte, la persona più giusta, più buona, che aiutava le persone che han bisogno’. E lui: ‘Era un antifascista’. ‘Sono anch’io un antifascista! I fascisti hanno ucciso mio padre’. Ha preso e se n’è andato”.
Ma anche questa volta – nonostante l’ennesima tragedia – la brigata di “Ebio” si riprese: i partigiani della collina rossa ebbero un grande ruolo, fino alla battaglia di Licciana Nardi del 23 aprile 1945.
I documenti degli Alleati sono una fonte preziosa. Se leggiamo i messaggi delle missioni della Special Force inglese sulle azioni del 1945, vediamo il nome Brigata Borrini nominato spessissimo per le azioni compiute. Agli inglesi i comunisti non erano molto simpatici, ma la Borrini – formazione prettamente comunista anche se certamente non tutta di comunisti – seppe farsi così onore che anche gli inglesi lo riconobbero.
Ricordiamo Edoardo Bassignani “Ebio”, ottant’anni dopo la morte, rievocando due momenti gioiosi della sua vita. La staffetta Luigina Donati “Silvana” era con suo fratello a raccogliere legna nel bosco, quando incontrarono “Ebio”:
“E loro si mettono a parlare. A parlare degli attacchi, delle carovane che passano, delle munizioni. A un certo momento: ‘Su compagni, avanti gran partito…’ [Luigina canta ‘L’Internazionale’ fino alla fine]. Tutti gioiosi… Edoardo era contento in quel momento… quando ci mettiamo a cantare, ma piano, se no ci sentivano. E’ stato bellissimo… bello, proprio bello”.
Renata Bertozzi ha un ricordo da bambina:
“Edoardo mi portava sulle ginocchia. ‘Sei proprio fortunata!’ ‘Perché’?’ “Il mondo cambierà. Quando sarai grande potrai votare’ ‘Cosa vuol dire votare?’ ‘Vuol dire scegliere, scegliere bene’”.
Riccardo Vinciguerra, nel libro “La collina rossa”, riporta una frase della madre di “Ebio”:
“Le rivoluzioni sono vecchie come il mondo, tramandate da una generazione all’altra”.
Il cosiddetto “Occidente libero” è in realtà tenuto in pugno da pochi miliardari che guidano i nostri destini. La democrazia è sempre più svuotata, i cittadini ridotti a consumatori.
La lezione di “Ebio” va tramandata ancora, tanto più oggi, quando è sempre più difficile scegliere.
Post scriptum
Dedico l’articolo odierno ad Aldo Tortorella, il partigiano “Alessio”. Era l’ultimo grande dirigente del PCI ancora in vita, l’inquieto interprete di un comunismo umanistico e democratico. Ha cercato, per alcune settimane, di scrivere la prefazione al libro di Dino Grassi “Io sono un operaio. Storia di un maestro d’ascia diventato sindacalista”, che gli avevo chiesto. Purtroppo le forze lo stavano abbandonando, fu costretto a rinunciare. Sarebbe stato bello fare incontrare, in quell’unico testo, due storie di vita all’insegna di un’idea compiuta di moralità.
lucidellacitta2011@gmail.com
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