La strage fascista del 22-23 gennaio 1923 alla Spezia ricordata a Torino. 18 Dicembre 2025 ore 17.30 Polo del Novecento
13 Dicembre 2025 – 19:07

La strage fascista del 22-23 gennaio 1923 alla Spezia ricordata a Torino
18 dicembre 2025 ore 17,30
Polo del Novecento – Torino
Giovedì 18 dicembre la città di Torino ricorderà la strage fascista del 18 dicembre 1922 insieme …

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Satnam, morto di sfruttamento

a cura di in data 27 Luglio 2025 – 21:08

Sabaudia, il lago e la torre di Paola
(2016) (foto Giorgio Pagano)

Città della Spezia, 23 giugno 2024

Da Sabaudia, in paesaggio lagunare, una delle città fondate durante la bonifica dell’Agro Pontino si sale verso borghi di remota origine. Qui si ammira l‘Abbazia di Fossanova, la prima in Italia delle costruzioni nei modi gotico-cistercensi. Per arrivarci si attraversa il piano già paludoso, ora coltivato. Quando andai vidi tanti trattori, e vecchi furgoni che portavano al lavoro i braccianti stranieri. Mi fermai per vedere quei campi, scattare qualche foto. Fui scacciato in malo modo da un gruppo di brutti ceffi – al servizio dei caporali – che stazionavano nella zona.
In uno di quei campi è morto Satnam Singh, bracciante indiano sikh nell’azienda Agrilovato. Lunedì scorso il suo braccio è stato tranciato di netto da un macchinario agricolo. Satnam, impiegato senza un contratto regolare, è stato caricato su un furgone e scaricato davanti a casa. Insieme al corpo c’era una cassetta con il suo braccio. Il bracciante sikh è morto mercoledì, dopo due giorni di agonia. Molto probabilmente si sarebbe salvato se il suo padrone avesse provveduto al soccorso. Non è stato solo un’incidente sul lavoro, è stata un’uccisione per sfruttamento. Compiuta da persone per cui conta solo il denaro: la vita umana non vale nulla.
Bruno Giordano, magistrato e già direttore generale dell’Ispettorato del lavoro, si è domandato: “Chi chiederà perdono per Satnam Singh?”. E ha aggiunto: “Se sei straniero irregolare, hai bisogno di un pezzo di pane per campare, devi lavorare a nero, senza sicurezza, senza dignità, senza speranza”.
Sono cose che succedono nell’Italia di oggi. Ricordo la famosa frase del presidente del Consiglio nel giorno dell’insediamento: “Chi produce non verrà disturbato”. E quella del ministro dell’Agricoltura sui poveri che mangiano meglio dei ricchi. E quella del ministro dell’Interno: ora “è finita la pacchia”. Per Satnam e per molti altri non è finita la pacchia ma la vita. E’ vero, è stata fatta una legge di contrasto al caporalato, ma l’ultima convocazione del Tavolo di contrasto al caporalato previsto dalla legge risale al dicembre 2022. Nulla è cambiato.
E’ arrivato il momento di dismettere i panni del consumatore in cui ci rifugiamo e di vestire quelli di persone che di fronte a questi crimini e a questi orrori si indignano e prendono la parola.
Fabio Ciconte, dell’associazione Terra!, ha scritto:
“Il mondo sfavillante del made in Italy semplicemente non esiste. Da nord a sud le campagne sono pervase da fenomeni di sfruttamento. Fino a quando non si interverrà sulla catena di valore del cibo, fino a quando cioè non verrà riconosciuto il giusto prezzo a chi lavora la terra, e le offerte promozionali continueranno ad essere lo strumento principale di promozione di supermercati e discount, questa situazione resterà invariata”.>

Priverno, l’abbazia di Fossanova
(2016) (foto Giorgio Pagano)

Ciò non significa affatto che per avere prodotti alimentari a prezzi accessibili a tutti dobbiamo per forza accettare che un bracciante sia pagato due o tre euro all’ora. Questa è una delle tante balle che ci propinano. I prezzi dei prodotti alimentari dal 2000 al 2024 sono saliti del 58,9%! La verità è che i consumatori pagano di più e comprano di meno, e che i braccianti restano schiavi. Mentre le grandi industrie agricole incamerano lauti finanziamenti pubblici, a quelle piccole e medie arrivano solo pochi spiccioli: una competizione sleale che porta alla costante diminuzione del numero dei lavoratori agricoli indipendenti, i coltivatori diretti. I prezzi bassi pagati al cancello delle aziende agricole vanno a tutto vantaggio dell’industria agroalimentare e della grande distribuzione, non certo del consumatore.
Lo sfruttamento e la schiavitù sono tornati. Anche nella cantieristica e nella nautica da diporto, come dimostra la realtà della nostra città (ne ho scritto, in questa rubrica, nell’articolo “I morti di appalto e di precarietà e l’ambulanza del Muggiano”, 14 aprile 2024). Servono le denunce e la mobilitazione quotidiana. Servono le Brigate del Lavoro: girare ogni campo, girare ogni fabbrica, coinvolgere i nuovi schiavi, renderli protagonisti. Tornassi giovane, farei questo lavoro. Ero solito dire “Fare il sindaco è il mestiere più bello del mondo”. Oggi direi: “Il mestiere più bello del mondo è difendere la dignità e la libertà del lavoro”. E comunque anche i sindaci non devono stare con le mani in mano. Anche a Spezia e a Lerici: chi si occupa dei trasporti pubblici, della casa, della sanità, dell’istruzione dei nuovi schiavi bengalesi che lavorano nei nostri cantieri e delle loro famiglie? Un fenomeno del genere non dovrebbe costringere a ripensare le forme del welfare pubblico?

lucidellacitta2011@gmail.com

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