Presentazione di “Ennio Carando. Un filosofo nella Resistenza” di Giorgio Pagano, sabato 16 maggio ore 17 a Moneglia
13 Maggio 2026 – 09:32

Presentazione di
“Ennio Carando. Un filosofo nella Resistenza”
di Giorgio Pagano
sabato 16 maggio ore 17
Moneglia
Sabato 16 maggio, alle ore 17, presso la Sala Consiliare del Palazzo Comunale di Moneglia sarà presentato il libro “Ennio Carando un filosofo …

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Quella cultura alternativa che unì una generazione

a cura di in data 18 Febbraio 2026 – 21:03

Il Secolo XIX nazionale, 13 novembre 2024
di Ferdinando Fasce

Basta un rapido giro per gli scaffali di libreria per concludere che sul Sessantotto e sui “lunghi anni sessanta” è già stato detto tutto ed è impossibile aggiungere qualcosa di nuovo. Poi ti capita tra le mani questo piccolo, ma succoso, lavoro curato da Giorgio Pagano (Tra utopia e realismo. Appunti sul Sessantotto, ETS, 2024, pp. 184, 16). E vien subito voglia di ricominciare a discutere. E soprattutto di riaccendere il registratore, riaprire i taccuini, tornare in biblioteca. Su un punto in particolare il libro apre prospettive di grande interesse. Su quello che Pagano definisce “il collante della generazione del Sessantotto”. Ovvero la “controcultura giovanile di massa”. Di che si tratta? Del fatto che in quegli anni un po’ dappertutto, e quindi anche da noi, la diffusa creatività, frutto della scolarizzazione allargata, si lega, nel contesto di una inedita globalizzazione culturale resa possibile dall’esplosione dei media e di trasporti di massa accessibili, alle forme di vita e cultura alternativa che hanno preso corpo al di là dell’Atlantico. Almeno dagli anni Cinquanta, con il mondo dei beats, ma secondo traiettorie che ci portano molto più indietro, al Greenwich Village newyorkese della bohème del primo ventennio del Novecento di John Reed e Mabel Dodge, Alfred Stiglitz e Georgia O’Keeffe. Per proiettarsi in avanti e diventare pratica diffusa e motore dell’immaginario collettivo dei ragazzi che occupano Berkeley e Columbia in nome di un sapere più libero, critico, all’altezza dei tempi, aperto a tutte e tutti.

Così, lo chiarisce nel libro Luisa Passerini, matura un valore chiave di quegli anni Sessanta, un impulso al rifiuto delle convenzioni e degli steccati, la spinta all’abbattimento di muri e barriere di ogni tipo, testimoniati con particolare forza dalle cronache sulla mobilitazione afroamericana per i diritti civili e sulla protesta studentesca contro il Vietnam. Sul piano culturale è una circolazione senza precedenti di persone, esperienze e idee: fra generi differenti entro una medesima industria culturale; fra vari segmenti dell’arte e dell’intrattenimento; fra vita quotidiana, cultura e politica; fra alto e basso, colto e popolare. Basti pensare a quel che accade in ambito musicale, il terreno sul quale con più evidenza, sottolinea Pagano, la nuova generazione trova la sua identità. In un continuo ping-pong fra le due sponde dell’oceano. E’ un turbinoso sconfinamento culturale che mette d’improvviso a contatto divi dello «yeah yeah» come i Beatles con un guru della musica impegnata alla ricerca di nuovi orizzonti come Bob Dylan. Che, a sua volta, presenta i Beatles, intimando loro di smetterla con le stesse 173 parole tipo “amore” e “cuore” ripetute 1072 volte in dieci brani, ai poeti beat della generazione precedente come Allen Ginsberg. Nella cui scia arriva a Londra il più fulminato, lucido e geniale narratore beat, William Burroughs. Che diventa amico di McCartney, si fa insegnare da lui l’arte dell’uso del registratore e gli insegna quella del cut up, del tagliare pagine di un testo per rimetterle insieme in combinazioni a montaggio. Saccheggiare le opere degli altri, letteralmente, collegando «pezzetti vividi di dettagli che svaniscono». I Beatles già lo fanno da tempo, ma adesso ne diventeranno maestri, come mostrano capolavori come A Day in the Life.

Dylan e gli Stones di Satisfaction li hanno intanto preceduti nella critica della vita quotidiana che nel frattempo riempie le ardue pagine dei situazionisti e dei francofortesi e gli indaginosi tentativi dei ragazzi di inventare nuove forme dello stare insieme. Saranno gli scatenati Who a consegnare ai loro coetanei con My Generation l’inno del rifiuto e del furore. Mentre altri e più sulfurei provocatori come Frank Zappa incalzano sulla scena, capaci di centrifugare in forma originale e critica un’infinita varietà di passioni che tagliano trasversalmente il pentagramma, dalla musica concreta di Edgar Varèse, alla dodecafonia, al rock, al jazz, su testi al vetriolo pronti a spingersi persino fra le macerie fumanti del ghetto di Watts. Insomma, come conclude Pagano, non furono solo canzonette, “né dal punto di vista musicale né da quello narrativo”. Ed è giusto riconsiderare gli anni Sessanta anche e soprattutto a partire da esse.

Ferdinando Fasce

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