{"id":16871,"date":"2022-09-23T23:39:37","date_gmt":"2022-09-23T21:39:37","guid":{"rendered":"http:\/\/www.associazioneculturalemediterraneo.com\/sp\/?p=16871"},"modified":"2022-09-25T10:37:15","modified_gmt":"2022-09-25T08:37:15","slug":"sessantotto-e-dintorni-una-cartografia-della-disobbedienza","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.associazioneculturalemediterraneo.com\/sp\/economia-societa-politica-anticorpi-alla-crisi\/sessantotto-e-dintorni-una-cartografia-della-disobbedienza\/","title":{"rendered":"Sessantotto e dintorni. Una cartografia della disobbedienza"},"content":{"rendered":"<p class=\"testoCentrato\"><strong>Festival della Resistenza \u201cFino al cuore della rivolta\u201d<\/strong><br \/>\nFosdinovo<br \/>\n9 agosto 2022<br \/>\nIntervento di <em><strong>Giorgio Pagano<\/strong><\/em><\/p>\n<p class=\"testoGiustificato\">Questo intervento trae ispirazione dal libro mio e di Maria Cristina Mirabello \u201cUn mondo nuovo, una speranza appena nata. Gli anni Sessanta alla Spezia ed in provincia\u201d (due volumi, 2019 e 2021).<br \/>\nSi tratta di un libro di \u201cstoria glocale\u201d. La storia locale \u00e8, da allora, anche storia globale. In quegli anni si form\u00f2 infatti la prima generazione globale: anche la coscienza dei giovani spezzini, studenti e operai, era globale e, come tale, \u00e8 stata studiata. I fatti locali sono stati sempre ricostruiti su una scala che tenesse presente non solo la dimensione nazionale ma anche quella internazionale.<br \/>\nUna caratteristica del libro \u00e8 l\u2019attenzione alla dimensione della soggettivit\u00e0. Ci\u00f2 emergeva gi\u00e0 nelle mie due ricerche precedenti dedicate alla Resistenza spezzina. La lezione fondamentale \u00e8 stata per me quella di Claudio Pavone e del suo libro \u201cLa guerra civile\u201d: un libro non sulla moralit\u00e0 della Resistenza (e sulle sue contraddizioni) ma sulla moralit\u00e0 che le persone espressero nella Resistenza (e sulle loro contraddizioni). La Resistenza fu in primo luogo agita da persone, cos\u00ec il Sessantotto. Ho cercato quindi di \u201ctrovare le idee nei comportamenti\u201d. Questa attenzione alla dimensione soggettiva deve molto al Sessantotto, che non a caso fu per Pavone lo spartiacque del proprio lavoro. Il mio libro d\u00e0 la parola a molti: in questo senso non \u00e8 solo un libro sul Sessantotto, \u00e8 anche un libro \u201csessantottino\u201d.<!--more--><\/p>\n<p class=\"testoGiustificato\">Un\u2019altra caratteristica delle mie ricerche \u00e8 l\u2019intreccio tra testimonianze, documenti, immagini, altre fonti culturali, dalle canzoni -i cui versi danno il titolo ai miei libri- al cinema. Le testimonianze sono fonti fondamentali, ma la riflessione complessiva dello studioso deve collocarle in una prospettiva pi\u00f9 ampia, che utilizzi anche i documenti. Ma a volte i documenti non dicono tutto: per fare un esempio, la verit\u00e0 su un \u201ccelebre\u201d episodio del Sessantotto spezzino -il morso all\u2019orecchio di un giovane fascista da parte di un giovane comunista durante un\u2019aggressione fascista a un picchetto- emerge per la prima volta grazie a una testimonianza. Anche le immagini, \u201cpunti di partenza per pensare\u201d -come dice Tano D\u2019Amico- sono fonti fondamentali: ogni epoca ha i suoi volti, i suoi sorrisi. Sono fonti anche le canzoni: quelle degli anni Sessanta sono spesso \u201cmanifesti programmatici\u201d &#8211; cos\u00ec Beppe Carletti definisce \u201cDio \u00e8 morto\u201d. E il cinema: non fu forse il neorealismo cinematografico a scoprire i limiti veri della Resistenza e le ragioni della continuit\u00e0 tra l\u2019Italia fascista e l\u2019Italia democristiana?<\/p>\n<p class=\"testoGiustificato\">Una spiegazione, infine, sulla partizione del libro in due volumi. Il primo si intitola \u201cDai moti del 1960 al Maggio 1968\u201d, il secondo \u201cDalla Primavera di Praga all\u2019Autunno caldo\u201d. \u00a0Gli anni Sessanta sono gli anni della maturazione, il Maggio \u00e8 l\u2019acme, l\u2019esplosione. Poi inizia il declino. Il libro cerca di raccontare questo processo: il bisogno di una soggettivit\u00e0, e il tentativo di costituzione di una soggettivit\u00e0, che fu forse solo sentita, intuita e ricercata ma che non riusc\u00ec ad assumere una forma definita e ad operare nel mondo. Allo scacco di questa mancata costituzione ho dato un nome, quello di sconfitta del Sessantotto degli inizi, libertario ed etico: una sconfitta che coincise con la ripresa dei vecchi strumenti organizzativi e delle vecchie nozioni, delle vecchie dottrine. Il Sessantotto riflu\u00ec nelle vecchie idee contro cui si era battuto.<br \/>\nIl tema della disobbedienza \u00e8 elemento tipico, caratterizzante del Sessantotto degli inizi, che non fu un\u2019esplosione repentina ma il frutto di una incubazione e di una maturazione durate anni, lungo un decennio ad alto potenziale formativo, culturale e politico.<br \/>\nLeggo alcuni brani tratti da testimonianze emblematiche di questa incubazione e maturazione.<br \/>\nIl primo \u00e8 di Marco Manciulli, studente del Liceo Classico Costa dal 1958 al 1963:<br \/>\n<em>Tutto cambiava, ma non la scuola.<\/em><br \/>\n<em>Non ho nessuna nostalgia del vecchio Ginnasio-Liceo, dove la disciplina era rigorosa e grottesca. Il Pre\u00adside si faceva vedere abbastanza spesso per controllare che i grembiuloni neri delle ragazze (obbligatori) fossero ben chiusi e accollati, che le giacche e le cravatte dei ragazzi (obbligatorie anch\u2019esse) non fossero vistose o stravaganti. Per noi sfumatura alta, basette prussiane. In classe silenzio assoluto, sguardo fisso in avanti. \u201cLei, signorina, \u00e8 la terza volta che guarda la finestra!\u201d, esclam\u00f2 sdegnato il professore di gre\u00adco, che non parlava mai, non spiegava, interrogava e basta, preferibilmente a sorpresa. Naturalmente i voti non li diceva. Come molti altri, li scriveva sul registro tenendo una mano davanti. <\/em><br \/>\n<em>Ma succedeva di peggio, al Costa. Un giorno la cattolicissima Vicepreside sorprese due ragazze che, ben oltre il portone d\u2019ingresso, \u201cridacchiavano scompostamente\u201d, le port\u00f2 subito in Presidenza, dove ricevettero la giusta punizione. Ci fu un vago tentativo, da parte degli studenti, di organizzare una protesta, ma tutto fin\u00ec l\u00ec. Il Sessantotto era ancora lontano, ma sarebbe nato anche da l\u00ec.<\/em><br \/>\nIl secondo \u00e8 di Dino Grassi, il capo degli operai del Cantiere Navale Muggiano:<br \/>\n<em>Del miracolo economico a noi operai arrivavano solo le briciole. La vita degli operai non valeva nulla.<\/em><br \/>\nIl terzo \u00e8 di Ovidio Iozzelli, operaio della Fonderia Pertusola:<br \/>\n<em>La Pertusola era una societ\u00e0 mineraria metallurgica che fondeva la ghisa per fare piombo mercantile. Facevamo anche l\u2019argento. Il procedimento per zincare il piombo si chiamava zincaggio: il reparto si chiamava \u201cil reparto della morte\u201d, perch\u00e9 c\u2019erano morti, vittime di infortuni sul lavoro, sette operai. Quando passavano le cicale sopra lo stabilimento cadevano stecchite. Lavoravamo sostanze che ci faceva\u00adno male agli occhi\u2026 Quando arrivava il vento ed alzava la polvere, dovevamo scappare per proteggerci. La pelle, quando ci facevamo la barba al mattino, ci bruciava. Negli anni Sessanta l\u201980% non arrivava alla pensione. Moriva prima dei sessant\u2019anni per saturnismo, la malattia di chi sta esposto al piombo.<\/em><br \/>\nLa disobbedienza fu rivolta etica contro autorit\u00e0 a cui non si riconosceva pi\u00f9 legittimit\u00e0. Nella scuola, nella fabbrica, nella famiglia e nel costume. In quest\u2019ultimo campo i cambiamenti furono pi\u00f9 lenti, perch\u00e9 riguardavano aspetti pi\u00f9 profondi e perci\u00f2 pi\u00f9 \u201cconservativi\u201d. E tuttavia anch\u2019essi segnarono, per l\u2019ampiezza delle ragazze e delle donne coinvolte, qualcosa di veramente nuovo.<br \/>\nAlla lotta contro la societ\u00e0 autoritaria si accompagn\u00f2 la lotta contro il classismo scolastico e sociale. Se un autore emerge come protagonista della mia ricerca, \u00e8 don Lorenzo Milani. In \u201cLettera a una professoressa\u201d i giovani ritrovarono il disvelamento del classismo scolastico e sociale ma anche l\u2019originalit\u00e0 di un linguaggio e di un metodo di indagine che muoveva dalla concretezza dell\u2019esperienza personale. Il Sessantotto partiva dallo \u201cscava dove sei\u201d, cio\u00e8 dal punto in cui ognuno si trovava, per criticare l\u2019ordine esistente. Questa politicizzazione delle esperienze individuali costituiva il cuore di \u201cLettera a una professoressa\u201d, che anche per questo fu un libro \u201csessantottino\u201d.<br \/>\nNel Sessantotto ci furono sia l\u2019io che il noi, una tensione umanistica verso un cambiamento sia personale che sociale. Un cambiamento che parte da s\u00e9, per autodeterminare la propria vita, e arriva alla dimensione collettiva, alla fratellanza, alla comunit\u00e0. Il collettivo c\u2019era, ma per esistere come persona nuova.<br \/>\nQuesta spinta antiautoritaria, questa tensione umanistica fu forse pi\u00f9 critica del potere che dell\u2019autorit\u00e0 in s\u00e9: <em>E\u2019 da allora che il potere va in giro nudo<\/em>, afferm\u00f2 vent\u2019anni dopo Ernesto Balducci.<br \/>\nIl Sessantotto non ha escluso la possibilit\u00e0 di una modifica delle istituzioni, di un\u2019altra autorit\u00e0: un\u2019autorit\u00e0 \u201cbidirezionale\u201d, un\u2019autorit\u00e0 responsabile che accresce le responsabilit\u00e0 di tutti, nella prospettiva \u201cparitaria\u201d. Come nel caso dell\u2019\u201distituzione aperta\u201d in cui Franco Basaglia e altri cercarono di trasformare il manicomio. Come nel caso di don Milani, che voleva un\u2019altra Chiesa, un\u2019altra scuola. Il prete di Barbiana voleva un\u2019altra autorit\u00e0, non abolirla. Mentre Rudi Dutschke prospettava una \u201clunga marcia attraverso le istituzioni\u201d per tentare di cambiarle, in una lotta prolungata, forse infinita. L\u2019alternativa tra riformismo e rivoluzione non \u00e8 adeguata a esprimere ci\u00f2 che persone cos\u00ec diverse cercarono di fare. Forse bisognerebbe usare il termine \u201cconversione\u201d dell\u2019istituzione e dell\u2019autorit\u00e0. Il Sessantotto us\u00f2, per descrivere s\u00e9 stesso, soprattutto la parola \u201ccontestazione\u201d. Don Milani us\u00f2 invece il termine \u201cconversione\u201d.<br \/>\nPer don Milani, inoltre, bisognerebbe usare sia il termine \u201cdisobbedienza\u201d che il termine \u201cobbedienza\u201d. La sua obbedienza esemplare verso la Chiesa fu concepita come un modo per contrastare l\u2019inadeguatezza della Chiesa. Cos\u00ec come l\u2019obbedienza, nel Sessantotto spezzino, di don Sandro Lagomarsini, che accett\u00f2 l\u2019esilio a C\u00e0ssego. Barbiana e C\u00e0ssego furono entrambe trasformate in occasioni preziose. Ma preziosa fu anche la scelta disobbediente dei preti che lasciarono la tonaca: ben dodici alla Spezia, convinti che il matrimo\u00adnio dei preti avrebbe potuto offrire un aiuto al potenziamento del ministero sacerdotale.<br \/>\nLa disobbedienza era verso gli adulti. Si verific\u00f2 una frattura giovani-adulti ed emerse una generazione per molti aspetti diversa e distinta dalla precedente e critica nei confronti delle sue, seppure ben nascoste, profonde debolezze. La generazione precedente era quella della Seconda guerra mondiale, della \u201cguerra fredda\u201d, dei sacrifici per la carriera e per il benessere: aveva rinunciato a troppe aspirazioni. La nuova generazione era critica verso l\u2019esperienza della precedente, era insoddisfatta del presente e delle proposte di cambiamento in campo. La parola \u201cgiovane\u201d smise di indicare soltanto chi non \u00e8 ancora adulto, per indicare anche chi si oppone ai valori degli adulti, della loro societ\u00e0 e delle loro istituzioni.<br \/>\nE tuttavia i figli volevano farsi carico dei sogni non realizzati dai padri. Dentro la frattura non mancarono tentativi di interscambio e di confronto.<br \/>\nConsideriamo il rapporto tra studenti e professori adulti. Forse il bersaglio era davvero il potere, pi\u00f9 che l\u2019autorit\u00e0. Una delle occupazioni delle scuole spezzine nel dicembre 1968 pi\u00f9 interessanti fu quella dei Geometri. Il Preside Alfonso Gianni era un socialista, un progressista.<br \/>\nLeggiamo il brano della testimonianza di uno studente, Sandro Amorfini:<br \/>\n<em>Gianni piombo nel corridoio centrale che, essendo lo spazio pi\u00f9 largo della struttura, fungeva un po\u2019 da sala riunioni al coperto, e sollecit\u00f2 i presenti a rientrare nelle aule minacciando interventi repressivi. A farne le spese fu Maria Grazia Laudani che, in piedi sopra una scrivania, tentava di dare un\u2019organizzazione decente a quell\u2019esperienza assolutamente straordinaria che stavamo vivendo. Il Preside le intim\u00f2 di scendere e di tornare in classe anche prima degli altri. Appoggiata dal sostegno rumoroso di noi studenti assiepati attorno, rimase al suo posto prendendosi la minaccia di una pesante sospensione che, pur non avendo avuto seguito, le provoc\u00f2, al momento, una certa apprensione tanto da farle scendere copiose lacrime.<\/em><br \/>\nIl gesto della Laudani fu decisivo per mettere in crisi il potere. Gianni entr\u00f2 in una crisi profonda. E tuttavia quei ragazzi ebbero un interscambio e un confronto molto positivi con un gruppo di insegnanti. Ecco il brano di un altro studente dei Geometri, Sergio Tedoldi:<br \/>\n<em>Il ruolo pi\u00f9 importante nella nostra formazione lo ebbe Gianluca Solfaroli, insegnante di italiano e storia. Era intransigente, rigoroso, colto: un maestro di vita. La sua fu un\u2019influenza in termini di valori pi\u00f9 che di indicazioni politiche. Nella nostra lotta ci aiut\u00f2 a mettere a fuoco l\u2019obiettivo del contrasto alla selezione di classe.<\/em><br \/>\nConsideriamo ora il rapporto tra operai giovani e adulti. Racconta Claudio Rissicini, giovane operaio -che poi militer\u00e0, fin dalla fondazione, in Lotta Continua- a proposito dello sciopero all\u2019OTO Melara del luglio 1968, il primo dopo diciotto anni:<br \/>\n<em>Si dice che il merito fu della nostra generazione, ma se questo \u00e8 vero, lo fu indirettamente. Qualche giorno prima dello sciopero, ricordo che cominci\u00f2 a circolare il passaparola che ci saremmo fermati a una certa ora di uno dei giorni successivi, e tale passaparola anzich\u00e9 arrivare dai giovani, arriv\u00f2 da molti lavoratori, anziani o maturi, anche moderati, che per\u00f2 non ce la facevano pi\u00f9.<\/em><br \/>\nL\u2019intreccio tra i padri e i figli vi fu anche perch\u00e9 i figli avevano bisogno di darsi un passato, di avere delle radici, che cercarono e trovarono nelle idee e nelle lotte dei padri. Leggiamo ancora Rissicini:<br \/>\n<em>La polizia ci aspettava in via Valdilocchi, credendo che facessimo il percorso pi\u00f9 breve, quello di viale San Bartolomeo. Invece passammo dall\u2019Aurelia. Volevamo andare a Migliarina, nel quartiere operaio dove vivevano gli operai licenziati dopo la \u201clotta\u201d degli anni Cinquanta, i familiari dei tanti che erano dovuti emigrare all\u2019estero. La gente piangeva commossa ai lati della strada.<\/em><br \/>\nQuei cortei che passavano da Migliarina erano il segno della consapevolezza che la lotta del 1968-1969 curava, in un certo senso, le ferite dell\u2019emigrazione in Germania, Belgio, Svizzera e altrove di un\u2019intera generazione operaia falcidiata dalla discriminazione politica. E vendicava i neri anni Cinquanta.<br \/>\nCerto, nel Sessantotto finiva la generazione della Resistenza e se ne inaugurava una nuova. Erano, ha scritto Guido Crainz, <em>giovani molto diversi dal passato non solo e non tanto per la loro origine sociale ma perch\u00e9 partecipi di una tumultuosa circolazione internazionale di idee, di modelli culturali, di costumi. Si innestano qui forme di \u201criscoperta\u201d ma in qualche misura anche di \u201creinvenzione\u201d della politica<\/em>.<br \/>\nPoi qualcosa di profondo mut\u00f2 nel movimento. Continua Crainz:<br \/>\n<em>C\u2019\u00e8 da chiedersi perch\u00e9 gli aspetti pi\u00f9 freschi di quella ventata non siano proseguiti poi molto, e soprattutto come mai quell\u2019interrogarsi fecondo su saperi e profili professionali si sia interrotto: travolto anch\u2019esso da una politicizzazione estrema che ridusse i conflitti a vecchi schemi.<\/em><br \/>\nIl Sessantotto degli inizi, invece, continuava e innovava, con un linguaggio e una cultura originali, la lotta della generazione della Resistenza. Marcello Montanari, nella relazione al convegno \u201cIl prisma spezzino. Il Sessantotto dalla dimensione locale a quella globale\u201d (25-26 marzo 2022) ha affermato:<br \/>\n<em>Il problema posto dal Sessantotto era la riforma del sistema dei saperi o, detto diversamente, il governo (e la crescita) della democrazia in una societ\u00e0 industriale e di massa <\/em>[\u2026]<em> Il problema posto dal Sessantotto non era quello della rivoluzione italiana, ma di una riforma delle istituzioni: dell\u2019allargamento delle basi democratiche dello Stato. Il Sessantotto era il momento conclusivo di un processo di democratizzazione iniziato con la Costituzione. E, se la generazione degli anni Quaranta aveva reinventato la democrazia e la libert\u00e0 politica, quella degli anni Sessanta mostrava di voler ritrovare la democrazia nella vita quotidiana (nel lavoro come nelle relazioni intersoggettive). <\/em>[\u2026]<em> Se si coglie la complessit\u00e0 di questo orizzonte tematico, si pu\u00f2 comprendere, allora, quanto grande sia stata la responsabilit\u00e0 di chi nei partiti di sinistra non seppe comprendere la \u201cposta in giuoco\u201d e di chi nelle organizzazioni minoritarie volle spingere il movimento verso una ideologia rivoluzionaria.<\/em><br \/>\nNon aveva ragione Marx quando diceva che le rivoluzioni non traggono la loro poesia dal passato. Aveva ragione invece Walter Beniamin: il loro motore segreto \u00e8 in un desiderio di redenzione dei vinti, in un appuntamento misterioso tra le generazioni che sono state e la nostra.<br \/>\nCos\u00ec come ci fu un rapporto tra Resistenza e Sessantotto, oggi dobbiamo vedere il rapporto tra il Sessantotto e noi, dobbiamo cogliere la virtualit\u00e0 generatrice di futuro di alcune idee del Sessantotto, i lasciti che ci sono ancora, come potenzialit\u00e0 attuali.<br \/>\nNon basta \u201cil punto di vista di classe\u201d, perch\u00e9 occorre creare un nuovo \u201csenso comune\u201d, una nuova moralit\u00e0, un nuovo senso della vita: da qui la centralit\u00e0 della riforma dei saperi, degli apparati dell\u2019egemonia culturale, della riforma intellettuale e morale.<br \/>\nNon basta la conquista del potere dall\u2019alto, perch\u00e9 serve la liberazione della persona, la sua capacit\u00e0 di autodeterminare la propria vita.<br \/>\nNon basta la politica come potenza, perch\u00e9 nella ridefinizione della politica \u00e8 centrale il problema della nonviolenza.<br \/>\nE\u2019 vero, \u201cand\u00f2 diversamente\u201d, ma quelle tracce possono tornare in forme nuove e costituiscono una spinta verso quel nuovo umanesimo che stiamo ancora cercando.<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Festival della Resistenza \u201cFino al cuore della rivolta\u201d<br \/>\nFosdinovo<br \/>\n9 agosto 2022<br \/>\nIntervento di Giorgio Pagano<br \/>\nQuesto intervento trae ispirazione dal libro mio e di Maria Cristina Mirabello \u201cUn mondo nuovo, una speranza appena nata. 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