Giovedì 16 Aprile alle ore 17.30 “La voce di Hind Rajab” al cinema Il Nuovo per la rassegna “Cinema per un mondo disarmato”
Giovedì 16 Marzo ore 17.30
“La voce di Hind Rajab”
Cinema Il Nuovo di La Spezia
per la rassegna “Cinema per un mondo disarmato”
Il sesto film della rassegna cinematografica “Cinema per un mondo disarmato”, organizzata dall’Associazione Culturale Mediterraneo in collaborazione con il Film Club Pietro Germi Cinema Il Nuovo e con la Rete spezzina Pace e Disarmo, è “La voce di Hind Rajab” della regista tunisina Kaouther Ben Hania, che verrà proiettato giovedì 16 aprile alle ore 17,30 al Cinema Il Nuovo (via Colombo, 99).
Il film è basato su una tragica vicenda avvenuta nella Striscia di Gaza nel 2024. Un’auto con a bordo una famiglia viene colpita dalle forze dell’esercito israeliano. Sopravvive solo una bambina di sei anni che la Mezzaluna Rossa palestinese riesce a contattare telefonicamente. Nel film seguiamo i colloqui con Hindi, di cui ci viene restituita la voce registrata dal centralino del pronto soccorso. Il suo destino sarà analogo a quello degli altri occupanti dell’auto anche a causa delle molteplici barriere che ostacolano l’intervento dell’ambulanza che si troverebbe a poca distanza da lei.
Quando il cinema si mette al servizio degli esseri umani (ancor più se si tratta di bambini) assolve ad una delle sue funzioni primordiali.
“LA VOCE DI HIND RAJAB”, UNA VOCE CHE SCONVOLGE SENZA MOSTRARE L’ORRORE
20 settembre 2025 – Pedro Armocida – My Movies
“Aiuto, venite a prendermi!”. E “venite a prendermi” Hind Rajab, sei anni, lo ripete spesso agli operatori della Mezzaluna Rossa (che corrisponde alla occidentale Croce Rossa) nella lunga telefonata di richiesta di soccorso mentre era chiusa in macchina sotto il fuoco dell’esercito israeliano nel Nord della città di Gaza. Accanto a lei corpi morti e questa frase ossessiva – “venite a prendermi!” – che interroga e ossessiona noi spettatori. Perché la regista di “La voce di Hind Rajab”, Kaouther Ben Hania, ha scelto di utilizzare, per raccontare una storia già drammatica di suo, la voce originale di Hind Rajab come estremo tributo a un essere umano che non ha più voce. Esattamente come noi spettatori dell’immane tragedia che si sta consumando in Palestina per volontà precisa dell’attuale governo israeliano. Noi non sentiamo le voci di Gaza e non vediamo l’orrore della popolazione civile massacrata. I mezzi di informazione hanno un perimetro di azione molto limitato. In un contesto del genere appare molto significativo che il cinema riesca a prendere uno spazio narrativo che si posiziona al centro del dibattito pubblico. Una funzione civile che è sempre appartenuta al cinema che però, nel nuovo Millennio, era data per dispersa proprio come la stessa centralità dei film.
“La voce di Hind Rajab” di Kaouther Ben Hania, sconvolge tutto questo perché sconvolge lo spettatore proprio come è capitato alla prima mondiale alla Mostra internazionale d’Arte Cinematografica della Biennale di Venezia dove ha ottenuto il Leone d’Argento con il Gran premio della giuria. La reazione di una parte della critica, che forse può riflettere quella di una parte degli spettatori, è di sentirsi in qualche modo ricattati e ingabbiati dalla scelta di utilizzare la vera voce in diretta di una bambina che chiede aiuto in mezzo all’orrore. Ma la regista, con il suo sguardo dolce e preciso sulla vicenda, fa tutto questo con un profondo rispetto verso la morte della bambina che non vediamo mai. Cioè Kaouther Ben Hania, scevra da qualsiasi drammatizzazione aggiunta (non utilizza nemmeno dei cartelli alla fine del film per ricordare la posizione dell’esercito israeliano sulla vicenda per il quale non c’erano suoi carri armati nel punto in cui sono stati sparati, tra gli altri, 64 colpi in sei secondi proprio come l’audio originale rivela), sceglie di non mostrarci mai la sua esecuzione come invece gli strumenti del cinema avrebbero consentito. Il punto di vista sarebbe potuto essere anche da dentro l’auto con gli occhi della bambina. Oppure da quello dei soldati israeliani che premono, magari guardando la bambina in un veloce campo e controcampo, un bottone omicida in un asettico mostro di latta. Oppure ancora utilizzando una persona – una bambina? – o l’intelligenza artificiale per doppiare la vera voce di Hind Rajab.
Niente di tutto questo. La regista decide di farci sentire ‘solo’ la voce originale come unico nostro orizzonte visivo dando così voce alla nostra cecità, anche simbolica. È in questo spazio, enorme quasi infinito, lontano dunque da qualsiasi costrizione narrativa, che si può muovere liberamente lo spettatore. Perché la scelta di non far vedere l’orrore mina alla base qualsiasi critica di sfruttamento ricattatorio della morte in diretta. Il filtro lo mettiamo noi attraverso lo sguardo della regista che si posa su questa vicenda in maniera dichiarata, linguisticamente precisa, con l’avvertenza dell’inserimento delle parti documentarie – significativa la soluzione di far fare capolino alle vere riprese della sala operativa della Mezzaluna Rossa nel film come specchio reale di quelle di finzione – in cui l’utilizzo della vera voce di Hind Rajab, la cui registrazione peraltro è stata diffusa sul web, diventa il film stesso che è stato costruito proprio intorno a quella telefonata di circa 70 minuti. E, a proposito di drammatizzazione “in levare”, è stata tolta una parte in cui Hind Rajab chiedeva per 15 volte aiuto all’operatore che le rispondeva per altrettante volte. Tutte scelte che danno dignità e valore a una vita umana distrutta, una (non) milite e (non) ignota che incarna tutte le decine di migliaia che non ci sono più.
Perché il suono è più lento della luce ma arriva, forte e chiaro come in questo caso, prima del buio.
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