Presentazione di “Io sono un operaio. Memoria di un maestro d’ascia diventato sindacalista” di Dino Grassi – Venerdì 19 Luglio ore 21 al Parco comunale di Bottagna
15 Luglio 2024 – 22:56

Presentazione di
“Io sono un operaio. Memoria di un maestro d’ascia diventato sindacalista” di Dino Grassi
Venerdì 19 Luglio ore 21
Parco comunale di Bottagna
Il libro di Dino Grassi “Io sono un operaio. Memoria di un maestro d’ascia …

Leggi articolo intero »
Crisi climatica e nuove politiche energetiche

Economia, società, politica: anticorpi alla crisi

Quale scuola per l’Italia

Religioni e politica

Ripensare il Mediterraneo un compito dell’Europa

Home » Città della Spezia, Rubrica Diario dalle Terre Alte

Riabitiamo Zeri, e salviamo le sue bellezze

a cura di in data 16 Giugno 2024 – 08:22

Noce, le case di Costa viste da Canale
(2023) (foto Giorgio Pagano)

Città della Spezia, 3 dicembre 2023

La quinta puntata del “Diario dalle Terre Alte” dedicata allo Zerasco, inizialmente non prevista, si è resa necessaria per raccontare altri luoghi, persone, vicende che assolutamente non andavano tralasciate. In queste settimane la partecipazione delle persone dello Zerasco è stata straordinaria, e non poteva essere delusa. E’ stato emozionante, per me e per Mauro Malachina, mio costante accompagnatore, incontrare le persone semplici della zona che, con il loro linguaggio semplice, ci hanno detto: “siete spettacolari!”, “siete favolosi!”, “continuate a tener viva l’attenzione su di noi!”. Esagerando non poco sui nostri meriti, hanno espresso in questo modo l’esigenza che i territori marginali mantengano un loro ruolo autonomo, siano riabitati fin dalla vita quotidiana delle persone, non vedano distrutte le loro bellezze. E hanno chiesto in qualche modo alla classe dirigente – politica, economica, intellettuale – di non essere solo “urbana” e “cittadina” nelle sue categorie di pensiero.

CODOLO
Codolo – per molti aspetti più legato, data la vicinanza e i rapporti economico-sociali, a Pontremoli – è la porta di Zeri. E’ composto da vari agglomerati, il principale dei quali è Codolo Chiesa, dove si trova la chiesa di Santa Felicita. Codolo è diventato famoso per gli Stretti di Giaredo: cinque canyon, scavati dalle acque del torrente Gordana nel corso di migliaia di anni, che si susseguono nel territorio dei comuni di Zeri e di Pontremoli. I visitatori si godono la bellezza dei riflessi multicolori che sprigionano dalle acque. I più ardimentosi vi si immergono.

“NINO”, IL SICILIANO GENEROSO
Antonio Siligato “Nino”, sottufficiale di marina siciliano, si ritrovò a Spezia, senza più una nave, dopo l’8 settembre 1943. Nel drammatico caos di quei giorni, “Nino” si arruolò nella X Mas di Junio Valerio Borghese, alleata con i nazisti e i fascisti. Quando gli dissero “Si va in Piemonte a rastrellare i ‘ribelli’” si rifiutò e tornò a Spezia. Ospite del giovane comunista Bruno Brizzi a Stra, salì con lui ai monti in Val di Taro, dov’erano le bande dei fratelli Beretta e di Federico Salvestri “Richetto” – badogliani – che poi daranno vita alla Brigata Centocroci. Era il 13 febbraio 1944. “Nino” aveva, sotto l’impermeabile, la divisa della X Mas. I partigiani lo tenevano d’occhio. La mattina del 20, con Bruno, partì per Spezia. Tornarono con quattro moschetti e quattro bombe a mano. I sospetti crebbero. Ma il 24 marzo Nino fu a fianco di “Richetto” al passo delle Centocroci a fronteggiare il primo rastrellamento nazifascista, operato proprio dalla X Mas. Dopo quel combattimento le nubi si diradarono: Nino diventò a tutti gli effetti un “ribelle”. Così lo descrisse don Aldo Canessa, il cappellano di brigata, ricordando il loro primo incontro: “Tre dita di barba e i lisci, lucenti capelli… La più felice fantasia non potrebbe creare un tipo di capo partigiano più caratteristico di Nino Siligato!”.
Autore di tante azioni coraggiosissime, fu per questo chiamato da Gordon Lett per una operazione di sabotaggio tra Villafranca e Pontremoli, in collaborazione con paracadutisti alleati. “Nino”, benché febbricitante, volle partecipare ad ogni costo. L’azione ebbe successo ma, sulla via del ritorno, il 20 gennaio 1945, “Nino” fu ucciso dai nazifascisti a Codolo, insieme ad altri quattro partigiani. Cadde da eroe. I suoi compagni scrissero così della sua fine: “Nino Siligato, il più famoso, il più bello, il più generoso, il più caratteristico partigiano della Centocroci non era più! Era morto per difendere la vita dei compagni, era morto dopo dodici mesi di durissima lotta contro gli oppressori della sua Patria; sulla neve di Codolo come sul ponte di una nave…”.
“Nino” verrà decorato con la Medaglia d’oro: la motivazione è riportata in una delle lapidi di Patigno di cui ho scritto domenica scorsa. Ma il monumento più importante a lui dedicato è a Codolo, lungo la strada provinciale da Pontremoli a Zeri. Purtroppo in un incidente di lavoro il monumento è andato in frantumi, ed è stato poi risistemato in modo rabberciato. Con Mauro ci siamo subito occupati del ripristino. Forse siamo sulla strada giusta, ma dobbiamo vigilare. Lo dobbiamo a questa straordinaria figura di araldo di libertà, ai valori che ha espresso nella sua giovane vita.

IL PONTE DEI RUMORI
Dopo il rastrellamento del 3 agosto 1944, il Battaglione Vanni, garibaldino, fu il primo ad essere investito dall’urto nemico, e si disperse. Ma sulla strada per Pontremoli, dopo Codolo, al Ponte dei Rumori, un distaccamento del Vanni, comandato da Duilio Lanaro “Sceriffo”, si distinse particolarmente. Con lui c’era un gruppo di arcolani, che fu decimato nello scontro.
Con Mauro ci fermiamo, lungo la strada, a omaggiare il cippo che ricorda il sacrificio di uno di loro, Eraldo Bernabò: morì il 3 agosto, cercando invano di sganciarsi.
Poi andiamo sul Ponte: oggi ce n’è uno nuovo. Il nome deriva da una leggenda, secondo cui venne gettato nel canale sottostante il corpo di un indemoniato che, anche da morto, continuava a contorcersi e a gridare. Nel 1944 c’era un ponte antico i cui resti, sottostanti, si scorgono molto bene.

NOCE
Dopo Codolo, il primo villaggio zerasco che si incontra venendo da Pontremoli è Noce. Percorriamo la vecchia strada interna e vediamo il paese distinto in due gruppi, entrambi di grande fascino: Costa e, più in basso, Canale. Nella foto in alto ammirate Costa, vista da Canale. Entrambi gli agglomerati hanno un bell’oratorio in pietra, dedicato alla Vergine a Costa e allo Spirito Santo – uno dei pochissimi in Italia – a Canale, e molte case, anch’esse in pietra, ben tenute. L’altra caratteristica di Noce è la presenza dell’acqua: canali e piccoli torrenti con cascatelle lambiscono le case e si gettano nel Gordana. Il mulino “d’ Marghen” è oggi trasformato in agriturismo. Inoltre c’è un ristorante, con annessa bottega. Nel 1982 c’erano due alberghi e un ristorante: Noce ha retto bene il cambio di fase. Lo merita, la sua visita regala emozioni.

PRADALINARA
Scendiamo a Pontremoli passando questa volta per la strada per Arzelato, che è pontremolese. Poco prima, a Pradalinara, in territorio di Zeri, svetta il monumento, rivolto verso il rossanese, lì collocato da Gordon Lett nel 1946, a ringraziamento della popolazione per aver accolto i membri del Battaglione Internazionale, i prigionieri alleati fuggiti dai campi di concentramento e i militari alleati. Nel 1995 il monumento, ormai consunto, è stato sostituito da un altro monumento, voluto dal figlio di Gordon, Brian. Ci fermiamo al tramonto, il monumento e il panorama attorno sono bellissimi. In una montagna isolata, lontana da tutto, si seppe costruire un esempio emblematico di Resistenza transnazionale e internazionale. E’ difficile trovare un altro luogo in cui si incontrarono persone, storie, idee così diverse. Perché accadde proprio a Zeri è motivo di riflessione profonda. Vengono in mente la tradizionale ospitalità contadina, il fatto che molti zeraschi fossero emigrati all’estero, la fierezza della popolazione. Ma pesarono anche l’opposizione contadina al fascismo e l’empatia per chi era perseguitato e disobbediva a un’autorità che non veniva più riconosciuta.

LA CUCINA ZERASCA
Nelle nostre visite abbiamo apprezzato la cucina zerasca, sia nelle case che nei ristoranti. Ho trovato le ricette di alcuni piatti tipici in una ricerca degli alunni della Scuola Media di Zeri svolta negli anni Settanta del secolo scorso. Sono ancora i piatti di oggi. Ve ne propongo alcune.
Comincio con il moghiolo. Bisogna riscaldare i testi tradizionali di ghisa e ricoprire il testo di sotto con foglie di castagno fatte essiccare. Poi si prepara un impasto piuttosto molle con acqua, farina di castagne e un pizzico di sale. Si spalma la polentina sulle foglie, e poi sopra si spalma uno strato di ricotta e panna. Infine si copre col testo di ghisa, ricoprendolo di cenere calda e brace. Mario Soldati, in un articolo su “Il Giorno” del 30 agosto 1966, descrisse così il moghiolo: “una sorprendente schiacciatina di farina di castagne ricoperta di ricotta e di erbe”.
Poi le armelette: pasta di farina di castagne e farina bianca, tagliata a rettangoli simili alle lasagne e condita con formaggio e olio d’oliva, o anche con il pesto.
Con la farina di castagne si fanno anche i cazzotti. E poi la polenta di castagnaccio, da mangiare con formaggio e ricotta. La marmotta si fa con la farina di castagne, la mortadella e lo strutto, e si cuoce nei testi. Anche la lisa si cuoce nei testi, ma si fa con la farina di granoturco, il burro e il latte.
Celeberrimi, anche grazie a Soldati, i testaroli: conditi con olio e formaggio, o sugo o pesto.
Concludo con la pattona. La ricetta è di un’amica di Mauro: mescolare la farina di castagne con acqua e sale, fino a ottenere una pastella liscia e cremosa, molto più densa rispetto all’impasto del castagnaccio; lasciarla riposare per venti minuti e poi versarla in un testo con foglie di castagno; cuocere a 200 gradi, finché la superficie non si sarà “crepata”. Da mangiare con la ricotta. In passato anche con la salsiccia fritta o il sanguinaccio.

IL PASSO DEL RASTRELLO
Questa volta arriviamo nello Zerasco venendo da Sesta Godano, in Val di Vara, e dal passo del Rastrello, che è sull’Alta via dei monti liguri. Al passo, in territorio del comune di Zeri, si trova un villaggio turistico, simile a quello degli Aracci, vicino al passo dei Due Santi. Una volta c’erano anche un albergo e una discoteca. Mauro ci andava: “Preferivo il liscio, ma le ragazze preferivano la discoteca!”.
Poco prima di arrivare al passo facciamo una tappa del nostro “pellegrinaggio” laico. Non abbiamo dimenticato nessun monumento alla Resistenza presente nello Zerasco. Un cippo ricorda i partigiani del Battaglione Internazionale Nello Sani, di Vezzano Ligure, e Gaetano Di Santo, di Portovenere. Morirono il 22 gennaio 1945, nel secondo grande rastrellamento. Lett ricordò che i loro corpi furono trovati in un altro luogo, vicino alla vetta del monte Picchiara. Al passo del Rastrello c’è il Memoriale della Resistenza, di cui ho scritto due domeniche fa. Proseguendo ci fermiamo a Ferdana: qui una maestà ricorda il sacrificio di un contadino di 68 anni, Eugenio Bornia, fucilato a sangue freddo il 4 agosto 1944. La famiglia, alla fine del conflitto, lo ha voluto ricordare con l’immagine della Madonna del popolo.

CHE MERAVIGLIA MONTE FAVA’!
Da Ferdana si sale a Monte Favà, altro piccolo agglomerato di case. Il panorama è stupendo: davanti i pascoli, sullo sfondo il Gottero e gran parte dell’Alta via. Qui incontriamo Manuel Conti, che gestisce le Scuderie “Le Meraviglie”. Ascoltiamo il suo racconto:
“Sono di Patigno, la mia famiglia è sempre stata dedita all’allevamento. Qui a Monte Favà ho rilevato, una quindicina di anni fa, una stalla che c’era già. Ho una cinquantina di mucche, una ventina di pecore, una decina di capre. E poi i cavalli: organizzo escursioni nello Zerasco ma anche nelle Cinque Terre ed oltre, per più giorni. Vendo la carne a chilometro zero: vengono da tutta Italia a comprarla… Con le pecore ormai è difficile, per via degli attacchi del lupo. Ne ho già perse una decina. I pastori maremmani non servono… Per fortuna i bovini non vengono attaccati. Per ora, almeno: altrove succede… La vita è dura ma sono contento, realizzo le mie passioni. Con me lavora una persona di Villafranca. In futuro vorrei prendere anche dei maiali, e produrre salumi”.

L’oratorio di Santa Croce tra La Dolce e Conciliara
(2023) (foto Giorgio Pagano)

CASTELLO, LA DOLCE, CONCILIARA E L’ORATORIO DA SALVARE
Sulla strada del Rastrello, vicino a Coloretta, c’è Castello, probabilmente il “castrum Ziri” medievale, i cui resti sono forse vicino all’abitato. Molte case antiche sono state restaurate con cura. La chiesa, seicentesca, è dedicata a Sant’Agostino. C’erano un albergo e una bottega, oggi chiusi. Ma anche Castello mantiene il suo fascino.
Arrivati a Coloretta, la oltrepassiamo e arriviamo a due piccoli villaggi: La Dolce e Conciliara. Un mix di edifici ben curati e altri, invece, abbandonati. Anche questi due casali hanno il loro fascino. La Dolce aveva un albergo-ristorante, che ora non c’è più. Tra le due località, nel bosco, c’è l’oratorio seicentesco di Santa Croce, purtroppo in stato di degrado. Potete ammirarne la facciata nella foto in basso. L’interno è distrutto. L’oratorio è una delle tante bellezze dello Zerasco da salvare, come il villaggio di alpeggio della Formentara, di cui ho scritto domenica scorsa. Curia, Comune, Soprintendenza: unite le forze!

ALTRE PIETRE DI LIBERTA’
Completiamo il nostro viaggio attraverso le “pietre di libertà” con un omaggio ad altri partigiani del Vanni caduti nel rastrellamento dell’agosto 1944: i mortaisti, al comando del tenente Sergio Maggioncalda, Arturo Paita, Nello Bassi, Olinto Spuntoni e Luigi Carsana. Un piccolo cippo, che non ricorda Maggioncalda, è alla “Guardiola”, vicino al passo dei Due Santi. Il monumento è difficile da raggiungere. Proprio per questo nel 2002 fu realizzato un altro monumento, vicino alla strada. Quest’ultimo ricorda anche Maggioncalda, Medaglia d’argento. Secondo alcune testimonianze che ho rintracciato, egli, prima di far parte del Vanni, combatté nel Picelli a fianco di Dante Castellucci “Facio”.
Arriviamo infine al passo dei Due Santi. Qui, al confine con il comune emiliano di Albareto, c’è un monumento che ricorda il legame dei partigiani con Zeri e con Albareto. Massa, Parma, Spezia: per molti versi fu un’unica Resistenza.

QUALCHE RIFLESSIONE
Che cosa può insegnare questa piccola inchiesta sullo Zerasco?
Innanzitutto che serve una ricerca collettiva di soluzioni. Senza un impegno che coltivi la partecipazione, l’intelligenza collettiva di chi abita le Terre Alte, non c’è salvezza. Le persone che vogliono bene a Zeri ci sono. Hanno potenzialità, anche inespresse. Vanno ascoltate, coinvolte, rese protagoniste. Bisogna costruire comunità di prossimità. Il che serve anche per le nostre città in crisi. In fondo i paesi spopolati sono un problema delle città invivibili e viceversa. In sostanza bisogna cambiare sia le Terre Alte che le città. E lo si può fare solo con la cittadinanza attiva.
L’altro elemento è più di merito. Un paese in declino demografico, invecchiato, non lo si ripopola solo con il turismo. Che pure è importante, ma come elemento di una strategia complessiva: ritrovare il senso di comunità, recuperare le bellezze perdute, poter andare a scuola, potersi curare, potersi muovere, poter lavorare. In una parola: riabitare Zeri.

Post scriptum
Ho scattato le fotografie di oggi nel 2023. Quella in alto a Noce, quella in basso nel bosco tra La Dolce e Conciliara.
Chi vuole approfondire le figure e le vicende della Resistenza citate nell’articolo può consultare il “Dizionario online della Resistenza spezzina e lunigianese” sul sito www.associazioneculturalemediterraneo.com

Giorgio Pagano

Popularity: 4%