La strage fascista del 22-23 gennaio 1923 alla Spezia ricordata a Torino. 18 Dicembre 2025 ore 17.30 Polo del Novecento
13 Dicembre 2025 – 19:07

La strage fascista del 22-23 gennaio 1923 alla Spezia ricordata a Torino
18 dicembre 2025 ore 17,30
Polo del Novecento – Torino
Giovedì 18 dicembre la città di Torino ricorderà la strage fascista del 18 dicembre 1922 insieme …

Leggi articolo intero »
Crisi climatica e nuove politiche energetiche

Economia, società, politica: anticorpi alla crisi

Quale scuola per l’Italia

Religioni e politica

Ripensare il Mediterraneo un compito dell’Europa

Home » Economia, società, politica: anticorpi alla crisi

“Un mondo nuovo, una speranza appena nata”, conversazione tra Anna Costantini e Giorgio Pagano sul contesto storico e artistico in Liguria nella seconda metà degli anni Sessanta. Corniglia 9 luglio 2024 – Intervento di Giorgio Pagano

a cura di in data 27 Agosto 2025 – 15:38

“Un mondo nuovo, una speranza appena nata”
conversazione tra Anna Costantini e Giorgio Pagano sul contesto storico e artistico in Liguria nella seconda metà degli anni Sessanta
7 luglio 2024, Prevo – Corniglia
Intervento di Giorgio Pagano

Vernazza e Corniglia erano, negli Sessanta e nel Sessantotto, ”avanguardie sul mare”. Ho raccontato questa storia nei due volumi di “Un mondo nuovo, una speranza appena nata. Gli anni Sessanta alla Spezia ed in provincia”.
Gianni Viacava, per tutti Gianni Franzi, fa ancora adesso il ristoratore nella piazza di Vernazza. Nello stesso ristorante, che si chiamava Trattoria della Stella, aveva lavorato da ragazzo. A Ferragosto del 1952 vennero diciannove persone. Poi, a poco a poco, Vernazza si animò con gli stranieri, come lui racconta:
“Arrivarono tra la fine degli anni Cinquanta e i primi anni Sessanta un po’ di svizzeri, di tedeschi, di francesi. Teatranti, pittori, registi, scrittori. Prima di tutti però era arrivato, nel 1952, un italiano: Aldo Trionfo, attore e soprattutto regista, uno dei più grandi registi del nostro teatro. Era un vulcano di idee. Amava Vernazza e voleva fare di tutto per renderla più bella. Appena scoprì che dopo la guerra tutti gli archi della piazza erano stati murati per poterla ricostruire più velocemente, si batté per farli riportare alla luce. Tirò fuori i sassi del Mesco dalle case, a spese sue. La gente aveva paura delle formiche… Oggi sono la bellezza di Vernazza.
Ma Trionfo non era l’unico. Quando comprai il ristorante, nel 1964, era già un po’ che frequentava Vernazza Alighiero Boetti, straordinario artista, allora giovane e squattrinato. Aveva comprato una casetta a rate a Prevo, tra Vernazza e Corniglia, e l’aveva ristrutturata con pietre antiche. Spesso non pagava, e allora offriva i suoi quadri”.
Lo conferma anche Antonio Barrani, oggi pittore:
Mia madre accompagnava spesso Boetti a casa portando sulla testa ceste piene di viveri. E tutte le volte lui le domandava se preferiva essere pagata in lire o con un disegno. Lei scelse sempre i soldi, oggi avremmo un patrimonio!

Nacque un interscambio tra i giovani di Vernazza e di Corniglia e gli artisti: anche quelli che, dopo Trionfo e Boetti, si stabilirono in zona. Tra questi Michelangelo Pistoletto, protagonista della serata che ha dato il via al progetto OTP, che in suo omaggio porta nel nome il “Terzo Paradiso” pistolettiano: un progetto globale che vuole salvare il mondo dalla catastrofe della collisione tra il Paradiso Naturale, regolato dall’intelligenza della Natura, e il Paradiso Artificiale, sviluppato dall’intelligenza umana, creando nel “Terzo Paradiso” una nuova armonia tra il primo e il secondo. Anche Michelangelo arrivò a Vernazza nel 1965, per poi stabilirsi a Corniglia, dove soggiorna ancora oggi. A Vernazza e a Corniglia diede vita, in quegli anni, a memorabili “azioni creative”, nate da collaborazioni con persone provenienti da diverse discipline artistiche: sperimentazioni teatrali collettive che coinvolgevano e rendevano protagonisti gli abitanti dei due borghi.
Ecco perché il progetto OTP ha una lunga storia.
Al centro del progetto ci sono soprattutto le figure di Alighiero Boetti e Michelangelo Pistoletto.
Boetti fece con la pittura quello che Francois Truffaut fece in quegli anni con il cinema: ci ha mostrato le meraviglie del mondo nel quotidiano, sotto gli occhi.
L’arte povera e le opere di Boetti sono modernissime e ci parlano ancora, in un’epoca in cui il consumismo ci sta divorando. L’arte povera nacque contro il marmo e l’olio, per usare materiale quotidiano. Leggiamo qualche sua frase tra le più indicative: “si può usare tutto per fare l’arte”, oppure “i miei sono lavori che tutti potrebbero fare”. Sono i legnetti colorati, le lettere che si spediva, i ricami…
Boetti nel 1971 fece un primo viaggio in Afghanistan, un luogo che divenne la sua seconda patria. A Kabul avviò la lavorazione delle mappe del mondo, planisferi ricamati a mano dalle donne afghane, dove ciascuna nazione è indicata dalla relativa bandiera. Le combinazioni cromatiche sono le più diverse, anche perché le donne afghane non avevano mai visto il mare e lo coloravano in vari modi, quasi mai in azzurro come ci si sarebbe aspettati.
I protagonisti del “maggio francese” dichiararono la loro distanza dalle idee correnti di rivoluzione, scrivendo:
La rivoluzione borghese è stata giuridica, la rivoluzione proletaria è stata economica. La nostra sarà sociale e culturale. Perché l’uomo possa diventare sé stesso”.

Tutte le rivoluzioni sociali e culturali – e quella degli anni Sessanta e del Sessantotto certamente lo fu – sono vissute intensamente, sono preparate e producono a loro volta svolte estetiche.
Boetti e Pistoletto si collocarono in un contesto di rivoluzione sociale e culturale, di lotta a ogni separazione tra arte e vita, per dare un nuovo senso alla vita.
La “pace preventiva”, il titolo dell’ultimo libro di Pistoletto presentato a Corniglia, e il mondo unico delle mappe di Boetti ci parlano in fondo di questo: serve un nuovo modo di vivere.
Boetti, in particolare, mette al centro delle sue opere il gioco. Come suggerisce la figlia Agata, con il cui aiuto è stata realizzata la mostra di Vernazza, il gioco non potrebbe essere anche un modo per non archiviare quel che ci viene tramandato e finire di mercificarlo, o dimenticarlo, o le due cose insieme?
Soffermiamoci ora su Pistoletto. Così Michelangelo racconta quegli anni in “Un mondo nuovo, una speranza appena nata. Gli anni Sessanta alla Spezia ed in provincia”:
Facemmo, nel 1968, uno spettacolo in piazza e nel Torrione grande, una compagnia di guitti che cantavano e giravano per le strade. C’erano l’artista Maria Pioppi, che da allora è stata la mia compagna di vita, l’attore Carlo Colnaghi, e altri. Avevamo intenti libertari, ci battevamo contro le istituzioni che imprigionano l’individuo. Provenivamo da diverse esperienze artistiche, ci eravamo riuniti nel gruppo ‘Lo Zoo’, che metaforicamente indicava lo stato di prigione dell’animale uomo quando vuole espandere la sua creatività. Il riferimento era a ‘L’uomo a una dimensione’ di Marcuse. ‘Lo Zoo’ arrivò a Vernazza nell’agosto 1968, lo spettacolo si chiamava ‘L’uomo ammaestrato’. Un uomo che ha imparato a parlare, leggere, distinguere i colori, a non mordere la testa del suo domatore. Era la parabola dell’alienazione raccontata con il linguaggio popolare dei cantastorie, della commedia dell’arte”.

“Lo Zoo” fu un’espressione tipica della rivoluzione sociale e culturale degli anni Sessanta La sua vicenda si colloca in quella rivoluzione globale: l’Arte povera, il Living Theater, la controcultura musicale, il Nuovo Cinema… La sperimentazione e il confronto tra esperienze diverse, che caratterizzeranno sempre l’opera di Pistoletto, si colgono già allora: il suo è teatro di strada, ma anche mostra, corteo, concerto, film, attività creativa di gruppo…
Il tutto all’insegna dell’utopia dell’annullamento della separazione tra arte e vita. Un’utopia simboleggiata anche dai suoi autoritratti fotografici, che testimoniavano quanto fossero sempre meno definibili i confini tra pubblico e privato. Michelangelo fece ricorso alla tradizione dell’autoritratto per scoprire la sua vera identità, e capì subito quanto era essenziale lo specchio. Senza lo specchio non ci si può vedere e riconoscersi. Fu così che portò lo specchio nella pittura. Non fece più autoritratti. Scoprì che non era solo nello specchio ma con gli altri, e che gli altri erano la sua identità.
Anche la ricerca del coinvolgimento degli spettatori faceva parte di questa utopia. Lo spettatore è il personaggio pistolettiano per eccellenza. Fino alla trasformazione degli abitanti di Corniglia in attori. Seguiamo il racconto di Michelangelo:
Tra il 1967 ed il 1968 io e Maria prendemmo casa a Corniglia, dove non saliva nessuno, un luogo più tranquillo e riflessivo. Per tutta l’estate del 1969 installammo a Corniglia le attività dello ‘Zoo’. Era il nostro laboratorio di ricerca, facevamo ogni giorno uno spettacolo quotidiano in piazza, dalle sedici alle diciannove e trenta. L’atto creativo era quotidiano, con la musica, con le azioni. Si stabilì un rapporto straordinario con gli abitanti, come se fossimo una grande famiglia socio-artistica. Le persone di Corniglia esprimevano le loro capacità creative, una creatività continua e corale. Fu anche un progetto politico alternativo di vita comunitaria e di rapporto con la comunità dei residenti. Lo spettacolo si chiamava ‘L’uomo nero’: era un gioco in cui l’’uomo nero’ di turno decideva cosa fare, anche per le azioni del gruppo. Ma ‘l’uomo nero’ era anche l’uomo che disegna un cerchio e vuole uscirne perché ne avverte l’insopportabilità”.

Nello “Zoo” c’è tutto il Sessantotto degli inizi, quello in cui covava la speranza, che era la linea teorica del progetto dello “Zoo”. Nello “Zoo” c’era la rivolta etica e libertaria. La ricerca di un nuovo rapporto tra arte e vita era un tutt’uno con quella degli studenti per un nuovo rapporto tra scuola e vita e per nuove relazioni intersoggettive.
Un altro tratto comune fu il rapporto tra l’io e il noi: il collettivo era per esistere come persona nuova. Il 2 aprile 1968 Pistoletto stampò un manifesto affisso a Torino, con firma, indirizzo di casa e numero di telefono. Il titolo era: “Pistoletto. Con questo manifesto invito le persone che lo desiderano a collaborare con me alla XXXIV Biennale di Venezia”. Il testo diceva:
Io per collaborazione intendo un rapporto umano non competitivo ma di intesa sensibile e percettiva. Cedere una parte di me stesso a chi desidera cedere una parte di se stesso è l’opera che mi interessa”.

Il Sessantotto degli inizi era anche amore e ricerca di un nuovo modo di vivere. “We shall overcome” è il solo canto in cui non si leva il pugno e non si battono le mani, perché le mani stringono quelle di chi sta a fianco. Pistoletto scriveva: “Voglio fare l’amore con gli altri”. Leggiamo le parole di Sandra Cason e Jane Stembridge, attiviste americane per il movimento dei diritti civili dei neri:
La questione è continuare a vivere nell’isolamento o pensare al plurale. Il movimento degli studenti non è una causa […] e la collisione tra due persone distinte. È come dire “ora vengo a sedermi accanto a te” […] Solo l’amore è radicale”.

A Corniglia Michelangelo realizzò uno spettacolo ancora nel 1979, sollecitato dagli abitanti del paese: “Opera ah”. E poi, sempre nel 1979, “Pecora cantata”, sempre con gli abitanti e con un pastore e un gregge di pecore (la musica era di Enrico Rava). Nel 1981 fu la volta di “Anno Uno”.
Pistoletto sostiene che gli anni Sessanta e Settanta furono gli anni decisivi per il suo cammino futuro:
Il Pistoletto di oggi c’era già allora, lì a Vernazza, a Corniglia: l’interazione tra le diverse arti e la partecipazione delle persone. Furono gli anni del passaggio verso quel rapporto arte-società che ha caratterizzato tutta la mia opera successiva. Lo ’Zoo’ è l’antefatto di tutto quello che è venuto dopo”.

In Boetti e in Pistoletto ritroviamo tutto ciò che caratterizzò il Sessantotto degli inizia: ironia, gioco, creatività, irriverenza verso gli assetti conservatori.
É un clima riassunto con straordinaria efficacia da quello che Goffredo Fofi definì “il documento più alto del Sessantotto e dei suoi dintorni, insieme a ‘Lettera a una professoressa’: ‘Il mondo salvato dai ragazzini’ di Elsa Morante (1968). Un inno all’adolescenza, alla sua energia e alla sua gioia come visione politica per cambiare il mondo. Nei versi non c’è solo l’amata Beat generation, ci sono il teatro, la Poesia Visiva, la canzone popolare, il libello politico: ne emerge un’architettura unitaria e complessa, a cui nulla, nella tradizione letteraria italiana, assomiglia neanche lontanamente. La felicità eversiva degli F. P. (Felici Pochi) si contrappone all’infelicità conformista degli I. M. (Infelici Molti). Pistoletto è senz’altro d’accordo, Boetti penso lo sarebbe.
Ecco un brano del libro della Morante:
Sappiatelo, o padri meschini I. M. d’ogni paese:
se ancora il corpo offeso dei viventi resiste
in questo vostro mondo di sangue e di denti
è perché passano sempre quelle poche voci illese
con le loro allegri notizie.
Contro le vostre milizie sevizie immondizie
imprese spese carriere polveriere bandiere
istanze finanze glorie vittorie sciarpe littorie & sedie gestatorie
contro la vostra sana ideologia la vostra brava polizia
ghepeu gestapo fbi min-cul-pop ovra rapp & compagnia
e tutta la vostra mortuaria litania
ci vale solo quell’unica eterna scaramanzia:
l’allegria degli F.P.
Come vanno i Vostri Reali E i Presidenti E i Generali
E i Rendimenti gli Emolumenti? Siete contenti dei Vostri Affari?
In Famiglia tutto bene? La Signora si mantiene?
E la Bomba come va? La più bella chi ce l’ha?
La Mamma dei Capitali o il Papà dei Proletari?
Bravi bravi complimenti. Siete sempre Regolari.
Troppo uguali. Troppo uguali. Troppo tristi e troppo uguali
troppo uguali e troppo tristi. Troppo tristi troppo tristi
tristi TRISTI. Non vi viene mai lo sfizio d’essere meno tristi?
Comunque, se vi piace la tristizia, godetevela voi la vostra.
Questa terra non è mica roba vostra. E’ da secoli e da millenni
che noi cerchiamo di farvelo capire.
Mamma nostra non ci ha mica fatto per servire agli usi vostri.
Mica ci ha fatto gli occhi per guardare le tristi facce vostre.
Mica ci ha fatto gli orecchi per ascoltare le tristi chiacchiere vostre.
La vostra guerra non è la nostra. Noi siamo per l’allegria
la grazia, ossia
la felicità.
E perché voi fate tanto fracasso? Silenzio! Taizes-vous! Shut up!
Via! Fatevi in là!
Basta!
Ci avete
definitivamente obiettivamente finalmente
stufato
”.

Giorgio Pagano

Popularity: 2%