80° anniversario dell’eccidio di Tenerano – Intervento di Giorgio Pagano
80° anniversario dell’eccidio di Tenerano
15 settembre 2024
Intervento di Giorgio Pagano
co presidente del Comitato provinciale Unitario della Resistenza della Spezia
La mia presenza qui oggi conferma la persistenza dei legami tra le nostre terre. In Lunigiana sono state ritrovate le nostre statue stele – a Pontevecchio, che aveva legami con il Portus Lunae – e i reperti del liguri apuani, che non si arresero ai romani. Come noi non ci siamo arresi ai fascisti.
Qui si insediò la banda di Lido Galletto “Orti”, un distaccamento che poi farà parte della Brigata garibaldina Ugo Muccini, la “brigata dei sarzanesi” o, meglio, della Val di Magra.
Qui operò anche il gruppo al comando dello spezzino Alfredo Contri, anarcoazionista.
Il 7 agosto 1944 a Tenerano si tenne l’incontro per unire tutte le bande della zona, apuane e spezzine, comuniste e azioniste: la Brigata Muccini, un gigante di 700 uomini, al comando di Contri, minato dalle rivalità e dagli autonomismi delle bande componenti, incapace di opporsi alle stragi naziste. Durò poco. Dopo il rastrellamento del 24 agosto ci fu la divisione: la Muccini “sarzanese”, Contri per conto suo, con la Brigata Carrara, altri gruppi ancora, legati al CLN di Apuania.
Ricordiamo oggi l’eccidio di Tenerano, o meglio gli eccidi.
Il rastrellamento del 24 agosto 1944 riguardò l’intera area apuana, a nord della prevista Linea Verde. Fu attuato dalla 16a Divisione SS e affidato alla responsabilità del maggiore Reder. Parteciparono anche un centinaio di uomini della Brigata Nera apuana, comandati dal colonnello Giulio Lodovici. L’operazione prevedeva l’accerchiamento dell’area occupata dalla brigata di Contri. Tutta l’area fu teatro di saccheggi, incendi di paesi e uccisioni di non combattenti, spesso donne e bambini.
Guadine, Castelpoggio, Gragnola, le frazioni abitate dai cavatori a monte di Carrara, i paesi sul versante nord delle Apuane – Monzone Alto, Equi, Tenerano, Viano, Campiglione, Vezzanello, Gallogna, Corsano, Lorano e Cecina – furono incendiati. Molti abitanti furono rastrellati e avviati ai campi di lavoro in Germania. Non mancarono le uccisioni dei civili, come a Tenerano: tre vittime, Giovanni Tonetti, Ovidio Folegnani, Ferdinando Bonvini. E a Vinca.
Le SS di Reder e le loro guide della Brigata Nera procedettero al massacro generale della popolazione, senza alcuna distinzione. Per circa tre giorni fu lo sterminio. Le vittime furono complessivamente 143, nella stragrande maggioranza donne, anziani e bambini.
Fivizzano aveva già conosciuto l’eccidio di Mommio nel maggio 1944. Tuttavia in quella fase i tedeschi selezionavano ancora gli omicidi. Ad agosto e a settembre la violenza fu indiscriminata, totale. Sant’Anna – 12 agosto – non è inspiegabile: è terrorismo stragista contro i civili, per sconfiggere i partigiani. Così ancora a Bardine e a San Terenzo il 19 agosto. Fino a Marzabotto, a fine settembre.
A Tenerano, il 24 agosto, i partigiani sbandarono. Fu soprattutto Galletto a resistere, favorendo il ritiro di Contri prima di sganciarsi.
C’era disorganizzazione, ma anche divisioni: tra azionisti e comunisti, e anche tra comunisti. I contrasti, dopo il rastrellamento, non furono più ricomponibili: ci fu, come ho ricordato, la rottura tra i garibaldini e Contri.
Fino al 17 settembre, quando fu trasferita in Emilia, la 16° Divisione SS continuò la sua guerra ai civili.
Nella notte tra il 3 e il 4 settembre le SS scovarono in alcuni rifugi sotterranei poco distanti da San Terenzo Monti una decina d uomini e ragazzi, e li uccisero dopo averli torturati. Il 10 settembre toccò a vari luoghi della periferia di Massa.
Poi ancora a Tenerano: il 13 settembre due famiglie furono sterminate, gli Antoniotti e i Forfori. Poi toccò a Bergiola.
Così Lido Galletto raccontò, nel bellissimo e dolente “La lunga estate”, come Luciano Forfori, partigiano di Tenerano, assistette impotente al massacro della sua famiglia:
“Dino [Galletto scrive di sé in terza persona chiamandosi Dino] sentì il piangere intenso delle donne, gli ordini gutturali dei sottufficiali e, dopo, un rafficare intenso di armi automatiche.
Dino aveva accanto Luciano Forfori, il quale per meglio vedere si era spostato dal suo posto un poco arretrato al limite del bosco.
Quando sentì il rafficare intenso delle armi e le urla dei suoi familiari, si alzò d’istinto per correre verso la sua casa. Dino riuscì in tempo a colpirlo sulla testa con la cassa del suo fucile, e farlo stramazzare sulla terra”.
Anche a settembre c’erano i fascisti. Lo ricordò, in una testimonianza del 1946, il parroco di Tenerano don Edoardo Farinelli:
“Il 23 settembre i diabolici nemici [i tedeschi], dopo aver incendiate quasi tutte le case del paese il 24 agosto, tornarono accompagnati da conosciuti… i quali avevo più volte beneficiati”.
C’erano, ancora, i fascisti di Carrara.
La piccola Mirella Antoniotti, di soli 17 mesi, venne lanciata in aria e fatta oggetto di raffiche di mitra da un soldato delle Brigate Nere di Carrara, come ha raccontato Michelina Cecchini a Daniele Rossi.
La reazione di Galletto impedì che tutto il paese fosse colpito. Leggiamo, dal libro di Daniele Rossi “La giustizia negata”, la testimonianza di Giovanni Tonetti:
“I partigiani, vedendo il gruppo nazifascista che proseguiva lungo il sentiero, si appostarono su un’altura e iniziarono a bersagliare i nazifascisti con una mitragliatrice, altri avevano uno sten, e iniziarono a sparare. Tutto questo casino fece desistere i nazifascisti dal risalire il sentiero per Bolignano, ebbero un ferito.
Se i nazifascisti avessero continuato per un paio di cento metri, avrebbero trovato tutta la popolazione di Tenerano che si era nascosta sotto Bolignano e avrebbero completato la strage. Quei colpi sparati dai partigiani salvarono il paese”.
L’eccidio venne organizzato dal tenente Albert Fischer del reparto Pionieri della 16a Divisione SS. Fischer, di stanza a Fosdinovo, era a Bardine e a San Terenzo il 19 agosto.
L’operazione citata fu la prima fase di un grande rastrellamento che colpì la zona di Monzone. Nella notte tra il 13 e il 14 settembre, in località Tre Case di Piandimolino, vennero uccise 10 persone. Nel gruppo vi era anche don Florindo Bonomi, nativo del Monte dei Bianchi; parroco di Fosdinovo, membro del C.L.N del paese. Il sacerdote venne torturato un giorno intero all’interno del castello di Fosdinovo, per poi essere portato alle Tre Case e fucilato.
Ricordiamo i 10 Caduti di Tenerano:
Antoniotti Diamante, 30 anni
Antoniotti Mirella, 1 anno
Antoniotti Pietro, 59 anni
Forfori Amelio, 8 anni
Forfori Duilio, 5 mesi
Forfori Orienta, 6 anni
Forfori Oscar, 13 anni
Morelli Santina, 38 anni
Sisti Isolina, 65 anni
Vincenti Laurina, 27 anni
E i 12 Caduti di Piandimolino:
Agostini Pietro, 42 anni
Biancardi Pompilio, 22 anni
Bonomi don Florindo, 24 anni
Della Tommasina Primo, 37 anni
Duranti Lodovico, 23 anni.
Mariani Mario, 39 anni
Nastasio Rizieri, 54 anni
Patris Umberto, 52 anni
Sani Antonio, 18 anni
Spinetti Alcide, 30 anni,
Stievano Mario, 22 anni
Tonelli Giacomo, 45 anni
Ai discendenti e alle genti di Tenerano e di Monzone, che rinnovano oggi il dolore della propria comunità per lo sterminio dei propri cari, va il nostro sentimento commosso. Una grande eredità morale è stata lasciata dai sopravvissuti.
In questo sacrario del dolore possiamo citare le parole del Presidente della Repubblica a Sant’Anna di Stazzema:
“La Repubblica può qui riconoscere le sue radici. Quelle che, anche oggi, ci spingono a respingere le ragioni della guerra come strumento di risoluzione delle controversie. Il testimone della memoria e dell’impegno continuerà a passare di mano in mano, per ricordarci che si tratta di crimini imprescrittibili, per accompagnarci sulla strada della civiltà e della pace, sconfiggendo chi fa crescere l’odio”.
Fu un periodo molto difficile per il movimento partigiano. L’incapacità dei ribelli di difendere le proprietà e le vite delle famiglie contadine minò in parte il loro rapporto con il mondo rurale. I nazisti uccidevano anche per questo.
Il passare delle settimane e dei mesi tendeva però ad attenuare i contrasti. Vi erano famiglie che, pur coscienti dei rischi che correvano, continuavano a sposare pienamente la causa dei ribelli.
L’alleanza tra i partigiani e la popolazione dei paesi della Lunigiana, cementata dall’origine locale di molti membri delle bande, dalla comune ostilità verso il fascismo e la guerra e a volte da tradizioni politiche sopravvissute sottotraccia durante il fascismo, sopravvisse al terrore scatenato dai tedeschi.
Oggi dobbiamo aggiungere un’altra, pesante, considerazione: nessuno, nel dopoguerra, ha pagato.
Questo ha pesato. Le popolazioni si sono sentite due volte vittime.
Leggiamo gli interrogatori dei nazisti: impressiona il fatto che nessuno è veramente pentito.
La rabbia dei sopravvissuti – umanamente comprensibile – è stata abilmente strumentalizzata da narrazioni di comodo, da polemiche infinite, da distorsioni della verità che hanno preso di mira le ragioni dell’antifascismo e di tutta la Resistenza.
L’assenza di processi contro i criminali di guerra nazifascisti ha nel tempo alimentato l’odio verso i partigiani, permettendo ai carnefici di rimanere impuniti. Ricordiamo le migliaia di documenti e fascicoli processuali illecitamente archiviati per oltre cinquant’anni, in nome delle ragioni della “guerra fredda”, rinvenuti solo nel 1996 presso la sede della Procura generale militare di palazzo Cesi a Roma.
Un armadio della vergogna nazionale ancora poco conosciuto. Una nuova storia cominciata nel 2002 alla Spezia grazie al procuratore Marco De Paolis ancora poco conosciuta, mentre a ogni 25 aprile si riapre il processo alla Resistenza, ribaltando torti e ragioni, meriti e bassezze, valori e disvalori. Quasi che le azioni partigiane fossero atti di terrorismo, mentre si assiste a una generale riabilitazione del fascismo e a una giustificazione delle colpe dei tanti crimini commessi da militi della Rsi, “buoni padri di famiglia”, costretti solo a obbedire a ordini superiori.
Una vecchia narrazione, si dirà. Tipica di chi ama avvelenare i pozzi. Ma forse vale la pena di ricordare (oggi che si cerca di rileggere il passato senza alcun rispetto per le vittime e i loro famigliari, persino negando la verità processuale sull’eversione nera degli anni 70) che un tempo ci fu una generazione ribelle capace di risollevare la patria, trascinata nel fango da Benito Mussolini e dai suoi miti guerrieri. E forse dal ricordo nascerà anche la riconoscenza per quei resistenti alla macchia, decisi a combattere con ogni mezzo il terrore nazifascista per riprendersi la libertà e restituire dignità al Paese che nel 1922 aveva regalato il potere al fascismo.
Leggiamo le considerazioni di Marco De Paolis nel suo libro “Caccia ai nazisti”:
“Mi accorgevo che quando raccontavo la mia esperienza, le altre persone, compresi i colleghi, non solo non provavano quello che provavo io, ma talvolta mi guardavano con sufficienza o commiserazione, come fossi un po’ eccentrico. Una specie di soggetto fuori moda con la fissazione delle stragi, delle vecchie e inutili storie del nazismo; come se il nazismo fosse qualcosa di vecchio, di morto e sepolto, un fossile senza vita.
Invece non è così. Non solo perché fare giustizia è il preciso dovere di ogni magistrato e venire meno a tale dovere è ripugnante per un servitore dello Stato. Ma anche perché – come ho imparato in più di un’occasione – il seme cattivo del nazismo è sempre attuale e pericoloso, anche ai giorni nostri. Non è tramontato de tutto, ma è presente in varie forme, per così dire, silenti.
Per i giovani, il pericolo esiste. Nelle scuole, negli stadi, su Internet, nei luoghi di aggregazione giovanile è spesso presente – anche sotto mentite spoglie – quella parte di politica che al nazismo e al fascismo si ispira, che crede alla più o meno palesata superiorità di qualcuno sugli altri, che punta alla disumanizzazione del diverso. Per questo credo sia importante conoscere la storia, la nostra storia anzitutto. Perché è su questa storia che si fonda oggi la libertà di cui godiamo, il nostro meraviglioso benessere. Ed è necessario conoscere dunque quel lungo e tormentato percorso che ci ha condotti fin qui e che, in parte, si ritrova nelle pagine di questo libro. Un percorso che qualcuno ha voluto interrompere nel 1960 e che avrebbe potuto essere ripreso con ben altro vigore e ben altri risultati nel 1994, se si avesse avuto maggiore consapevolezza e coscienza di quei valori di solidarietà, umanità e democrazia che sono le fondamenta della nostra comunità”.
Parole sacrosante. Ora la questione è diventata questa: scomparse le forze politiche antifasciste che diedero vita alla Resistenza e alla Costituzione, ci restano – e non è poco – l’antifascismo e la Costituzione. Cioè le idee morali e le norme giuridiche che costituiscono il fondamento di uno Stato. Attorno a cui il popolo italiano ha sempre fatto quadrato: lo hanno dimostrato i risultati di due referendum.
Ma qual è il rapporto fondamentale tra Resistenza e Costituzione? Sta nel fatto che la Costituzione si fonda su un principio di cittadinanza attiva – il popolo che “esercita” la sovranità – articolato attraverso una serie di strumenti: la libertà di pensiero e di parola, i sindacati, i partiti, le associazioni, la scuola pubblica. Esattamente il contrario della politica tutta ricondotta a un capo. La questione è che la Costituzione va attuata: è una forza inesplosa. Ma se si passa allo strapotere dell’esecutivo sul legislativo, se sindacati, partiti, spirito attivo che porta alla cittadinanza e alla partecipazione non trovano una nuova vitalità, allora la Costituzione resterà inattuata, e forse troverà il suo capolinea. Questa è la grande questione dell’oggi.
E noi, associazioni partigiane, non possiamo non dire: di fronte al disincanto del popolo per la politica, riscopriamo la bellezza della politica. Cioè il cammino della Costituzione, fatto di dignità, legalità, onestà, giustizia sociale e ambientale, altruismo, fratellanza, solidarietà. L’emancipazione e la liberazione della persona – a partire dalla persona che lavora – dal mercato. Cittadini, non più clienti. Lavoratori liberi, non più sfruttati. Non serve un capo, serve una coscienza collettiva alla ricerca del bene comune, che è tutto già prescritto nella Costituzione.
L’umanesimo partigiano ci ha lasciato grandi lezioni, più che mai attuali.
La prima lezione è che, dopo vent’anni di “credere obbedire e combattere”, i partigiani hanno smesso di obbedire e hanno scelto loro in che cosa credere e per che cosa combattere. Si sono assunti una responsabilità. Anche noi dobbiamo farlo. La repubblica sono i cittadini, lo Stato siamo noi, siamo sovrani e abbiamo il compito di esercitare questa sovranità. Ottant’anni dopo, il nostro compito è “resistere ogni giorno”, cioè “scegliere ogni giorno”. Cosa significa resistere se non “piantare il melo anche se domani scoppiano le bombe”, come diceva Martin Luther King? Cos’è lo spirito del 25 aprile, se non è questo? Se non piantiamo il melo, oggi e domani e dopodomani, non ci sarà festa in piazza che ci salverà; se non lavoriamo con onestà e giustizia ogni giorno, nei nostri luoghi di vita e lavoro, nella società civile, nelle stanze della politica, se non facciamo le scelte giuste – e solo noi possiamo sapere quali siano quelle giuste, interrogando ogni giorno la nostra coscienza, come facevano i partigiani lassù in montagna – se non facciamo di ogni giorno della nostra vita un inno alla trasformazione del mondo e della nostra anima, tutto sarà vano.
La seconda lezione è che, in un periodo in cui si lottava per la sopravvivenza, i partigiani non pensavano solo al presente, che pure era pieno di drammatiche urgenze, ma non hanno mai smesso di immaginare il futuro: la pace, la democrazia, la giustizia. Oggi il futuro sembra una dimensione vaga e nebulosa, soprattutto per le ragazze e i ragazzi. Ma dobbiamo avere la forza di pensare il futuro. La storia non è finita.
La terza lezione è che quel periodo tragico spingeva all’individualismo e a pensare a se stessi. Eppure i partigiani non hanno mai smesso di pensare alla dimensione collettiva: la vita intesa come cammino non solo individuale ma anche per gli altri e con gli altri. La vita intesa come farsi carico della sofferenza degli altri. Una scelta rivoluzionaria, l’unica capace di cambiare il mondo. L’apertura incondizionata verso l’altro è la cultura di cui abbiamo bisogno. E’ la riflessione di don Lorenzo Milani in “Lettera a una professoressa”: “Ho imparato che il problema degli altri è uguale al mio. Sortirne tutti insieme è politica. Sortirne da soli è avarizia”. L’immedesimarsi nell’altro per cercare tutti insieme di liberare, di autogovernare, di rendere degne le nostre vite. E’ una lezione perenne, contro l’individualismo oggi così prevalente.
La quarta lezione è che la pace era il vero valore, e il vero obiettivo, di chi combatté la guerra di Liberazione. La guerra di Liberazione voleva la fine della guerra, la liberazione da tutte le guerre, e condannava la guerra come male non riparabile. E voleva la ricerca della pace, come principio di civiltà contrapposto alla barbarie di ogni ideologia della morte. Di cui il fascismo era – e portava sulle proprie divise – l’emblema.
Non a caso l’art. 11 della Costituzione recita: “L’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali”. “Ripudiare” vuol dire non riconoscere più come proprio qualcosa che pure è nostro, o lo era fino a quel momento. Il carattere micidiale assunto dalla guerra fu cioè compreso dai resistenti, che pure avevano vinto anche con le armi, quando divennero costituenti. In un mondo pervaso dal fervore bellico, che sta uccidendo la politica – che è ricerca della pace e del compromesso –, dobbiamo, in Ucraina, in Israele e in Palestina e dovunque nel mondo c’è la guerra, batterci con tenacia per cercare la via della pace. Cessate il fuoco, negoziate! Basta uccidere!
Forti di queste lezioni diciamo grazie alle partigiane e ai partigiani.
Viva la Resistenza! Viva la Costituzione! Viva l’Italia libera, democratica e antifascista!
Giorgio Pagano
co presidente del Comitato provinciale Unitario della Resistenza della Spezia
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