Graziella e la Lerici mai doma
Città della Spezia, 24 novembre 2024
Con Graziella Ghidoni se ne è andata una parte di storia della comunità lericina.
Una storia di umanità, di umanesimo. Di lotte per la libertà, l’uguaglianza, la fratellanza.
Fin da bambina Graziella si è nutrita di quest’aria, quando era molto difficile respirarla. Perché c’era la dittatura. Graziella era l’unica spezzina in vita che aveva conosciuto il confino fascista. Il confinato era papà Alfredo, operaio militante nel Partito comunista clandestino, arrestato nel 1936, processato dal Tribunale Speciale e condannato a cinque anni da trascorrere nella colonia penale dell’isola di Ponza.
Nel 1939 la mamma di Graziella, Lina, ebbe il permesso di far visita al marito e si recò a Ponza con la figlia, che allora aveva sette anni. Stettero insieme quindici giorni, Graziella ricordava di avere incontrato Umberto Terracini e Camilla Ravera, tra i massimi dirigenti del Partito comunista. Marito e moglie avevano naturalmente bisogno di un po’ di intimità, dopo la lunga lontananza. In quelle ore del giorno Graziella veniva accudita dal carrarese Gino Menconi – fu poi tra le vittime dell’assalto al Comando Unico parmense a Bosco di Corniglio, nell’agosto 1944 – che la passava a prendere per fare una passeggiata.
Poco dopo il rientro a Romito – dove i Ghidoni abitavano – la colonia di Ponza fu smobilitata e Alfredo fu trasferito ad Agliano e poi a Bernalda, in Basilicata: nel profondo Sud, zona malarica, poverissima, senz’acqua, senza fognature, con beni alimentari scarsi.
Lina e Graziella ottennero di potersi trasferire a Bernalda, per riunire la famiglia. Per il mantenimento, Lina avrebbe dovuto lavorare. Lei fin da giovanissima aveva fatto un po’ di tutto, dal raccogliere la legna nei boschi, a lavorare in un pastificio e poi in fabbrica. A Bernalda c’era bisogno di una parrucchiera per le signore: Lina non si scoraggiò e imparò il mestiere in una quindicina di giorni dalla sorella del padre. Fece la parrucchiera in tutto il territorio materano, dove conobbe il giovanissimo Rocco Scotellaro, poi celebre scrittore. Graziella frequentò a Bernalda la seconda e la terza elementare, e a poco a poco si abituò a quella vita in un ambiente così diverso.
Alfredo Ghidoni rientrò a Romito nell’agosto 1941, scontati i cinque anni di confino. Graziella un po’ prima, per sfuggire a un’epidemia di poliomielite. Lina rimase invece a Bernalda per lavorare e guadagnare, tornò solo quando il marito trovò lavoro come fresatore e tornitore da Motosi, un imprenditore che aiutava i lavoratori antifascisti. Nell’estate del 1943 Alfredo e Lina poterono finalmente avere una loro casa e si trasferirono a Lerici.
Cominciò la Resistenza, Alfredo si dedicò alla tipografia clandestina della Rocchetta, nella villa del “Fodo”, con l’aiuto anche di Lina. La tipografia fu installata nel novembre 1943, e servì sia il PCI che il CLN. Fu costruita da Tommaso Lupi, partigiano comunista lericino, insieme ad Alfredo e ad altri suoi compagni: il fratello di Lina Armando Isoppo, Argilio Bertella “Argì” e Anselmo Corsini. Leggiamo il racconto di Graziella:
“In quel periodo mio padre talvolta portava a casa dei pacchi di cui inizialmente non conoscevamo il contenuto, in seguito lui ci informò che si trattava di risme di carta. La sera, dopo cena, quando faceva buio egli si allontanava da casa con uno zaino sulle spalle in cui aveva riposto parte di quelle risme, rientrava qualche ora dopo portando nello zaino altri pacchi del cui contenuto la mamma fu messa al corrente. Si trattava di stampa clandestina antifascista che, sotto la forma di volantini, veniva distribuita nelle fabbriche della città. Talora la carta arrivava con il vaporetto che faceva servizio tra Lerici e La Spezia, con la complicità di un marinaio che provvedeva a scaricarla sul pontile di attracco: la mamma, dopo averla presa in consegna, tornava a casa mescolandosi con gli operai e i passeggeri che erano scesi dal battello. Spesso, dopocena, quando mio padre con il suo carico usciva di casa, ci univamo a lui per un buon tratto di strada lungo la collina, poi ci salutavamo, e mentre la mamma e io tornavamo a casa, lo vedevamo allontanarsi nel crepuscolo con il suo passo cadenzato, curvo sotto il peso che aveva sulle spalle”.

Lerici, fine anni Quaranta – da sinistra lo zio Armando Isoppo, la
mamma Lina con Fuffi, Graziella; il primo a destra è il padre Alfredo,
con la cugina Carla
(foto archivio familiare)
Alfredo era molto accorto: riteneva che il vedere una famiglia intera salire in collina durante il coprifuoco avrebbe suscitato meno sospetti di una persona sola. Ma una sera ci fu uno scontro tra gli aerei degli Alleati e la controarea nazista: le schegge arrivarono vicino ai Ghidoni, e Alfredo decise che da quella volta sarebbe sempre salito solo.
La casa di Lerici divenne un punto di incontro dei dirigenti della clandestinità. I Ghidoni avevano un cane, pure lui antifascista: si chiamava Fuffi e abbaiava sempre ai tedeschi, che gli rispondevano “Tu kaputt”. Una volta un tedesco voleva sparargli, fu Graziella a salvarlo. Da allora ha sempre amato i cani, fino all’ultima, Stella, che tanta compagnia le ha fatto nell’ultima fase della sua vita.
Alfredo fu nuovamente arrestato nell’aprile del 1944. Fu tradotto all’ex XXI Reggimento Fanteria e torturato dal criminale fascista Aurelio Gallo, ma non parlò. Era un uomo coraggioso. Come la moglie Lina: una donna forte e indomita, che si oppose all’arresto di Alfredo e andò in Questura, ammonendo: “I tempi stanno cambiando, ne risponderete!”. Lina sostituì Alfredo nei rapporti con il partito. Graziella ha preso molto dalla mamma, le ha insegnato a essere forte, a resistere, sempre.
Come quando andarono, nel gennaio 1945, un gennaio freddissimo, a trovare, dopo un lungo percorso a piedi, Alfredo, nel frattempo liberato e salito ai monti in alta Val di Vara con la Brigata Cento Croci. Restarono qualche giorno. Lì Graziella fece le prime lezioni di latino, l’insegnante era un sacerdote. Ma cominciava l’ultimo grande rastrellamento, quello del 20 gennaio 1945, e fuggirono in fretta, mentre Graziella aveva la febbre.
Graziella ha camminato mai tanto, da ragazza. E poi non hai mai smesso. Fino all’ultima estate, sotto il sole con il suo cappello elegante.
Alfredo e Lina, due semplici operai, la fecero studiare. Volevano il figlio dottore, come avrebbe detto una canzone. E Graziella ce la fece. E’ stata un bravo medico, pediatra e anche anestesista, capace e umana. Tanti si ricordano di lei, dopo i molti anni di impegno all’ospedale di Sarzana.
Graziella è sempre stata umile, mai saccente. Colta e popolare. Ha scritto un bellissimo libro di storia popolare, “La Siepe di Bosso”. Gentile, della gentilezza delle classi popolari. Le classi popolari, quando sono colte, hanno una grazia speciale. Come i Ghidoni, come Lupi, come “Argì” e sua moglie Teresa, come “Sgancia”. Abbiamo avuto il privilegio, noi antifascisti lericini, di conoscere la grazia dei borghesi aristocratici come Luigi Fiori, e la grazia delle classi popolari. Due grazie diverse ma unite, ed entrambe indomite.
Graziella era colta e curiosa. Cercava sempre di imparare, a novant’anni all’Unitre.
Si è sempre impegnata per la memoria della Resistenza nell’ANPI di Lerici, di cui era presidente onoraria, come lo era stato Luigi Fiori.
E’ sempre stata al servizio della sua comunità. A Lerici è stata consigliere comunale e assessore per il Partito comunista, lasciando un segno molto importante: l’ambulatorio medico in via Gerini, da lei fortemente voluto. Ci lascia l’insegnamento della sanità pubblica: come presidio di diritti e non solo come fornitore di servizi. Un preciso dovere di chi amministra e di chi governa. Come Graziella ha fatto, servendo la Costituzione. Grazie alle persone come lei l’impianto del servizio sanitario pubblico e universalista appare ancora tanto solido da resistere, nonostante tutto.
Graziella ha sempre resistito, in forme diverse. Qualche giorno fa, sul letto, non pensava alla morte. Mi ha detto: “Ci vediamo a camminare”.
La frase che ha inserito all’inizio del suo libro è significativa. E’ di Moni Ovadia: “La memoria è un cammino per il futuro”. La memoria è speranza. La sua vita ci insegna che è possibile cambiare, sempre. Che la storia non è finita. Che l’umanità non è mai doma, che Lerici non è mai doma.
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