Quando gli spezzini venivano torturati e sembravano lupi affamati

Migliarina, Chiesa di San Giovanni Battista, dipinto “In memoria dei Caduti di Mauthausen” di Renato Manfredi
(2024) (foto Giorgio Pagano)
Città della Spezia, 17 novembre 2024
La nostra città è l’unica ad ospitare all’interno di una chiesa un dipinto – ne è autore il pittore Renato Manfredi – dedicato alla deportazione nei campi di concentramento nazisti. Fu inaugurato il 23 ottobre 1982 nella chiesa di San Giovanni Battista a Migliarina, alla presenza del vescovo Siro Silvestri. L’idea nacque durante una visita fatta dal vescovo, con il parroco e i fedeli, a Mauthausen, il lager in cui furono rinchiusi e in gran parte uccisi la maggior parte dei deportati spezzini.
Nel grande dittico il primo quadro, pervaso dalle tenebre, rappresenta la flagellazione di Cristo, a cui fanno da sfondo le torrette e il muro del lager di Mauthausen. Il secondo quadro presenta invece una scena luminosa, in cui splende Cristo Risorto, vestito d’oro. Il muro di cinta del campo di concentramento è distrutto, per lasciar spazio a erba e luce, cioè alla vita.
Perché fu scelta la chiesa di Migliarina? Perché Migliarina e Canaletto – che allora si chiamava Migliarina a mare – erano le zone della città dove l’ambiente antifascista era più omogeneo e numeroso: per questo furono maggiormente colpite dalla ferocia nazista e fascista. Era una popolazione composta in gran parte da operai, ma c’erano anche tanti piccoli operatori economici, in maggioranza antifascisti. I partigiani migliarinesi erano moltissimi, e spesso scendevano dai monti a compiere sabotaggi e azioni, supportati dalle SAP, i partigiani che operavano in città.I rastrellamenti si susseguirono a partire dal settembre 1944. Tutta la città, e Migliarina in particolare, viveva nel terrore. Il rastrellamento più massiccio fu quello del 21 novembre – ottant’anni fa – che pesò enormemente nella memoria degli anni della guerra alla Spezia. Furono arrestate più di 250 persone, incarcerate e torturate prima nella sede del Comando repubblichino, l’ex Caserma 21° Reggimento Fanteria, poi nel carcere di Marassi a Genova, e da lì trasferite nel campo di Bolzano e quindi a Mauthausen. I fascisti volevano punire Migliarina per essere stata sede di attentati a fascisti della zona, ma anche dare un segnale a tutta la popolazione, in primis a quei settori della borghesia che erano stati vicini al fascismo e ora lo stavano abbandonando. Molti furono i professionisti, i funzionari, i poliziotti arrestati, così i sacerdoti: o impegnati nell’antifascismo, o non più proni al fascismo. La Spezia ha ottenuto in questo modo un triste primato: è la città italiana che, in percentuale alla popolazione, ha avuto il maggior numero di vittime a Mauthausen. E, alla Spezia, il triste primato lo ha Migliarina. Per fortuna quasi un centinaio degli ultimi arrestati non andarono in Germania per il bombardamento del Brennero e della linea ferroviaria, e rimasero a Bolzano o a Genova o a Milano.
Il rastrellamento di Migliarina fu anche l’occasione, per i fascisti, di mostrare ai tedeschi che cosa “sapevano fare”. Costruirono a tal fine una documentazione del tutto falsa, costringendo con la tortura a firmare confessioni su responsabilità nelle azioni antifasciste che in realtà non esistevano affatto. I tedeschi, insospettiti, se ne accorsero, ma poi lasciarono correre.

Migliarina, presso il sagrato della Chiesa di San Giovanni Battista, “In memoria della deportazione migliarinese e spezzina del 1944 nei campi di sterminio nazisti” di Andrea Beconcini
(2024) (foto Giorgio Pagano)
I protagonisti del terrore fascista sono noti: alcuni di loro pagarono nel dopoguerra con la pena di morte. Tra essi il famigerato Aurelio Gallo. I peggiori elementi dello squadrismo vecchio e nuovo si trovarono insieme nell’ex 21°. Le testimonianze degli orrori lì praticati sono tantissime, anche nelle carte dei processi. Leggiamo il racconto di Attilio Battolini, socialista vezzanese:
“Dalla stanzetta, prima adibita a corpo di guardia, si veniva destinati, a suon di pugni, calci e sputi in faccia […] a celle strette e luride, in numero di cinquanta prigionieri ove un tempo venivano ospitati dieci soldati circa. […] Alla sera cominciavano gli interrogatori: si era accompagnati alla camera di tortura con il solito sistema degli schiaffi e dei calci [….]. Iniziava la tortura, in perfetta ambientazione terroristica: lampada a luce bassa, rivoltelle, nervi con piombo, esecutori dietro le spalle nel semibuio. Ad un cenno dei ‘capi’, quelli che stavano sul fondo toglievano con forza il soprabito, la giacca e talvolta la camicia, legavano con una catena le mani sulla schiena, ficcavano un fazzoletto in gola e imbavagliavano. Alle imputazioni formulate dagli inquisitori, l’accusato doveva rispondere con cenni del capo: sia che si rispondesse affermativamente o negativamente, una sarabanda di torture d’ogni genere arrivava addosso al povero disgraziato che per ore (chi scrive ha ricordo di sei ore, dico sei, in una serata) veniva sbattuto in una parte o l’altra della stanza”.
Quali furono queste medievali torture lo raccontarono un centinaio di spezzini giunti nel campo di Bolzano. Gli altri detenuti rimasero molto colpiti, e alcuni di loro ne scrissero nel dopoguerra. Leggiamo un passo del libro del notaio Aldo Pantozzi, di Bolzano, sulle torture:
“Quella dell’acqua – cannello di gomma introdotto nella gola per costringere a bere e bere fino a sentirsi scoppiare –, quella del ferro – corona ferrea intorno alla fronte con avvitamento progressivo –, quella del fuoco –, che andava dai fiammiferi sotto le unghie ai ferri arroventati sulle carni –, ed a quella terribile della trazione del corpo mediante un bordino legato agli organi genitali”.
La vicenda di quel centinaio di spezzini, scrive Pantozzi, “per me […] rappresentò da quel giorno l’intera tragedia del popolo italiano”.
Giovanni Favagrossa, partigiano di Casalmaggiore, combattente nell’Appennino Emiliano, colse in noi il simbolo della stessa tragedia nazionale quando, nel gennaio 1945, scese per una missione a Parma, entrò nella Stazione ed ebbe per la prima volta nella sua vita il contatto con brandelli di miseria e di sofferenza quotidiana:
“Gran parte dei viaggiatori in attesa dei treni in partenza erano spezzini [arrivati] a guisa di lupi affamati, per cercare nella pianura emiliana e lombarda un po’ di cibo. Riposavano sdraiati per terra poggiando il capo su enormi pacchi di viveri […], stavano raggomitolati su se stessi cercando indubbiamente in quella strana posa di combattere la morsa del freddo. Ed erano donne giovani e vecchie, erano ragazzetti di dieci-dodici anni, erano bambine e ragazzette smilze e pallide…, avvolte in miseri scialli che dovevano certo poco riparare dalle intemperie quei corpi rattrappiti e stanchi”.
Poveri nostri concittadini, quanto patirono durante il fascismo, l’occupazione nazista, la guerra.
Post scriptum:
Sul rastrellamento del 21 novembre 1944 rimando agli articoli di questa rubrica:
Storia di Adriano, deportato a diciassette anni, 23 novembre 2013
Sacerdoti resistenti, 10 agosto 2014
Migliarina ricorda, 23 novembre 2014
I ribelli della Lunigiana e Aurelio Gallo, il torturatore, 22 aprile 2019
Storia della Resistenza civile dei poliziotti, 15 maggio 2022
e al testo: Prefazione a “Umili e ribelli” di Luigi Leonardi, www.associazioneculturalemediterraneo.com
lucidellacitta2011@gmail.com
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