Presentazione di “Ennio Carando. Un filosofo nella Resistenza” di Giorgio Pagano, il 24 Giugno ore 21 a Pignone e il 25 Giugno alle ore 18 a Milano
Presentazione di
“Ennio Carando. Un filosofo nella Resistenza”
di Giorgio Pagano
Mercoledì 24 Giugno a Pignone ore 21
Giovedì 25 Giugno a Milano ore 18
Il libro di Giorgio Pagano “Ennio Carando Un filosofo nella Resistenza sarà presentato mercoledì 24
giugno alle ore 21 a Pignone, presso la Loggia di piazza Marconi. L’autore dialogherà con Roberto Lamma; sarà presente il coro della classe terza del Liceo Musicale Cardarelli diretto da Marco Montanelli
e Chiara Khilgren. L’iniziativa sarà preceduta alle 19,30 da un aperitivo alla Cantina 22B di Pignone. La presentazione è organizzata dalla Sezione Anpi Val di Vara, dal Comune di Pignone e dalla Pro Loco di Pignone.
Giovedì 25 giugno sarà la volta di Milano: il libro sarà presentato alle ore 18 alla Casa della Cultura (via Borgogna 3). Interverranno i filosofi Fabio Minazzi, dell’Università dell’Insubria, e Amedeo Vigorelli, dell’Università di Milano, e lo storico Giovanni Scirocco, dell’Università di Bergamo.
L’incontro sarà in presenza e in diretta streaming. La diretta streaming si può seguire sul sito www.casadellacultura.it, sul canale You Tube e sulla pagina Facebook della Casa della Cultura.
Ennio Carando, piemontese nato a Pettinengo ma cresciuto a Bra, si formò come filosofo a Torino, dove fu allievo dei maestri di filosofia morale Erminio Juvalta e Piero Martinetti. Insegnò a Modena, Cuneo, Savona e, dall’ottobre 1942, al Liceo Classico Costa della Spezia. Ovunque formò “comunità” di studenti che diventarono partigiani e furono al suo fianco negli anni della Resistenza. Alla Spezia Carando rappresentò il PCI nel CLN provinciale, di cui fu il trascinatore dal settembre 1943 al luglio 1944, quando il comitato fu scoperto dai fascisti. Il professore, nonostante fosse ormai quasi cieco, decise di salire in montagna per fare il partigiano nel suo Piemonte. Fu ucciso dai fascisti, in seguito a una delazione, il 5 febbraio 1945 a Villafranca Piemonte, insieme al fratello Ettore, ufficiale, e a Leo Lanfranco, operaio della Fiat Mirafiori. Ennio Carando è Medaglia d’Oro al Valor Militare.
Scrive Pagano nella Premessa:
La sua figura esprime un tratto caratteristico di tutti i movimenti di Resistenza: “La fiducia in un futuro politicamente migliore aveva, così alla sorgente come alla foce, la fiducia nella vita e nell’umanità”. E colpisce per il legame tra “la ferrea coerenza del suo pensiero” e il suo rivelarsi “nella capacità di promuovere e dirigere l’azione” per la libertà degli uomini: una concezione morale della vita che ci indica una direzione di “trascendenza” rispetto a un mondo sempre più disumanizzato e ci spinge verso quei nuovi progetti umanistici che stiamo ancora cercando.
Carando fu anche un insegnante straordinario. Un’esperienza irripetibile, ma che lascia segni difficili da cancellare, che ci riguardano e ci parlano ancora: l’arte maieutica fondata sul dialogo, l’impegno alla formazione globale del giovane e all’educazione delle menti all’analisi della complessità, contro ogni dogmatismo e ogni scorciatoia cognitiva. Nel tempo delle distanze generazionali, la vita di Carando ci rivela che quando docenti e studenti, e più in generale adulti e giovani, partecipano a grandi esperienze morali e politiche possono entrare a far parte di una stessa “comunità”.
Tanta gente anche a Pignone per la presentazione del libro di Giorgio Pagano “Ennio Carando Un filosofo nella Resistenza”, organizzata dalla Sezione Anpi Val di Vara con il patrocinio del Comune di Pignone e della Pro Loco di Pignone.
Il dialogo dell’autore con Roberto Lamma è stato inframmezzato dalle canzoni della Resistenza eseguite dal coro della classe terza del Liceo Musicale Cardarelli diretto da Marco Montanelli e Chiara Khilgren.
Il primo brano cantato è stato Il bersagliere ha cento penne, adattamento partigiano di un canto militare risalente alla prima guerra mondiale, che si conclude con il verso Quando poi ferito cade non piangetelo dentro al cuore, perché se libero un uomo muore che cosa importa di morir. Pagano ha commentato: “è stato il modo migliore per omaggiare Carando, che, quasi cieco, volle andare ai monti, dove fu ucciso dai fascisti, perché due suoi allievi erano morti da partigiani”. Il suo motto era “E’ meglio morire che essere schiavi”.
Lamma ha discusso con Pagano dell’attualità di Carando. Sono stati letti brani dal contenuto attualissimo: sulla necessità che la politica sia fondata su un ordine di valori morali e non sia solo astuzia e forza. Il giorno in cui Hitler annetté la Cecoslovacchia Carando entrò in classe furioso: “le sue parole a difesa della morale, del diritto e delle regole internazionali – ha affermato Pagano – sembrano dette oggi”.
Sono stati letti altri brani sul modo di insegnare di Carando, “anch’essi attualissimi perché Carando diceva che bisogna formare persone prima che professionisti, che il sapere non serve solo a raggiungere scopi lavorativi ma a discernere chi si è”.
La conclusione è stata affidata a Bella ciao: “se la si canta ancora in tutto il mondo vuol dire che la Resistenza non è solo un fatto storico ma un fatto che genera culture, valori, scelte di campo che hanno un valore perenne”.
- Amedeo Vigorelli,Fabio Minazzi,Ferruccio Capelli,Giorgio Pagano e Giovanni Scirocco – Milano,Casa della Cultura
Questo il link al video della presentazione a Milano:
Il libro di Giorgio Pagano “Ennio Carando Un filosofo nella Resistenza” ha fatto tappa anche a Milano, nella prestigiosa sede della Casa della Cultura. Dopo la presentazione di Ferruccio Capelli, sono intervenuti i filosofi Fabio Minazzi, dell’Università dell’Insubria, e Amedeo Vigorelli, dell’Università di Milano, e lo storico Giovanni Scirocco, dell’Università di Bergamo.
Per Minazzi, tra i principali studiosi italiani di Ludovico Geymonat, il libro di Pagano è “bello, serio e rigoroso”: “è la prima biografia scientifica di Carando, e descrive bene il cenacolo di discussioni filosofiche attorno al Maestro Piero Martinetti, con Carando e Ludovico Geymonat – il legame tra i due era molto forte – ed altri come Norberto Bobbio e Augusto Del Noce, che avevano caratteristiche diverse”. Quella di Carando e Geymonat era una “metafisica religiosa”: il loro era “un antifascismo in chiave religiosa”, la stessa adesione al PCI avvenne nel nome di “un comunismo morale”. “Sono grato a Pagano – ha continuato Minazzi – per avere scoperto un documento inedito, che rivela che Geymonat chiese la tessera del Partito fascista nel 1932, che gli fu rifiutata perché aveva firmato un appello per Benedetto Croce: ci aiuta a capire la complessità della vita durante il fascismo, la volontà di restare nella scuola per risvegliare la coscienza morale dei giovani”. Minazzi ha concluso ricordando l’incontro tra Martinetti, Carando, Geymonat e il tornitore comunista torinese Luigi Capriolo, “che aprì la strada dell’antifascismo politico, con l’appoggio di Martinetti alla scelta dei suoi allievi di militare nella Resistenza”.
Scirocco ha affermato che il libro di Pagano “si inserisce nella tradizione di studi inaugurata ormai 35 anni fa da Claudio Pavone”. Il comunismo di Carando emerge come “un comunismo non marxista, fortemente influenzato dall’etica kantiana e da una visione per certi versi ‘religiosa’ della militanza politica”. Carando, quasi cieco, fu fucilato agli inizi del febbraio 1945 insieme al fratello Ettore, ufficiale di carriera e monarchico, che lo aveva seguito nella lotta partigiana. “Le sue ultime parole – ha ricordato Scirocco – furono quelle rivolte al sacerdote che si offriva di confessarlo: ‘Reverendo, ognuno ha la sua metafisica, non insista’. Fu filosofo fino alla fine”.
Amedeo Vigorelli, tra i principali studiosi italiani di Martinetti, ha espresso “riconoscenza” all’autore per la “scoperta di alcuni manoscritti inediti di Martinetti che erano stati affidati a Carando” e ha sottolineato che “in Martinetti c’è una oscillazione tra due etiche, quella dell’eroe e del martire e quella del Budda solitario”: Carando “sceglie in questa oscillazione l’etica socratica, del ‘meglio morire che essere schiavi’, l’etica kantiana” che comporta “il passaggio dalla dimensione morale e religiosa a quella dell’azione politica oggi”.
L’autore ha ripercorso i tratti principali della biografia di Carando e ha spiegato, rispetto ad alcune domande:
“Io sono uno storico particolare. Lo faccio dopo avere passato tutta la mia vita a fare politica. Tutt’ora la faccio, anche se non più nei partiti da ormai vent’anni. Da molto tempo la tempesta ha investito tutti i miei strumenti di analisi. Quelli di molti di noi. C’è chi si chiude in quel poco che resta di privato. C’è chi difende tutto il passato, arrampicandosi sugli specchi. C’è chi, come me, cerca di salvare dal passato un nucleo di valori e di idee che ci parla ancora. Ma per riuscirci devo fare lo storico cercando nel passato non solo conforto ma anche smentite, per vincere idee sbagliate con cui ho convissuto troppo a lungo. Per me la storiografia è anche autobiografia, come diceva Vittorio Foa. Devo capire, per esempio, perché il segretario dei comunisti spezzini criticò così aspramente Carando, come spiego nel libro. E devo capire “l’attualità” di Carando: l’educatore che vuole far nascere il pensiero critico nei giovani; il filosofo che non si accontenta dell’economia per capire l’uomo, che è anche e sempre uomo morale; l’intellettuale che teorizza la funzione etico-civile degli intellettuali; il politico secondo cui senza un principio morale universale non c’è neppure l’azione politica; il partigiano che tra i valori della vita e i valori che trascendono la vita sceglie i valori che trascendono la vita”.
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