Gherardo Colombo alla Spezia e a Sarzana per il NO al Referendum. Sabato 14 marzo ore 16 alla Spezia in Sala Dante e ore 21 a Sarzana all’Hotel Santa Caterina
9 Marzo 2026 – 23:55

Gherardo Colombo alla Spezia e a Sarzana per il NO al Referendum
SABATO 14 MARZO
ore 16 La Spezia Sala Dante
ore 21 Sarzana Hotel Santa Caterina
Sabato 14 marzo Gherardo Colombo, ex magistrato e uomo di cultura, …

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80° anniversario della morte di Gino Menconi, 17 ottobre 2024 – Intervento di Giorgio Pagano

a cura di in data 24 Gennaio 2026 – 11:15

80° anniversario della morte di Gino Menconi
17 ottobre 2024
Intervento di Giorgio Pagano
co presidente del Comitato provinciale Unitario della Resistenza della Spezia

Commemoriamo oggi un grande avenzino, un grande italiano.
Antifascista, persona di vivissima umanità, fu un comunista con un tratto molto originale. Mi avvarrò, nel raccontare la sua bellissima – anche se difficile – vita, e la sua tragica morte, del libro di Antonio Bernieri Gino Menconi nella rivoluzione italiana, ancora oggi fondamentale, e di alcune testimonianze di persone che conobbero Menconi in vita, tra cui lo stesso Bernieri, intellettuale e militante comunista a Carrara durante la Resistenza.
Gino nacque nel 1899 ad Avenza, allora terra di contadini e di libertari. Proveniva dalla piccola borghesia, ma fu una figura esemplarmente “popolare”, nel senso della “capacità di connessione con il popolo”.
Come gli altri ragazzi del 1899, partecipò alla Prima Guerra Mondiale. L’esperienza della guerra e delle sue sofferenze fu per lui molto importante: conta l’uomo, più che l’idea astratta; la vita è il bene più grande che ci sia dato di godere. Ma la vita deve essere libera, come diceva la cultura politica egemone nell’Avenza di allora. Poi Gino conobbe il fascismo, il prodotto della guerra. Era un repubblicano, come quasi tutti ad Avenza. Ed era radicalmente antifascista. Avanzò, con altri giovani, la proposta delle “Avanguardie repubblicane” – squadre armate contro il fascismo – naturalmente rifiutate del partito.
Nel 1921 andò a studiare Economia e Commercio a Venezia, a Ca’ Foscari. Furono gli anni della svolta nella sua vita. Nel 1924 Gino era disgustato dai partiti aventiniani. Il suo antifascismo radicale si poneva la domanda: come sostanziare questa posizione? Il mazzinianesimo gli appariva sempre più, ormai, un valore appartenente a un mondo del passato. Questo processo di maturazione politica non esauriva la vita del giovane Menconi: era uno dei più noti esponenti della goliardia veneziana, amava le arti, la musica, il teatro, il ballo. E le donne.
Era pronto all’azione: aveva partecipato, nel 1923, allo scontro tra carraresi e fascisti sul ponte di Rialto. Nel 1924, alla notizia dell’assassinio di Giacomo Matteotti, impose, con altri giovani, l’interruzione del concerto nel Caffè Quadri di piazza San Marco. Era coraggioso: non aveva paura fisica, e nemmeno psichica, come dimostrerà nei duri anni del carcere e del confino. A Venezia ebbero influenza su di lui due socialisti più anziani, diventati comunisti: Enrico Voceri e Gerolamo Li Causi. L’adesione di Menconi al PCd’I risale probabilmente al 1924. Al centro della riflessione, per un giovane con la sua formazione, non poteva che esserci la questione della libertà: Gino voleva la libertà in concreto, sostanziale, la libertà dei lavoratori. La sua scuola non fu l’Università, ma la strada e la piazza. “Gino – ha scritto Bernieri – amava incontrarsi con la gente, discutere, imparare dalla discussione, assorbire l’esperienza altrui ed in questo era facilitato dalla sua grande capacità di comunicativa e di socievolezza”.
Si laureò alla fine dell’anno accademico 1924, poi fu insegnante per qualche mese a Chiavari. In prossimità delle vacanze di Natale del 1924, il fratello maggiore Umberto lo raggiunse per avvertirlo di non tornare a casa, perché i fascisti di Carrara lo cercavano per aggredirlo e picchiarlo. Nel 1925 si trasferì a Milano, dove fece l’impiegato. Nel settembre 1926 – l’anno della sconfitta certa di fronte al fascismo – il Questore di Milano mise il suo nome accanto a quello dei carraresi Gino Lucetti, l’attentatore di Mussolini, e Gino Bibbi.
Lo credeva di tendenza anarchica. Da qui la scelta dell’espatrio. Gino fu per tre mesi in Austria, poi in Cecoslovacchia, quindi in Lussemburgo, dove lavorò come muratore. Poi ancora a Parigi, a Berlino, e per quasi due anni in Urss. Partì alla fine dell’inverno del 1928, destinazione la scuola leninista di Mosca. Qui visse fino all’ottobre 1930.
Fu un’esperienza non solo politica ma di costume, di “mentalità bolscevica”: un patrimonio di valore che molto contò dopo, nella lotta al fascismo e nella Resistenza. C’è tuttavia un intreccio tra il bolscevismo, l’insegnamento gramsciano che aveva ricevuto in Italia nel PCd’I e la sua critica giovanile al repubblicanesimo. Qualcosa gli restò, di quella formazione, e fece di lui un comunista particolare: non uno stalinista dottrinario, con gli schemi lontani dalla vita. Un comunista bolscevico un po’ gramsciano e un po’ libertario. E con un carattere gioviale, come testimoniarono Arturo Colombi e Teresa Noce. Colombi lo definì “goliardico” pure a Mosca, ma nel contempo “serio e disciplinato” .
Dopo la scuola leninista, Palmiro Togliatti volle mandarlo a Napoli. Erano gli anni della “svolta”: si riteneva possibile la rivoluzione in Italia, in realtà impossibile. Fu un’ecatombe di militanti comunisti, uccisi, incarcerati, confinati. Ma il partito in questo modo si radicava sempre più nella società italiana come partito radicalmente antifascista. Menconi fu impegnato nel Centro interno, diretto da Battista Santhià, e poi a Napoli, dove fu arrestato il 5 luglio 1931. Le lettere dal carcere al padre, fino al gennaio 1932, quando si tenne il processo davanti al Tribunale Speciale, sono significative: “Quando ho dei buoni libri mi sembra di non essere più in prigione. […] Del mio stato non mi pento. Sono calmo, sereno…” . Nelle lettere parlava semplicemente anche di cose gravi, a conferma della sua profonda conoscenza dell’anima popolare.
Al processo Menconi fu condannato a 17 anni. Il suo compagno di carcere Eugenio Reale scrisse che “il suo contegno davanti alla polizia e davanti ai giudici fu esemplare, addirittura eroico” e che al cancelliere e a un giudice andati nella sua cella per leggergli la sentenza, Menconi gridò “viva l’Italia, viva il comunismo!”. Emerge qui il significato nazionale, non puramente di classe, della politica comunista contro il fascismo. Ritorna l’insegnamento gramsciano, della frase che Gramsci alla fine del “processone” del 1928 ebbe a pronunciare: “Voi condurrete l’Italia alla rovina, spetterà a noi comunisti salvarla!”. Il discorso di Amendola del 18 ottobre 1964 a Carrara, nel ventennale della morte, è incentrato sul rapporto tra la vita di Menconi e il significato nazionale della politica del partito. Ambedue privilegiavano nella politica del Pcd’I il momento nazionale, insieme a quello di classe. La “guerra patriottica” accanto a quella “di classe”, per dirla con Claudio Pavone. Che avevano entrambe il tratto anche della “guerra civile”, perché il fascismo era al servizio dell’invasore e perché la guerra civile dopo l’Ottobre era anche guerra di classe.
Menconi fu confinato a Finalborgo (Savona). Da qui scrisse al padre: “Vieni ad abbracciare il tuo figlioccio un po’ matto”. A Finalborgo gli fu compagno Stefano Vatteroni, anarchico avanzino. Con lui imparò nuovamente a parlare il dialetto. Poi fu trasferito a Perugia: con Vatteroni si ritroveranno a Ventotene. Infine a Civitavecchia. Liberato nel 1936, per via dei condoni, restò libero solo per sette mesi. Fece il confino a Ponza per due anni, un anno e mezzo stette a casa ad Avenza, quindi fu confinato a Ventotene per tre anni, dopo un condanna a cinque anni nel 1941. Ritornò ad Avenza il 20 agosto 1943 e partecipò alla prima fase della Resistenza a Carrara, dando vita ai Gap. La Resistenza ai monti non era ancora matura. Bernieri lo conobbe allora: “La sua vita, di cui io allora non conoscevo niente, si fondeva con la vita del partito”. E tuttavia: […] restò sempre sensibile alle attenzioni femminili, che talvolta si prolungavano troppo s’inframmettevano coi suoi doveri di militante” .
Era un comunista serio ma anche umano. Nel febbraio 1944 si spostò a Firenze, nel Comitato militare di partito e in quello unitario. Quando usciva dalle riunioni diceva: “Qui non ci vogliono generali di carriera, ma giovani pieni di inventiva e di iniziativa”. È una frase importante, perché non fu facile l’incontro tra due generazioni, tra i comunisti “ventotenisti” e i partigiani. I partigiani stavano combattendo la loro lotta, non la lotta del passato, degli antifascisti del confino. Avevano scoperto la democrazia, la dignità. I dirigenti comunisti avevano un’altra storia. Menconi fu capace dello scambio e dell’ascolto. A Parma arrivò nel giugno 1944. Dopo il feroce rastrellamento di luglio e la sconfitta delle zone libere occorreva l’unificazione delle forze partigiane.
Il tema che si poneva a Parma era quello dell’unità dei comunisti con gli autonomi/cattolici. A Carrara, in un altro contesto, lo stesso tema Menconi l’aveva affrontato con gli azionisti e gli anarchici, che a Parma quasi non c’erano. Menconi fu tra coloro che contribuirono all’unità in terra emiliana: nel Cumer, nel Comando Nord Emilia, nel Comando Unico parmense. Da membro del Triumvirato insurrezionale del partito emiliano. A Parma Menconi era “Aldo Renzi”. Per Amendola, Ispettore del partito in Emilia, restò sempre “Musoduro”. Il primo agosto gli fu affidato il Comando di Piazza. Si occupava dei Gap e delle Sap. La prima missione in montagna la fece alla fine di luglio. Era Comandante di Piazza, saltuariamente in montagna. Come il 17 ottobre 1944.
Il 17 ottobre 1944 fu uno dei giorni più infausti della Resistenza parmense e italiana: l’attacco di sorpresa e l’eccidio del Comando Unico parmense a Bosco di Corniglio, nell’Appennino. Il Comando si era spostato ai primi di ottobre dalla Valle del Taro – la sede era a Castello di Mariano – a quella del Parma, a seguito degli ordini di fine settembre del Comando Militare Alleato, che con il primo messaggio Alexander alle formazioni partigiane aveva richiesto di predisporre la loro dislocazione su nuove posizioni, pronte alla discesa in pianura per favorire l’avanzata delle truppe alleate. L’obiettivo era superare la linea appenninica: la V e la VIII armata avrebbero dovuto raggiungere il Po prima dell’inverno.
I partigiani credevano di avere la certezza di realizzare nell’autunno del 1944 ciò che si realizzerà soltanto nell’aprile del 1945. Le cose andarono in modo diverso non solo per la reazione dei tedeschi ma anche e soprattutto perché prevalsero negli Alleati altre priorità di impegno.
Il Comando Unico parmense e le formazioni partigiane si trovarono particolarmente esposti all’attacco nemico. Bosco di Corniglio era una località troppo pericolosa: fu una scelta che oggi appare inopportuna, ma che è ben spiegabile nel contesto – pieno di illusioni – del periodo.
Leggiamo la testimonianza di uno dei sopravvissuti all’eccidio del 17 ottobre, il sarzanese Franco Franchini “Franco”, giovane Ispettore del Comando Unico:

“Nella colonna tedesca c’era un traditore, Mario lo Slavo. Fatto prigioniero in un’azione di guerriglia, costui aveva mercanteggiato la propria libertà con la promessa di condurre i tedeschi a sorprendere il Comando partigiano, nel cuore della notte, in Bosco. Si deve ai mulattieri, presi come ostaggi per guidare con i loro muli le forze tedesche, se la sorpresa non raggiunse il suo completo risultato. I mulattieri, consapevoli della tragedia che si sarebbe verificata giungendo a Bosco a notte inoltrata, ritardarono la marcia allungando il percorso in modo da raggiungere il paese soltanto al mattino del 17 ottobre […].
La resistenza dei partigiani fu più che strenua. Fu veramente eroica. Il Comandante Pablo [Giacomo di Crollalanza] cadde, fulminato dalla mitraglia, colpito in più parti del corpo; egli aveva ingannato i tedeschi sul numero dei partigiani impegnati nel combattimento, correndo da una finestra all’altra sventagliando colpi col suo mitra. Cadde con l’arma in pugno, sul tappeto di erba all’inizio del bosco di castagni, dietro l’albergo Gherardini [attiguo alla sede del Comando]. Menconi (Renzi), cadde invece sulla porta del Comando, crivellato di colpi. Egli non morì all’istante: poco dopo, ultimata la strage, i tedeschi appiccarono il fuoco al letto sul quale giaceva il suo corpo agonizzante. Giuseppe Picedi Benettini (Penola) Comandante di Brigata, addetto ai collegamenti, morì colpito alla fronte, là dove agli eroi viene posata la corona di alloro, mentre disperatamente sparava contro il nemico. […]
Tre autentici eroi. Ciascuno con pensiero politico diverso, ma tutti con il sentimento dello stesso dovere […]. Altri tre partigiani […] immolarono alla Patria la loro giovane vita: Enzo Gandolfi, Domenico Gervasi, Settimo Manenti. Dei pochi uomini che componevano il Comando in Bosco, in tutto 14 persone, quella mattina sei lasciarono la vita in combattimento; gli altri, per vero miracolo, scamparono alla morte”.

Dopo la Liberazione Achille Pellizzari “Poe” – nominato, dopo l’eccidio, Commissario politico del Comando Unico parmense – dettò per i Caduti l’epigrafe impressa sul marmo murato nella facciata dell’albergo Ghirardini. Nella dedica del libro del 1946 Oggi… 23 novembre “Poe” scrisse:
“Pablo, Penola, Renzi, cari compagni di fede, abbiamo diviso i rischi e il duro pane della combattuta vigilia, e l’attesa e le delusioni e l’incrollabile certezza, ma non l’ardore dell’ultima battaglia, né la gioia della vittoria. Ma quegli che vi vide morire al suo fianco, e per immeritato privilegio vi sopravvisse, ogni giorno rievoca, nei tanti raccoglimenti del suo cuore, la vostra generosa giovinezza, i vostri volti splendenti di placido riso” .
Anche alla fine della sua vita, Gino Menconi dimostrò amore per gli uomini e vivissima umanità. Scrisse Primo Savani “Mauri”, nei giorni dell’eccidio Commissario politico del Comando Unico parmense:
“Un’altra raffica colpì Menconi al fianco sinistro. Retrocedette barcollando: ‘Sono colpito, aiutami!’. Savani lo trascinò all’interno. Mentre continuavano le raffiche contro la porta d’ingresso, altre investirono le finestre. Un attimo dopo Menconi cadde sul pavimento ordinando: ‘Salvati!’”.
Questa è la storia di Gino Menconi. Una vecchia storia? Sì, ma vale la pena raccontarla ancora. Come quella di Giacomo di Crollalanza, di Giuseppe Picedi Benettini, dei tre ragazzi della guardia. Tanto più oggi che si cerca di rileggere il passato senza alcun rispetto per questa Storia.
Vale la pena ricordare che un tempo ci fu una generazione ribelle capace di risollevare la patria, trascinata nel fango da Benito Mussolini e dai suoi miti guerrieri. E forse dal ricordo nascerà anche la riconoscenza per quei carcerati, confinati, resistenti alla macchia, decisi a combattere con ogni mezzo il terrore nazifascista per riprendersi la libertà e restituire dignità al Paese che nel 1922 aveva regalato il potere al fascismo.
Ora la questione è diventata questa: scomparse le forze politiche antifasciste che diedero vita alla Resistenza e alla Costituzione, ci restano – e non è poco – l’antifascismo e la Costituzione. Cioè le idee morali e le norme giuridiche che costituiscono il fondamento di uno Stato. Attorno a cui il popolo italiano ha sempre fatto quadrato: lo hanno dimostrato due referendum.
Ma qual è il rapporto fondamentale tra Resistenza e Costituzione? Sta nel fatto che la Costituzione si fonda su un principio di cittadinanza attiva – il popolo che “esercita” la sovranità – articolato attraverso una serie di strumenti: la libertà di pensiero e di parola, i sindacati, i partiti, le associazioni, la scuola pubblica. Esattamente il contrario della politica tutta ricondotta a un capo. La questione è che la Costituzione va attuata: è una forza inesplosa. Ma se si passa allo strapotere dell’esecutivo sul legislativo, se sindacati, partiti, spirito attivo che porta alla cittadinanza e alla partecipazione non trovano una nuova vitalità, allora la Costituzione resterà inattuata, e forse troverà il suo capolinea. Questa è la grande questione dell’oggi.
E noi, associazioni partigiane, non possiamo non dire: di fronte al disincanto del popolo per la politica, riscopriamo la bellezza della politica. Cioè il cammino della Costituzione, fatto di dignità, legalità, onestà, giustizia sociale e ambientale, altruismo, fratellanza, solidarietà. L’emancipazione e la liberazione della persona – a partire dalla persona che lavora – dal mercato. Cittadini, non più clienti. Lavoratori liberi, non più sfruttati. Non serve un capo, serve una coscienza collettiva alla ricerca del bene comune, che è tutto già prescritto nella Costituzione.
L’umanesimo partigiano ci ha lasciato grandi lezioni, più che mai attuali.
La prima lezione è che, dopo vent’anni di “credere obbedire e combattere”, i partigiani hanno smesso di obbedire e hanno scelto loro in che cosa credere e per che cosa combattere. Menconi non ha mai obbedito. Si sono assunti una responsabilità. Anche noi dobbiamo farlo. La repubblica sono i cittadini, lo Stato siamo noi, siamo sovrani e abbiamo il compito di esercitare questa sovranità. Ottant’anni dopo, il nostro compito è “resistere ogni giorno”, cioè “scegliere ogni giorno”. Cosa significa resistere se non “piantare il melo anche se domani scoppiano le bombe”, come diceva Martin Luther King? Cos’è lo spirito del 25 aprile, se non è questo? Se non piantiamo il melo, oggi e domani e dopodomani, non ci sarà festa in piazza che ci salverà; se non lavoriamo con onestà e giustizia ogni giorno, nei nostri luoghi di vita e lavoro, nella società civile, nelle stanze della politica, se non facciamo le scelte giuste – e solo noi possiamo sapere quali siano quelle giuste, interrogando ogni giorno la nostra coscienza, come facevano i partigiani lassù in montagna – se non facciamo di ogni giorno della nostra vita un inno alla trasformazione del mondo e della nostra anima, tutto sarà vano.
La seconda lezione è che, in un periodo in cui si lottava per la sopravvivenza, i partigiani non pensavano solo al presente, che pure era pieno di drammatiche urgenze, ma non hanno mai smesso di immaginare il futuro: la pace, la democrazia, la giustizia. Immaginare il futuro anche nei lunghi anni del carcere e del confino, come Gino Menconi. Oggi il futuro sembra una dimensione vaga e nebulosa, sopratutto per le ragazze e i ragazzi. Ma dobbiamo avere la forza di pensare il futuro. La storia non è finita.
La terza lezione è che quel periodo tragico spingeva all’individualismo e a pensare a se stessi.
Eppure i partigiani non hanno mai smesso di pensare alla dimensione collettiva: la vita intesa come cammino non solo individuale ma anche per gli altri e con gli altri. La vita intesa come farsi carico della sofferenza degli altri. Una scelta rivoluzionaria, l’unica capace di cambiare il mondo. L’apertura incondizionata verso l’altro è la cultura di cui abbiamo bisogno. E’ la riflessione di don Lorenzo Milani in “Lettera a una professoressa”: “Ho imparato che il problema degli altri è uguale al mio. Sortirne tutti insieme è politica. Sortirne da soli è avarizia”. L’immedesimarsi nell’altro per cercare tutti insieme di liberare, di autogovernare, di rendere degne le nostre vite. E’ una lezione perenne, contro l’individualismo oggi così prevalente.
La quarta lezione è che la pace era il vero valore, e il vero obiettivo, di chi combatté la guerra di Liberazione. La guerra di Liberazione voleva la fine della guerra, la liberazione da tutte le guerre, e condannava la guerra come male non riparabile. E voleva la ricerca della pace, come principio di civiltà contrapposto alla barbarie di ogni ideologia della morte. Di cui il fascismo era – e portava sulle proprie divise – l’emblema.
Non a caso l’art. 11 della Costituzione recita: “L’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali”. “Ripudiare” vuol dire non riconoscere più come proprio qualcosa che pure è nostro, o lo era fino a quel momento. Il carattere micidiale assunto dalla guerra fu cioè compreso dai resistenti, che pure avevano vinto anche con le armi, quando divennero costituenti. In un mondo in cui ci sono altri arsi vivi – quanti sono gli arsi vivi a Gaza! – prevale nelle classi dirigenti un fervore bellico che sta uccidendo la politica – che è ricerca della pace e del compromesso –, dobbiamo, in Palestina, in Libano, in Cisgiordania, in Israele, in Ucraina, in Russia, dovunque nel mondo c’è la guerra, batterci con tenacia per cercare la via della pace. Cessate il fuoco, negoziate! Basta uccidere!
In una lettera al padre, il primo dicembre 1931, Gino Menconi scrisse:

“L’uomo spera sempre. Spera sempre di migliorare la sua condizione, spera nel meglio. E così è di tutta la società, di tutta l’umanità. Che cosa sarebbe la vita senza speranza di progresso?”

Forti di questa lezione di umanesimo diciamo grazie a Gino Menconi, alle partigiane e ai partigiani.
Viva la Resistenza! Viva la Costituzione! Viva l’Italia libera, democratica e antifascista!

Giorgio Pagano
co presidente del Comitato provinciale Unitario della Resistenza della Spezia

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