Presentazione di “Ennio Carando. Un filosofo nella Resistenza” di Giorgio Pagano, Giovedì 28 Maggio a Vezzano Ligure, Sabato 30 Maggio a Pitelli e Lunedì 1 Giugno a Tellaro
25 Maggio 2026 – 22:19

Presentazione di
“Ennio Carando. Un filosofo nella Resistenza”
di Giorgio Pagano
giovedì 28 maggio ore 17.30 a Vezzano Ligure
sabato 30 maggio ore 18 a Pitelli
lunedì 1° giugno ore 18 a Tellaro
Tre presentazioni, nei prossimi giorni, del libro di …

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7 dicembre 1944. Il rastrellamento a Vezzano

a cura di in data 22 Maggio 2026 – 22:34

Vezzano
(2016) (foto Giorgio Pagano)

Città della Spezia, 15 dicembre 2024

Enrico Bucchioni, vezzanese, nel 1944 aveva 24 anni. A scuola aveva dimostrato una spiccata inclinazione artistica: suonava il violino, dipingeva, scriveva poesie e romanzi. Si era diplomato maestro, non poté iscriversi all’Università per problemi economici ma continuava a studiare. Era cattolico e comunista.
Pietro Andreani, anche lui vezzanese, nel 1944 aveva sessant’anni. Socialista, poi comunista dal 1921, fu costretto ad emigrare in Francia. Quando tornò si mise a fare il falegname,
Il 7 dicembre 1944 Bucchioni e Andreani erano tra i membri del CLN di Vezzano. Enrico, renitente alla leva repubblichina, era stato partigiano ai monti, poi, dopo il rastrellamento dell’agosto 1944, era diventato uno dei dirigenti del CLN, insieme ai ”vecchi” antifascisti vezzanesi: Andreani, il democristiano Rinaldo Basini, il socialista Attilio Battolini.
Il CLN spezzino conosceva da fonte sicura, anche se segreta, la data del rastrellamento che stava per colpire Vezzano: il 7 dicembre. Il 6 dicembre Enrico, Pietro e tutti gli altri erano pronti ad allontanarsi dal paese la sera stessa. Ma quel giorno giunse in paese Giuseppe Guglielmo “Bufera”, partigiano spesso utilizzato dal CLN come staffetta: disse che il rastrellamento ci sarebbe stato l’8 dicembre. La partenza fu rinviata di un giorno. Ma il 7 dicembre, all’alba, i fascisti e i nazisti erano già a Vezzano.
Mai si seppe dell’origine di quell’errore. “Bufera” non pagò per questo. In un prezioso documento redatto nell’immediato dopoguerra, l’ANPI, l’associazione dei partigiani, elencò tutti i comandanti e i commissari delle diverse formazioni, con schede biografiche per ciascuno. “Bufera” è in questo elenco, tra i sette membri del Comando della 2a Zona Sap (Squadre azione patriottica), anche se non c’è la sua scheda biografica. Da altri documenti sappiamo che era calabrese, nato a Belmonte in provincia di Cosenza nel 1919, che abitava al Termo e che fu partigiano nelle Sap dal 15 agosto 1944 al 25 aprile 1945.
Due giovani, non appartenenti al movimento partigiano, furono uccisi mentre uscivano di casa: Vera Giorgi e Carlo Grossi. Fu ferito un giovane sappista, Giuseppe Carmé, che morì qualche mese dopo. Trecento vezzanesi furono rastrellati e trasportati dai fascisti nell’ex 21° Reggimento alla Spezia, il luogo del terrore, regno dei criminali repubblichini della banda di Aurelio Gallo.
Gallo quella mattina del 7 dicembre era a Vezzano. Seguì personalmente il rastrellamento, e tutto ciò che seguì: l’arresto e le torture all’ex 21°, il trasferimento in carcere a Marassi, il viaggio nel campo di concentramento di transito a Bolzano, e da lì ai campi di Linz, Mauthausen, Norimberga.
Accanto a Gallo c’era il parroco don Emilio Ambrosi, che annuiva o meno al pronunciamento dei nomi. Era stato il principale delatore.

Vezzano, targa in memoria di Vera Giorgi
(2016) (foto Giorgio Pagano)

Molti furono tra coloro che non tornarono dai campi. Andreani e Bucchioni, i prigionieri più “importanti”, furono invece trattenuti in carcere. Succedeva a coloro che venivano considerati come possibile, preziosa “merce di scambio” per ottenere la liberazione di tedeschi e fascisti prigionieri dei partigiani. Dopo la Liberazione il vezzanese Sante Quaglia andò a visitare l’ex 21° e vide sui muri di alcune celle disegni molto belli di Vezzano visto dal fiume e della chiesa di Vezzano basso. Erano di una tinta brunastra: molto probabilmente del sangue dell’autore, Enrico Bucchioni.
Il 2 febbraio 1945 i partigiani tentarono di rifornirsi di farina da un forno di Vezzano. Don Emilio però se ne accorse, e chiamò i fascisti. Nell’azione, i fascisti tirarono le bombe. Una bomba, incidentalmente, colpì a morte uno di loro. Un partigiano della Colonna Giustizia e Libertà, Annibale Giansoldati, fu ucciso. Il giorno dopo la rappresaglia scattò feroce: Pietro Andreani ed Enrico Bucchioni vennero fucilati nel piazzale davanti alla chiesa di Vezzano. Pietro gridò “Viva il comunismo!”. Anche quel giorno c’erano Aurelio Gallo e don Emilio Ambrosi.
Un sopravvissuto, Giovanni Andreani, raccontò:
“Vidi un polacco che accompagnava un giovane vezzanese: Giuseppe Delle Lucche, detto “Pino”; essi percorrevano la via Verdi quando, giunti all’altezza della ‘cabina’, il milite fece nascondere il giovane, poi fermò una pattuglia tedesca impedendo così che il Dalle Lucche fosse visto, quindi si presentò a mia madre invitandola a nascondere il ragazzo per salvarlo dalle ire nazifasciste. Le fece capire che Pino assomigliava ad un suo fratello trucidato in Polonia dalle forze tedesche”.
Il polacco non disertò, ma fu capace di un gesto umano.
Fece anche capire chi era stato il delatore:
“Vidi che le mostrò una cartina o forse una mappa, dov’erano segnate in rosso le case di alcuni partigiani”.
Quel documento era molto probabilmente opera di don Ambrosi.
Subito dopo la Liberazione il partigiano Alessandro Grossi andò in chiesa, dove il parroco era nascosto. Gli mostrò il documento. In cambio della salvezza, Ambrosi offrì del denaro. Grossi lo prese: “Questi soldi devono servire per riportare i caduti a Vezzano”. Quelli che avanzarono furono adoperati per una lapide.
I partigiani misero un fazzoletto attorno al collo del prete e lo portarono in giro per il paese. Le donne lo circondarono. Gli americani lo salvarono e lo portarono in carcere.
Aurelio Gallo fu condannato a morte.
Don Enrico Ambrosi pure, poi a trent’anni di reclusione. Morì in carcere nel 1946.
I partigiani vezzanesi caduti furono 22, a cui aggiungere i civili Vera Giorgi e Claudio Grossi.
Da Mauthausen non tornarono in 17.
Ad Auschwitz morirono gli ebrei: Adriana Revere, dieci anni, e la madre. Il padre morì a Flossenburg.

lucidellacitta2011@gmail.com

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