Siamo stufi di essere pazienti. Manifestazione alla Spezia Venerdì 14 giugno ore 17,30 in piazza Brin, poi corteo per piazza Europa
11 Giugno 2024 – 20:57

Siamo stufi di essere pazienti
Manifestazione alla Spezia
Venerdì 14 giugno ore 17,30 piazza Brin
Corteo per piazza Europa
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1 – LISTE DI ATTESA che vogliamo
* …

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Presentazione di “Storia della Liguria durante la Repubblica Sociale 1943-1945” di Sandro Antonini – intervento di Giorgio Pagano

a cura di in data 21 Agosto 2023 – 17:26

Presentazione di “Storia della Liguria durante la Repubblica Sociale 1943-1945” di Sandro Antonini
25 maggio 2023 a Sestri Levante
Intervento di Giorgio Pagano

Il nuovo libro di Sandro Antonini è un lavoro importante per la storia della Liguria durante il fascismo, ma direi più in generale per la storia nazionale del periodo.
Si tratta di una sintesi di lavori precedenti, ma non di una sommatoria. Dalla sintesi è derivata un’opera nuova.
Un libro complesso, che pone problemi, che coglie sfaccettature.
Si parte dall’armistizio: un intreccio tra l’assicurarsi la sopravvivenza, la rassegnazione, l’affacciarsi di una consapevolezza nuova.
Lo sfacelo era reale: il grosso dell’esercito sbandò, per mancanza di direttive da parte dei comandi in fuga precipitosa, ma anche per stanchezza della guerra.
Da questo sfacelo poteva nascere l’abbandono, e poteva invece nascere – come nacque in molti italiani e non solo nei resistenti – il proposito di ricostruire l’identità nazionale perduta.
Cresceva la denuncia di chi aveva gettato l’Italia nella guerra, non aveva saputo vincerla e poi non aveva saputo neppure perderla.
Su questo punto la nuova Italia si incontrava con l’antifascismo storico.
L’8 settembre non si dissolve la patria ma la patria fascista. E nasce, si affaccia, una nuova patria.
Antonini parla di “resistenza non ideologica ma generalizzata”. Esistenziale, non politica.
Il 23 ottobre, nell’Italia occupata dalla Germania, nacque la Repubblica Sociale Italiana.
“Piaccia o non piaccia – scrive l’autore –, benché si fosse affermata con il determinante concorso dei tedeschi, fu uno Stato a tutti gli effetti: quasi totalitario, repressivo, violento ma che, in qualche misura, riuscì perfino a dispensare servizi essenziali e accessori”.
Ma, aggiunge, tra RSI e paese vi fu un “solco incolmabile”.
I repubblichini recuperarono rispetto al calo di consensi al fascismo, ma restarono una minoranza.
Una minoranza dominata dagli intransigenti, dagli estremisti. Scrive l’autore:
“L’ossatura portante del regime repubblicano venne riservata agli intransigenti, che si servirono ogni volta che lo ritennero necessario di un substrato umano che ne componeva il braccio armato e in cui albergavano gli istinti peggiori”.
Pensiamo a Vito Spiotta a Chiavari, ad Aurelio Gallo alla Spezia. Criminali torturatori, su cui sono state scritte pagine impressionanti. La violenza repubblichina era sadica. Il fascismo fu sempre violento, la violenza fu la sua identità. Quello repubblichino raggiunse le vette tragiche della perversione.
La stessa memoria della deportazione, alla Spezia, è fortemente antifascista, non solo antinazista: i prigionieri, prima di essere deportati, venivano ferocemente torturati dalla banda Gallo.
I fascisti trovarono nel terrore, nell’esibizione dell’orrore, nel dare la sofferenza la legittimazione della propria esistenza, del proprio potere.
Ci furono anche persone “per bene” che aderirono alla RSI, mosse da idee: sbagliate, ma idee. Tanti erano i modi di aderire, spiega Antonini, però la cifra della RSI era la violenza. Ci furono altre facce rispetto alla violenza, ma fu la faccia della violenza a prevalere.
Leggiamo Antonini:
“La violenza repubblicana [fu] diversa dalla violenza del fascismo delle origini. Ne rappresentò semmai un’evoluzione, se possibile in senso deteriore e spesso fine a se stessa. Fu una violenza durissima, composta da arresti spesso arbitrari, fucilazioni, torture, deportazioni. Incarnò una delle facce del neofascismo, in stridente contrasto con altre due: la pacificazione, che […] ebbe brevissima durata, e la socializzazione, che non riuscì – salvo casi circoscritti – neppure a decollare”.
Ancora:
“L’ossatura portante del fascismo repubblicano venne riservata agli intransigenti e ai vecchi squadristi, ritornati a galla solo perché le gerarchie avevano provveduto a raschiare il fondo del barile. In un frangente simile riuscirono a esprimere tutte le loro abitudini represse, che sfociarono sovente nel rancore, nell’odio, nella vendetta personale e nella criminalità, giungendo a colpevolizzare intere categorie sociali soltanto perché chi vi appartenne, per i motivi più disparati, fu loro inviso; si richiamarono al fascismo delle origini, ma diedero vita a episodi efferati nonché a veri e propri atti di banditismo, che resero da subito la repubblica impopolare e si conclusero soltanto alla fine della guerra”.
Una relazione del questore di Genova del febbraio 1944 scriveva, a proposito della riviera di Levante, di “elementi malfamati che militano nei ranghi del Partito Fascista Repubblicano [parecchi dei quali] sono pregiudicati per reati comuni e altri sono elementi di minorata psicologia. […] Nelle sedi dei Fasci si invitano persone e si maltrattano e si percuotono a sangue”.
Il libro esamina poi le strutture portanti della RSI: la Decima Mas; la Guardia Nazionale Repubblicana (GNR), frutto dell’unione delle milizie fasciste con i carabinieri; le Brigate Nere, sorte il 30 giugno 1944; l’esercito. La GNR e le BN agli ordini del responsabile delle SS Wolff, mentre l’esercito era di competenza di Kesselring.
Eravamo nella condizione di “alleato occupato”. La RSI fu uno strumento in mano dei tedeschi. Supportò i tedeschi nei rastrellamenti contro i partigiani e nell’arruolamento di soldati e lavoratori al loro servizio, in Italia e in Germania.
Le relazioni della GNR erano, come dice Antonini, “senza peli sulla lingua”: proprio per questo sono preziose per lo storico.
La violenza repubblichina colpisce perché si manifesta nonostante la consapevolezza della sconfitta, che fu progressivamente sempre più chiara nella GNR. I suoi notiziari smentivano ogni versione accattivante dei giornali. Testimoniavano la disfatta, la progressiva disgregazione, giorno dopo giorno. Nell’estate 1944 era già chiaro che i ribelli non si potevano fermare. Un po’ l’inverno fece sperare, ma per poco… L’opinione pubblica non mutò l’atteggiamento di ostilità verso i fascisti. I notiziari certificavano inoltre l’imponente fenomeno della fuga, della diserzione. Due terzi dei partigiani provenivano dall’esercito repubblichino, dalla Monterosa, dal San Marco… Spesso la GNR criticava la violenza gratuita delle Brigate Nere, della loro componente più fanatica. Antonini riporta un brano della relazione del capitano Franco Santini, del raggruppamento della GNR di Genova, convintamente fascista:
“Una gran parte della popolazione è persuasa che il regime repubblicano non abbia alcuna forza propria e si regga ancora solo in virtù dell’occupazione militare germanica”.
Una parte del libro è dedicata alla popolazione: il cammino impervio della coscienza antifascista; i bombardamenti, i cui effetti furono duplici, a favore e a sfavore della RSI; la questione economico-alimentare: la borsa nera, l’arte di arrangiarsi, la ribellione delle donne, le lamentele dei cittadini verso i contadini, per gli ammassi disattesi. Il ruolo dei contadini fu sfaccettato, ma non si schierarono con la RSI: in questo ebbe un ruolo anche il piccolo clero, che nel suo complesso fu contrario ai repubblichini.
Ci sarebbe ancora molto da aggiungere, data la ricchezza del libro. Mi soffermo in conclusione su due parti di particolare interesse: le considerazioni sulla Resistenza e il ruolo della classe operaia ligure.
Antonini mette bene in rilievo quali sono le forze che diedero vita alla Resistenza: da subito gli “sbandati”, i “soldati badogliani”, insieme agli antifascisti storici, agli operai comunisti e, poi, ai renitenti alla leva repubblichina. Vengono esaminati, con grande capacità di cogliere tutte le sfaccettature, i rapporti dei partigiani con i contadini e con gli alleati. Si sottolinea la forza morale della Resistenza, ma non si sottace il “deragliamento morale” di alcune formazioni e di alcuni uomini, come denunciato dal colonnello Mario Fontana, comandante della IV Zona operativa ligure, quella spezzina. Si evidenziano i contrasti tra le varie componenti politiche della Resistenza, ma anche il fatto che nella fase finale la mobilitazione fu fortemente unitaria. Emerge bene l’intreccio tra movimento patriottico e movimento classista.
Soffermarsi sui “badogliani” è giusto. Tra le pagine più belle della Resistenza spezzina c’è il sacrificio di Piero Borrotzu, “Tenente Piero”, “badogliano”. Anche a me, pensando a Borrotzu, viene sempre in mente il brano di Nuto Revelli citato da Antonini:
“Che cosa eravamo e che cosa volevamo non è facile dirlo. […] Io ero un ‘badogliano’, un ‘militare puro’. […] Il mio retroterra culturale era modesto, e non mi bastavano più i discorsi, le belle parole”.
La parte sulle fabbriche liguri è davvero di grande interesse. Fin dall’inizio Antonini annota:
“Quando, il 15 agosto 1944, vi fu uno sbarco alleato sulle coste della Francia meridionale e iniziarono al confine italo-francese combattimenti tra le truppe tedesche e gli alleati, gli operai delle fabbriche liguri, cui pervennero le notizie degli scontri, continuarono a produrre per l’occupante”.
Si potrebbe aggiungere: perché gli operai liguri non scioperarono nel marzo 1943?
Non tutto può essere ricondotto alla debolezza o alla forza del Partito comunista. C’è il personaggio “classe” e c’è il personaggio “partito”. E prima ancora della “classe” c’è la “persona”. Non c’è un nesso meccanico tra il grado di sofferenza e la disponibilità alla lotta. Forme di sfruttamento e di oppressione possono portare alla rassegnazione o alla rabbia. E c’era la paura per la deportazione. Ma poi la classe operaia ligure, a partire dal luglio 1943, più decisamente dall’inizio del 1944 e fino alla fase finale della guerra di liberazione, fu attore centrale nel processo di transizione alla democrazia. A poco a poco la classe operaia iniziò a riprendere vigore. Fu un processo al termine del quale uscì dalla guerra con un protagonismo assai significativo, come nessun’altra forza della società. Tanto più dopo essere stata per vent’anni marginalizzata nella scena politica.
Infine: il libro di Sandro Antonini è di grande utilità in questa fase in cui si rafforza la revisione politico-culturale, che ha come obiettivo la fine dell’antifascismo come cultura civile del Paese. Ma l’antifascismo è l’elemento fondativo della democrazia riconquistata. É il patrimonio comune degli italiani. Niente e nessuno potrà mai sostituirlo: diventeremmo una Repubblica senza valori fondanti. Raccontare cosa sono stati davvero il fascismo e l’antifascismo è oggi un compito politico-culturale di grande importanza. Anche e soprattutto per questo dobbiamo ringraziare Sandro Antonini.

Giorgio Pagano

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