L’uccisione di don Bobbio e la Repubblica del Vara
Città della Spezia, 12 gennaio 2025
I paesini dell’alta Val di Vara ottant’anni fa erano poverissimi, senza strade e servizi. C’era solo la terra da coltivare, ma non fecondissima. Tanta emigrazione in America. Tante bocche da sfamare. Oltre ai contadini del posto, erano arrivati gli sfollati dalle città bombardate e i partigiani di due Brigate: la Centocroci, dipendente dal Comando spezzino, e la Coduri, dipendente dal Comando genovese. Nella zona operavano i tedeschi ed erano stanziati – a Velva – anche gli alpini della Divisione Monterosa, schierati con i fascisti, ma con forti spinte interne alla diserzione.
I parroci erano i punti di riferimento della popolazione, e svolgevano il compito di assistenza per i partigiani: spirituale ma anche materiale, perché bisognava sfamare, nascondere o trarre dai rigori dell’inverno i giovani combattenti. Don Luigi Canessa, parroco di Cassego, era il cappellano della Centocroci, don Giovanni Battista Bobbio, parroco di Valletti, il cappellano della Coduri, il cui Comando aveva sede proprio a Valletti.
Nato a Bologna il 3 luglio 1914 ma di famiglia valtarese, di Bedonia, don Bobbio aveva studiato nel seminario di Bedonia e poi in quello di Chiavari. Ordinato sacerdote, era arrivato a Valletti il 14 febbraio 1939. Amato e stimato, si adoperò fin da subito in un’opera non facile di accordo con gli alpini della Monterosa. Instaurò un rapporto con il colonnello Policario Clerici, del Comando della Monterosa. Ma era un alpino fascistissimo, e con lui non ci fu nulla da fare. Clerici trattò sia con la Coduri che con la Centocroci: ma senza esiti, perché voleva solo risultati a lui favorevoli. Altri alpini, invece, passarono nelle fila partigiane. Don Bobbio fu il cappellano della Coduri non per scelta ideologica ma per missione sacerdotale: il paesino brulicava di partigiani, il suo ruolo non poteva essere che quello.
Il 30 e il 31 dicembre 1944 furono giorni tra i più tragici. Il rastrellamento nazifascista partì dal passo del Biscia, probabilmente per qualche spiata. Il Comando di brigata si ritirò a Varese Ligure, per un errore causato da un equivoco. Le vittime furono nove, i prigionieri 32. Le forze sbandate della Coduri si riunirono con quelle della Centocroci. Venti partigiani, addirittura, passarono con la Centocroci. Altri tre saranno i caduti, nei giorni successivi: in totale 12.
Don Bobbio era stato preso prigioniero. Ma perché fu ucciso? Aveva fatto da intermediario, come da sua funzione: e di solito gli intermediari non si uccidono. Forse il motivo, come spiega lo storico Sandro Antonini nella sua storia della Brigata Coduri, fu il fatto che, durante il rastrellamento, gli uomini del capitano della Monterosa Lorenzo Malingher perquisirono la canonica e trovarono “documenti compromettenti”. Così scrisse in un rapporto del 2 gennaio il comandante della brigata nera Faloppa. Si trattava di carte partigiane, probabilmente.
Il giovane prete fu ucciso senza alcun processo il giorno dopo, 3 gennaio, al poligono di tiro di Chiavari, dopo essere stato trascinato per le vie della città con una grossa corda al collo.
Mons. Paolo Botto, Provicario generale a Chiavari, l’unico sacerdote che poté avvicinarlo nell’ultima ora, riferì che durante la Messa che don Bobbio ebbe licenza di celebrare disse ai militi presenti:
“Dio vi perdoni per ciò che state per fare contro di me”.
Nell’esame di questa tragica vicenda bisogna considerare che il principale esponente del fascismo chiavarese era il criminale Vito Spiotta, comandante del III battaglione della Brigata Nera Silvio Parodi, vice federale di Genova del Partito Nazionale Fascista. Spiotta, con due fascisti della sua banda, fu condannato a morte dopo un regolare processo e fucilato l’11 gennaio 1946.
La banda Spiotta fu responsabile di rastrellamenti con distruzioni, saccheggi, incendi, e di omicidi seguiti a torture. Il suo operato ricorda molto quello della banda di Aurelio Gallo alla Spezia.
Come per la banda Gallo, nella sentenza si fa riferimento a “torture… praticate con raffinata, medievale barbarie”: percosse con bastoni, calci di pistola e fruste appesantite dal piombo, distorsione delle dita, asportazione delle unghie, applicazione di corrente elettrica ai genitali e altre sevizie.
Spiotta aveva una vera e propria ossessione contro i sacerdoti. Emerge dai suoi scritti nel giornale che dirigeva, “La Fiamma Repubblicana”. Una delle testimonianze più agghiaccianti dei sopravvissuti alle torture della banda è, non a caso, quella di un sacerdote, don Luigi Pinamonti.
Qui c’è un’altra analogia con Gallo. Nel rastrellamento del novembre 1944 alla Spezia tanti sacerdoti furono arrestati, torturati e deportati dalla banda Gallo: due a Sarzana, nove a Migliarina, pur non avendo a che fare con la Resistenza. Non tutti, almeno.
Tra gli obiettivi di Spiotta c’era don Mario Casale, parroco di Statale, partigiano con la banda Beretta in Val di Taro, poi a lungo parroco di Pugliola. Si legge sulla “Fiamma repubblicana”: “Sconcio tra gli sconci il vescovo di Sarzana [Giuseppe Stella, vescovo di Spezia, Sarzana e Brugnato nel 1943-45] prese parte ad un banchetto il 24 agosto [1944] nella canonica di Statale ed al fianco si vedeva un ribelle, armato di Sten, e ribelli armati lo hanno scortato fino a Sarzana”.
Viene in mente l’incontro di don Canessa, cappellano della brigata Centocroci, con Stella a Scogna di Sesta Godano: “Persevera nel tuo duro lavoro”, gli disse il vescovo. La figura di “Beppe Astro” – così chiamavano i contestatori del Sessantotto monsignor Stella, tornato vescovo – va riconsiderata.
Sull’ossessione di Spiotta verso i sacerdoti ho fatto una piccola “scoperta” storiografica, che può aiutare lo sviluppo delle ricerche sulla banda Spiotta. Ho visionato, grazie alla figlia, i quaderni di appunti di Aldo Fiordalisi, un partigiano che nel dopoguerra ha raccolto alcune testimonianze sulla banda. Egli scrive:
“Su un cartello attaccato a un sacerdote caduto era scritto: ‘Don Bobbio, poligono di tiro’”.
Sulle montagne della Liguria, diceva Spiotta, non doveva “rimanere un filo d’erba”.
Per fortuna non fu così.
Dopo la morte di don Bobbio venne nominato cappellano della Coduri don Federico Malacalza detto “don Libero”, originario di Bobbio, che lo sostituì degnamente fino alla Liberazione.
Nei giorni successivi al 3 gennaio 1945 ci furono alcuni incontri per verificare il passaggio della Coduri sotto il Comando spezzino. Non se ne fece nulla, perché i capi della Coduri temevano di essere fagocitati da un ingranaggio che non conoscevano del tutto. Poi venne il rastrellamento più terribile, quello del 20 gennaio 1945, che portò alla scissione della Centocroci: una parte andò nel Parmense, una parte si stabilì più in basso.
Eppure Centocroci e Coduri erano state, insieme, protagoniste di una delle pagine più belle della Resistenza in Val di Vara, proprio nei mesi immediatamente precedenti al rastrellamento del 30 e 31 dicembre 1944 e all’uccisione di don Bobbio: fu poi chiamata, forse un po’ retoricamente, la “Repubblica del Vara”. Ma fu davvero una interessantissima esperienza di partecipazione democratica, dopo vent’anni di dittatura, in un Paese dove la democrazia non c’era mai stata veramente.
La “Repubblica” nacque alla fine dell’ottobre 1944. I due commissari politici Bruno Monti “Leone”della Coduri e Terzo Ballani “Benedetto” della Centocroci entrarono nel Consiglio Comunale di Varese Ligure. Subito dopo vennero create delle sotto giunte democratiche comunali con il compito di riunire le popolazioni e di ascoltarle nelle loro esigenze. Furono istituiti dei servizi sanitari grazie a medici locali e sfollati; vennero calmierati i prezzi dei prodotti alimentari e fu stabilita la distribuzione delle carni due volte alla settimana; proprio a Valletti venne aperto un ufficio assistenziale a favore della popolazione; fu presa l’iniziativa per la riapertura delle scuole, convocando tutte le insegnanti disponibili, una ventina. Anche il territorio della vicina Maissana fu coinvolto nella creazione di una vera e propria “zona libera”.
Fu una prima “presa di parola”, espressione del desiderio di riprendere in mano le sorti e i destini popolari. Avvenne in una realtà contadina, profondamente cattolica: l’ispirazione cattolica seppe andare oltre un certo bigottismo conservatore e contro la retorica ufficiale del tempo e si saldò, sul piano umano ed etico, alla lotta per la Liberazione e alla Resistenza. In quella fase i partigiani comunisti – tali erano “Leone” e Benedetto” – entrarono in sintonia con i contadini cattolici. In seguito sarà più difficile. Chissà, forse da entrambi i lati si sentì istintivamente che il socialismo aveva, nel suo nucleo più puro e autentico, qualcosa di profondamente affine al cristianesimo. Era il pensare alla dimensione collettiva: la vita intesa come cammino non solo individuale ma anche per gli altri e con gli altri. La vita intesa come farsi carico della sofferenza degli altri. E’ la riflessione di don Lorenzo Milani in “Lettera a una professoressa”: “Ho imparato che il problema degli altri è uguale al mio. Sortirne tutti insieme è politica. Sortirne da soli è avarizia”. L’immedesimarsi nell’altro per cercare tutti insieme di liberare e di rendere degne le nostre vite. E’ una lezione perenne, contro l’individualismo oggi così prevalente. E’ la lezione di don Bobbio. Quando gli dissero che Valletti era circondata e lo invitarono a salvarsi lui rispose: “Ho questi morti e in casa la mamma che non sta bene: non voglio abbandonare né l’una né gli altri”.
Comunque non finì come voleva Spiotta. E i varesini si ricordarono ancora dei partigiani. Due mesi dopo la Liberazione invitarono la Coduri per festeggiarla in riconoscenza della esemplare condotta morale prima ancora che militare. Così raccontò “Leone”:
“La Coduri attesa alle porte della città dalla banda cittadina ha sfilato lungo le vie sotto una pioggia commovente di petali di rose lanciate da tutte le finestre in omaggio alle forze partigiane”.
Post scriptum
Sul ruolo dei sacerdoti nella Resistenza rimando agli articoli di questa rubrica “Sacerdoti resistenti” (10 agosto 2014), “La lezione di Hidalgo” (21 dicembre 2019) e “Quando gli spezzini venivano torturati e sembravano lupi affamati” (17 novembre 2024).
Sulle “zone libere” rimando all’articolo su www.patriaindipendente.it La vittoria conquistata e perduta. L’epopea eroica delle Zone Libere delle Valli del Taro e del Ceno” (17 dicembre 2024).
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