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Maria, la ragazza con il vestito rosso

a cura di in data 23 dicembre 2013 – 11:15Nessun commento

Maria Ledda e Bruno Brizzi bisnonni (2010) (foto archivio famiglia Brizzi)

Città della Spezia – 22 dicembre 2013 – “Qua non manca niente, ci sono tutti i conforti che forse a casa non ho, soltanto una cosa mi manca, mi manchi tu, Maria, e sai quando me ne accorgo di più? Quando devo andare a dormire e non ti vedo e non trovo la gioia di sentirmi accanto a te come quando ero a casa… Maria, il tempo passa come passano tutte le cose, un mese è quasi già passato, restano ancora undici giorni, lo so, lunghi e penosi”. Così Bruno Brizzi, il partigiano “Cammello” (ho scritto di lui in questa rubrica il 28 luglio e il 20 ottobre di quest’anno) scriveva alla moglie Maria Ledda, la partigiana “Mery”, il 4 aprile del 1952. Bruno era stato licenziato per motivi politici dall’Arsenale, e il Pci l’aveva mandato a studiare alla “scuola di partito” delle Frattocchie, vicino Roma. Quindi scriveva dal luogo dove tutti i militanti comunisti avrebbero voluto andare. Bruno subito dopo aggiungeva: “Maria, anche questo è colpa di quella vile società che ci governa, se questa non ci fosse si sarebbe liberi e felici, ma questo non è, e allora noi che viviamo in questa società dobbiamo essere gli artefici di un mondo più giusto e libero, per questo combattiamo e ci sacrifichiamo tutti per raggiungere al più presto questo sogno”. Sono pagine in cui un “comunista trinariciuto”, descritto dalla propaganda avversa come glaciale, privo di sentimenti, dedito solo al partito, si mostra in realtà alle prese con un sentimento totalizzante come l’amore. Tanto da soffrire in tal modo la lontananza dalla donna amata da non desiderare altro che finisca l’agognato “corso”. Leggiamo ancora Bruno: “Mentre ti scrivo queste parole sacre, un disco alla radio suona l’inno “Fischia il vento”, mi sento una stretta al cuore e mi pare di rivivere le giornate nostre ai monti, quando si conduceva una lotta che era vita e amore e che oggi continua, sii forte come a te riesce e non farti mai prendere dallo sconforto, Bruno ti pensa e ti è vicino come sempre”.

Maria Ledda, “Mery” (1946) (foto archivio famiglia Brizzi)

Maria se ne è andata anche lei qualche giorno fa, poche settimane dopo la scomparsa di Bruno. Molti, ai funerali, hanno ricordato commossi la Maria grande cuoca del circolo Endas di Strà e del mitico ristorante di Strà alle Feste de l’Unità: suo padre aveva un’osteria a Sarbia, in cucina c’era nata, sapeva preparare come pochi la mesciua, i muscoli ripieni e gli altri piatti della tradizione culinaria spezzina. Bruno era al suo fianco ai fornelli, ma dirigeva lei. Lo chiamava per nome, ma quando lui commetteva qualche errore lei non glielo mandava a dire, e lo rimproverava: in quei momenti lo chiamava “Brizzi”. Maria era della Valdurasca, di famiglia antifascista. Iniziò a collaborare alla Resistenza nell’estate del 1944: trasportava pezzi di armi, il bottino raccolto dai partigiani dopo l’8 settembre 1943, che venivano poi assemblati. Gli venivano forniti da un esperto armaiolo, Dario Mozzachiodi, che fu scoperto e fucilato il 10 novembre del 1944 alla Nevea, vicino a casa sua. Un giorno Maria, vestita come sempre di rosso, il suo colore preferito, era in bicicletta con una mitraglia smontata nascosta in un cesto di mele. Fu fermata da due tedeschi, diede loro una mela a testa e si salvò. Poi fu arrestata dopo una spiata, e portata in caserma in piazza Ginocchio: la picchiarono ma non parlò. Fu incarcerata, e spedita a Como dai fascisti. Qui si ammalò di scabbia e ricoverata in ospedale. Era il momento buono per scappare. Ecco la sua testimonianza: “Messami d’accordo con un’altra ragazza dei miei posti, decidiamo di ritornare a Spezia. Metto in una valigia di cartone le poche cose che avevo. Un vestito rosso che si era gelato per il freddo, lo piego spezzandolo e lo metto in valigia assieme a una saponetta e a un pezzo di pane duro e secco. Durante il viaggio di fortuna, sotto la neve, su un camion civile che ci aveva dato un passaggio facendoci salire sul cassone dietro, sbocconcellavo con la mia compagna di viaggio il pezzo di pane che nel frattempo si era ammorbidito e insaponato a causa dello scongelamento del mio vestito. Era buono lo stesso”. Maria raggiunse Beverone, in attesa di unirsi alla brigata “Cento Croci”, dove militava il fratello Antonio e dove conobbe Bruno. Era l’eroica brigata che, sotto la guida di Federico Salvestri “Richetto”, nel terribile rastrellamento del 3 novembre 1944 resistette strenuamente ai tedeschi, consentendo ai resti delle altre brigate di ripiegare e di mettersi in salvo, sia pure con gravi perdite. Maria, a Beverone, fu ospitata da una famiglia, una anziana donna con due figli, quando ci fu una incursione dei nazifascisti. La donna la travestì da vecchietta e le diede un bimbo in braccio, e Maria si salvò. Giunta al distaccamento della brigata a Buto, vicino a Varese Ligure, venne assegnata alla cucina, ma le fu anche consegnato lo Stern, con il quale combattè nella battaglia del 21 marzo 1945, quella che respinse i nazifascisti che volevano rastrellare Buto. Sposò Bruno il 26 aprile 1947, dopo non poche traversie. Subito dopo la Liberazione si ammalò di tifo e di pleurite, andò in coma: pesava 36 chili. Fu ricoverata a Merano, in uno dei tanti hotel trasformati in cliniche, che curavano i partigiani e soprattutto i deportati sopravvissuti ai campi di sterminio. Si curò mangiando, in soli due mesi raggiunse i 54 chili: la sua vera malattia era la fame. Dopo il matrimonio si dedicò alla famiglia e al circolo. E al lavoro nei campi, a far “fruttare” una mucca e un vitello. Era dura, soldi ne giravano pochi. Quando nacque la figlia Anna Bruno temette di non avere i soldi per pagare la levatrice, ma Maria li aveva raccolti a poco a poco e nascosti per quello scopo. Come partigiana aveva diritto al posto di lavoro, ma rifiutò, spinta anche da Bruno, che preferiva che la moglie non lavorasse. Poi Bruno capì il suo errore. Troppo tardi perché le capacità di Maria si esprimessero in altri campi: una concezione antiquata del ruolo della donna permeava tutta la società, Pci compreso.
Quello di Bruno e Maria è un bel racconto di vita, sottoscritto insieme. Merita di essere ricordato, come quello degli altri partigiani e deportati. Io lo faccio spesso, in questa rubrica. Me lo ha insegnato qualche anno fa, a cena, il mio amico Luis “Lucio” Sepulveda, il grande scrittore cileno (venne due volte a Spezia quando ero Sindaco). Parlavamo dei pellegrinaggi che entrambi avevamo fatto nei campi di sterminio nazisti, e lui mi disse: “In un angolo di Bergen-Belsen, vicino ai forni crematori, qualcuno -non so chi né quando- ha scritto delle parole che sono le fondamenta del mio essere scrittore, l’origine di tutto ciò che scrivo. Quelle parole dicevano, dicono e continueranno a dire finché esiste gente decisa a sacrificare la memoria: < Io sono stato qui e nessuno racconterà la mia storia>. Mi sono inginocchiato davanti a quelle parole e ho giurato che, chiunque le avesse scritte, io avrei raccontato la sua storia, gli avrei dato la mia voce perché il suo silenzio smettesse di essere una lapide carica del più infame degli oblii. Per questo scrivo.” Io non sono uno scrittore, ma voglio anch’io, nel mio piccolo, scrivere dalla parte degli ultimi, riportare i loro racconti, per salvarli dal silenzio. Maria e Bruno, giovanissimi, rischiarono la vita per restituire dignità all’Italia intera. Nel nome dei nostri valori, i valori della Costituzione della Repubblica italiana. Che non sono acquisiti una volta per tutte, ma continuamente minacciati da gruppi e organizzazioni neofasciste. Gruppi pericolosi, che cercano di fare proseliti tra i giovani, che approfittano dello smarrimento delle persone alle quali è stata sottratta la fiducia nel futuro. Il germe del fascismo e dell’autoritarismo è sempre pronto a diffondersi, soprattutto in tempi di crisi economica. Dobbiamo, ricordando Maria e Bruno, stare in guardia e respingere ogni insorgenza neofascista e ogni populismo autoritario; ma dobbiamo soprattutto dare lavoro ai giovani, aiutare i pensionati, i lavoratori che perdono il lavoro, i piccoli imprenditori strangolati dalla crisi. Nessuno va lasciato solo, è così che si difende la democrazia.
Il racconto di Maria e Bruno ci parla anche della grandezza e dei limiti del comunismo italiano. La mia riflessione mi ha condotto a una critica radicale dell’esperienza del Pci: si veda, da ultimo, “Il ciclone Renzi e il fallimento di una classe dirigente” (http:/ilblogdimastrogeppetto.blogspot.it/). E tuttavia bisogna sempre saper distinguere “ciò che è vivo e ciò che è morto” in ogni esperienza. Maria e Bruno ci fanno capire come nel Pci vi fosse un enorme patrimonio umano, fatto di sobrietà, rigore, disinteresse personale, ricerca della partecipazione popolare, lotta per il riscatto dei lavoratori e dei più deboli. E che la nostra Costituzione e la nostra Repubblica sono un merito anche del Pci, un partito che pur fece enormi errori. La sinistra del futuro sarà tutta un’altra cosa, ma è bene ricordare un proverbio cinese, come fa Emanuele Macaluso nel suo ultimo libro: “Chi prende l’acqua da un pozzo non dovrebbe dimenticare chi l’ha scavato”. Maria e Bruno, con umiltà e dignità, l’hanno scavato per tutta la vita.

lucidellacitta2011@gmail.com

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