Presentazione di “Ennio Carando. Un filosofo nella Resistenza” di Giorgio Pagano, sabato 18 aprile ore 17 a San Terenzo
13 Aprile 2026 – 22:39

Presentazione di
“Ennio Carando. Un filosofo nella Resistenza”
di Giorgio Pagano
sabato 18 aprile ore 17
San Terenzo, Sala Itala Mela – locali parrocchiali
Viale della Vittoria 4
La Coop. Primo Maggio organizza, sabato 18 aprile alle 17, la presentazione a …

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Rudolf Jacobs patriota internazionalista

a cura di in data 12 Febbraio 2026 – 22:49

Pugliola, villa Carnevale
(2021) (foto Giorgio Pagano)

Città della Spezia, 3 novembre 2024

Rudolf Jacobs era chiamato “il tedesco buono” dagli abitanti di Pugliola, dove viveva nella bellissima villa oggi nota come Rezzola e bene del FAI, allora detta Carnevale dal nome della contessa proprietaria. Qui i tedeschi si erano insediati dopo l’8 settembre 1943. Jacobs, nella versione successiva un po’ romanzata, fu chiamato “capitano”. In realtà era un caporalmaggiore, membro del Genio Costruzioni della Marina, che aveva il compito di progettare le fortificazioni del golfo spezzino. Con molta attenzione Jacobs entrò in relazione con Edilio Lupi, comunista lericino, disertò e visse oltre un mese nascosto nella casa, lungo la strada tra Pugliola e Cerri, di Corrado Rebolini e Stella Corsi, staffette comuniste. Leggiamo un brano del racconto di Stella Corsi:
“Abbiamo nascosto Jacobs oltre un mese. Eravamo bersaglio dei tedeschi, dei fascisti ma anche dei partigiani: è vero che sapevano, ma non tutti. Non si fidavano dei tedeschi. Poi è venuto il ‘Memo’, con altri partigiani, e l’han portato via, ai monti”.
In un articolo su “Il Mattino” del 25 aprile 1981, scritto da Carlo A. De Rosa con la collaborazione di Piero Galantini “Federico” – il comandante della Brigata a cui Jacobs fu aggregato – viene raccontato il clima di diffidenza:
“Nonostante che il suo comportamento fosse sempre stato leale, furono molti i partigiani della Brigata Ugo Muccini, che operava nella zona, a dimostrarsi restii ad accoglierlo nelle loro file, nel timore che potesse poi rivelarsi una spia”.
Jacobs disegnava per i partigiani le mappe delle fortificazioni e rilevava le mine. Dava cioè prova della sua sincerità. Ma – continua De Rosa – “le perplessità in molti rimasero. […] Dopo violente discussioni si decise comunque di accoglierlo nella Brigata”.
“Memo” – nome di battaglia del partigiano carrarese Alessandro Brucellaria – e gli altri partigiani accompagnarono Jacobs nella Brigata Muccini. Con lui era un altro disertore. Nella versione romanzata è sempre stato “l’attendente”: una figura taciturna, rimasta finora senza nome. Certamente un caporalmaggiore non poteva avere un attendente. Tanto più che la funzione di attendente fu abolita nelle forze armate tedesche dopo la Prima Guerra Mondiale. Potremmo definire questa figura senza nome un collaboratore di Jacobs rimastogli fedele, che fece insieme a lui la “grande svolta”.
Era il 3 settembre 1944. “Rodolfo” – così lo avrebbero poi sempre chiamato i partigiani – ebbe il primo incontro con “Federico”, il futuro comandante della Muccini “sarzanese”, che sarà costituita poco dopo, il 19 settembre. Il 3 settembre si era da poco formata un’altra Brigata Muccini, che raggruppava molte formazioni tra Val di Magra, Alta Lunigiana e Carrarese: un corpaccione di 700 uomini, minato da personalismi e autonomismi, che nella sostanza restò sulla carta e durò ben poco.
Jacobs, guadagnata la fiducia dei compagni, scalpitava perché voleva combattere, come scrisse Galantini in un suo racconto del 1945:
“Quante volte dichiarò che sarebbe morto contento se avesse saputo che la sua diserzione avrebbe ridotto di poco gli spasimi dei popoli in lotta, quante volte la sensibilità del suo animo lo indusse profondamente a meditare con acerba acrimonia sui delitti dei suoi connazionali”.
“Rodolfo”, nel mese di ottobre, partecipò a un combattimento e a due missioni rischiose. Poi, il 3 novembre, alla “sua battaglia”, quella da tempo desiderata: l’azione contro la caserma delle brigate nere di Sarzana e il suo spietato comandante. Un fortilizio nel cuore di Sarzana, completamente recintato di filo spinato e difeso da numerose mitragliatrici. Sessantasei uomini in forza. Per di più in quei giorni vi era anche un distaccamento della brigata nera della Spezia.

Sarzana, la tomba di Rudolf Jacobs nel Sacrario partigiano
(2024) (foto Giorgio Pagano)

Leggiamo ancora De Rosa:
“Il piano era questo: comandata da Jacobs, una pattuglia di partigiani in uniforme tedesca (due jugoslavi, un russo, un austriaco – l’ex attendente – e cinque italiani di diverse regioni) sarebbe scesa in città per raggiungere la caserma alle 18,15 in punto. A quell’ora, infatti, tutti i brigatisti sarebbero stati a cena.
Jacobs avrebbe superato facilmente l’ostacolo delle sentinelle, chiedendo del comandante. Una volta all’interno della caserma, l’attacco si sarebbe svolto in maniera fulminea, appoggiato e coperto all’esterno dai GAP.
Le cose purtroppo andarono diversamente. La pattuglia, giunta in città in anticipo sui tempi stabiliti, finse di svolgere funzioni di polizia in attesa dell’ora fissata. Ed alle 18,15 in punto era all’ingresso della caserma. Ma quella sera in cucina c’era stato un contrattempo e la tromba del rancio tardava a suonare. I fascisti erano ancora tutti sparsi tra il piano terra e il primo piano in attesa della chiamata a mensa.
Jacobs volle tentare lo stesso. Chiese del comandante della caserma. Si presentò un ufficiale. Jacobs sparò. Ma dalla sua ‘machine pistol’ partì un solo colpo perché l’arma si inceppò subito. L’uomo che gli si era parato davanti – e che risultò poi essere il vicecomandante e non il comandante della guarnigione – cadde a terra esanime in una pozza di sangue.
La reazione dei fascisti fu pronta e rabbiosa. Jacobs cadde tra i primi sotto i colpi delle mitragliatrici, mentre era ancora intento a verificare l’arma. Inutilmente il fedele attendente cercò, benché ferito, di portare via il corpo senza vita del suo ufficiale. Gli altri partigiani, fallito ormai l’attacco a sorpresa, ripiegarono subito. Lo scontro costò comunque ai fascisti cinque morti e sei feriti.
‘O morto comandante brigate nere o morto io’, aveva sussurrato, quasi in un presentimento di morte, Jacobs a ‘Federico’, nel suo stentato italiano, prima di partire. E nel consegnargli (per impedire un eventuale riconoscimento) il suo portafogli, gli aveva mostrato, con un mal dissimulato velo negli occhi, una foto che riuniva i visi sorridenti dei suoi due bimbi, biondi come lui”.
Jacobs è un un esempio della Resistenza come guerra internazionale.
Così come lo è la pattuglia da lui comandata il 3 novembre 1944.
Nel 1947 i partigiani della Brigata Muccini, nel numero unico del 29 novembre del loro giornale, scrissero:
“Dove sono William, John, Boris, Wladimiro, Jean, Hans? Saranno ritornati alle loro case. Noi siamo convinti che non hanno dimenticato le felici giornate trascorse insieme ai monti. Erano molti gli stranieri in Brigata: inglesi, americani, russi, slavi, francesi e tedeschi. Lo stesso ideale ci univa: l’amore per la libertà. Vorremmo rivederli e dire loro che la lotta non è ancora terminata; che il mondo sognato ai monti è ancora di là da venire. Uniamoci William, John, Boris, Wladimiro, Jean e Hans, perché il sacrificio dei nostri caduti non sia vano”.
Gli esempi della Resistenza internazionale sono tanti. In Italia i disertori tedeschi furono almeno 2.000. I partigiani stranieri che parteciparono alla nostra Resistenza furono 15-20.000: un decimo del partigianato.
I canali di questa partecipazione furono due: gli alleati inglesi, gli alleati jugoslavi, gli stranieri fuggiti dopo l’8 settembre dai campi di concentramento, come Gordon Lett e i tanti inglesi, sovietici, polacchi; i disertori, tedeschi ma non solo, perché un marcata connotazione internazionale era anche nelle forze armate tedesche.
Strettamente intrecciato all’elemento internazionale, ci fu l’elemento patriottico.
Leggiamo ancora De Rosa:
“La sua decisione [di Jacobs] d’abbandonare l’esercito tedesco era […] maturata nel convincimento che la sua partecipazione, unitamente a quella di altri connazionali, alla resistenza europea contro il nazismo avrebbe certamente rappresentato una manifestazione di riscatto per tutto il popolo tedesco, sopraffatto nelle sue libertà e prima vittima di quel regime di violenza e di terrore.
E Jacobs si dice perciò lieto di morire – frase che ripeterà spesso negli ultimi mesi di vita – se la morte potrà valere ad abbreviare la guerra anche di un solo minuto”.
Non erano frasi di circostanza, come i fatti dimostreranno da lì a poco.
Ci fu, nei resistenti, un patriottismo non nazionalista ma internazionalista. Il nazifascismo compattò i tanti e diversi patriottismi, le tante lotte per il riscatto della propria Patria, che diedero vita a una guerra civile internazionale. A una lotta universale: di umanità contro la disumanità, di pace contro la guerra. Di guerra alla guerra.
Jacobs ci invita a riflettere su di noi, sulla crisi del sogno europeo e universale, sulla speranza che oggi sembra mancare.
Ma l’antifascismo è speranza. La sua più profonda eredità è l’idea che il mondo si può cambiare.

Post scriptum
Sui temi di oggi rimando ai miei testi:
“Quei disertori del Reich nel Vento del Nord”, patriaindipendente.it, 8 dicembre 2021
“Raccontatela per bene la nostra Resistenza”, patriaindipendente.it, 26 aprile 2022
“In memoria di Enrico, l’ultimo buon tedesco” patriaindipendente.it, 19 agosto 2022
“Storia di ‘Enrico’, l’ultimo disertore tedesco”, Città della Spezia, 26 settembre 2022
Per ogni approfondimento si può consultare il Dizionario online della Resistenza spezzina e lunigianese:
https://www.associazioneculturalemediterraneo.com/sp/dizionario-online-della-resistenza-spezzina-e-lunigianese

lucidellacitta2011@gmail.com

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