Presentazione di “Tra utopia e realismo. Appunti sul Sessantotto”, Venerdì 17 luglio ore 21 a Arzengio
11 Luglio 2026 – 15:13

Presentazione di
“Tra utopia e realismo. Appunti sul Sessantotto”
Venerdì 17 luglio ore 21
Arzengio
Il libro “Tra utopia e realismo. Appunti sul Sessantotto” (ETS edizioni) sarà presentato venerdì 17 luglio alle ore 21 ad Arzengio (Pontremoli) per iniziativa …

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La città e la cultura: ascoltare l’altro fa sempre bene

a cura di in data 26 Maggio 2026 – 22:48

Betlemme, Museo Internazionale della Natività, presepe palestinese
(2018) (foto Giorgio Pagano)

Città della Spezia, 22 dicembre 2024

Ricordo che, da sindaco, incontrai in più occasioni Alfonso Martinez Cearra, direttore del Piano strategico della città di Bilbao, la città che era allora uscita da una grave crisi economica grazie al Museo Guggenheim. Una volta mi disse:
“Non vi è centralità industriale, non esiste la centralità tecnologica, nessuno si interessa a una città che abbia delle industrie, nessuno è interessato a una città che non abbia arte e cultura”.
Per una fase pensai che Cearra avesse totalmente ragione. La Spezia stava conoscendo una crisi industriale profonda. Nel 1996 il Museo Lia aveva rappresentato un’entusiasmante operazione culturale, oltre che umana. Ero assessore ai Lavori Pubblici, facemmo una corsa contro il tempo per raccogliere la sfida che l’ingegner Lia aveva lanciato alla città, costruendo dal nulla il museo. Ricordo che mi recai a Napoli per ricevere un premio, per la qualità di quell’opera pubblica e per la rapidità con cui fu realizzata. Il sindaco Lucio Rosaia aveva avuto più di tutti il merito di raccogliere la sfida del mecenate. Dalla nascita del Lia La Spezia aveva iniziato a offrire all’esterno una immagine di sé rinnovata, in qualche modo inedita. Si erano aperte nuove prospettive per la vocazione turistica, fino ad allora dimenticata.
Quando fui eletto Sindaco si innescò un circolo virtuoso del mecenatismo privato: alla donazione Lia ne seguirono altre, importanti e preziose. Mentre discutevo con Cearra eravamo impegnati a realizzare il CAMeC, in una struttura dismessa del centro storico, come era accaduto per il Lia. E stavamo per inaugurare il Castello San Giorgio, con la sua straordinaria collezione archeologica, e quella veduta panoramica della bellezza della città a cui non eravamo più abituati. Si può capire come quelle parole fecero presa su di me.
Certo, Cearra aveva ragione: per la centralità dell’arte e della cultura. Ma contemporaneamente non aveva ragione, perché questa centralità convive sempre con l’altra, quella industriale e tecnologica. Nel Piano strategico della Spezia facemmo giustamente la scelta della convivenza dei due “poli centrali”. Anzi, del loro intreccio: si pensi a che cosa significò dar vita al distretto industriale della nautica e nel contempo all’”Università del mare”, come l’aveva chiamata per primo Maurizio Maggiani quando veniva alle riunioni della Commissione Cultura del PCI – non aveva ancora cominciato a fare lo scrittore – e intuì ciò che solo molti anni dopo, sempre in quella fase creativa a cavallo del millennio, le istituzioni realizzarono.
In quegli anni giravo per l’Italia e all’estero, e incontravo da noi e altrove persone di tutto il mondo. La Spezia, in una prima fase, era per loro “la città dell’Arsenale” o “dei cannoni” o “dei sommergibili”. Poi fu ancora questo, ma anche “la città della nautica” e “la città dei musei”. Quando Beppe Pericu, allora sindaco di Genova, mi invitò alla cerimonia per il riconoscimento della sua città come capitale europea della cultura e mi presentò a tanti nostri colleghi italiani ed europei mi colpì il fatto che l’identità spezzina era ormai cambiata anche per gli occhi esterni. Il presidente della Commissione europea mi chiese: “Come va il Museo Lia?”. Qualche anno prima mi avrebbe chiesto: “Come va l’OTO Melara?”.
Nel giugno 2000 venne alla Spezia il presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi. Nella dedica nel libro d’onore del Comune scrisse: La Spezia “crocevia tra il Mediterraneo e le terre del Nord”, città “che sta oggi costruendo il futuro dei suoi cittadini nell’alleanza tra porto, università e impresa”. Il presidente, in pochissime parole, ci diede indicazioni importanti per il ragionamento sulla prospettiva, sulla “bussola” della città.
La notizia che La Spezia si sia candidata a capitale italiana della cultura per il 2027 è dunque una buona notizia. Così come è una buona notizia che il tema da svolgere sia “La cultura come il mare”. Ciò è coerente con le scelte che la città fece in quella fase creativa, in cui si pensò e si progettò, in una grande impresa collettiva, ciò che La Spezia è diventata – in parte – oggi: la città della compenetrazione tra industrie tecnologiche, centri di ricerca e università dedicati alle scienze e alle tecnologie del mare, e della “riscoperta del mare”, non solo per i turisti ma anche per i cittadini. Ho scritto “in parte”: la “riscoperta del mare” non si è infatti ancora realizzata, sia perché il progetto del “waterfront” è rimasto sulla carta, sia perché non ha fatto passi avanti l’iniziativa per restituire alla città spazi a mare occupati dalla base navale. In fondo l’attuale richiesta di un “dibattito pubblico” sul progetto Basi blu riprende l’impostazione di quegli anni creativi: salvaguardare, rinnovandola grazie alle nuove tecnologie, la vocazione storica della presenza della base navale, e nel contempo usare per altri fini, civili e produttivi, le aree da tempo inutilizzate.
Naturalmente ciò non significa che ciò che tutto ciò che fu pensato e progettato allora sia ancora valido oggi. La strada del rinnovamento urbano non finisce mai: è come la tela di Penelope. La strategia va continuamente aggiornata. La strategia è qualcosa che esplora sempre, è un adattamento continuo, è un processo in cui non si smette mai di pensare il nuovo.
Il lavoro per diventare capitale italiana della cultura dovrebbe ritrovare la capacità di pensiero strategico, ovviamente con un’attenzione particolare alla dimensione culturale. Ciò sarebbe in ogni caso utile alla città, e magari servirebbe pure per vincere. In genere, infatti, vengono premiate non “le città come sono”, ma “le città come vogliono diventare”: il che spiega perché, per esempio, un anno Matera prevalse su Venezia.
Il futuro culturale di una città è parte integrante del suo futuro, non può essere considerato a parte. La visione del futuro di una città deve essere cioè una visione integrata, pluridisciplinare, che veda l’interdipendenza delle diverse azioni di governo. Se una città ha una strategia generale è molto più facile che abbia una strategia anche in ogni singolo settore. Diamo maggiore importanza e centralità alla cultura, o al sociale, o all’ambiente se li rendiamo parte di un disegno più generale di città, altrimenti creiamo il “ghetto” della cultura, o del sociale, o dell’ambiente, cioè una “ridotta per gli addetti ai lavori”, che incide poco nella città di tutti.

Berceto, lungo la Via Longobarda in un giorno di nebbia, Maestà Madonna col Bambino
(2024) (foto Giorgio Pagano)

Nel maggio 2004 partecipai, su invito di Joan Clos, sindaco di Barcellona, e di Jeao Verle, sindaco di Porto Alegre, al IV Forum mondiale delle autorità locali, che si tenne a Barcellona sui temi della cultura. In quell’occasione ci confrontammo e decidemmo questa impostazione: realizzare l’Agenda 21 della cultura, cioè un piano culturale partecipato, nell’ambito del processo di pianificazione strategica partecipata. Chiamiamola Agenda 21 o con un altro nome, ma è un’impostazione che mantiene tutta la sua validità. Fu l’impostazione con cui nacque, subito dopo, il CAMeC. Un’esperienza unica nella storia della città, in cui, grazie soprattutto al direttore Bruno Corà, la struttura ospitò artisti di tutto il mondo, che in tutto il mondo fecero conoscere La Spezia, e fu nel contempo un faro di attrazione per i cittadini spezzini di tutte le età e di ogni grado sociale, un luogo di crescita culturale, di produzione, di creatività, di scambio di esperienze, di socialità. Insomma: un esempio della cultura come civismo, dell’arte come luogo dove la gente si incontra.
L’altro punto chiave – l’ho appena accennato – è che non c’è strategia se non c’è partecipazione. Le città sono fatte dai cittadini: la cittadinanza attiva è essenziale per decidere come Spezia vuole diventare. Ecco perché la richiesta del coinvolgimento del tessuto associativo e del dibattito pubblico non va intesa come una sorta di sabotaggio. Semmai è la condizione per vincere.
Il dossier presentato dalla Spezia per la candidatura non è noto. O almeno lo è a pochi. Savona, città anch’essa candidata, ha il dossier sul sito del Comune. Non solo: lo ha discusso in un percorso assai partecipato nato in un’assemblea pubblica tenutasi il 15 marzo 2023, un anno e mezzo fa. Da allora ci sono stati tavoli tematici, laboratori, incontri in piazza, nelle scuole, nei centri anziani, intese con gli altri Comuni della provincia, partenariati con altre città italiane e straniere. L’ufficio della candidatura ha una sede pubblica, ed è un luogo costante di ascolto e confronto.
E’ interessante studiare anche come siano stati usati i nuovi strumenti di comunicazione. Sono stati lanciati i canali social dedicati “Savona 2027” su Facebook, Instagram, WhatsApp e Linkedin, con la volontà di raccontare la candidatura anche sui social network. Insomma: il tentativo di tradurre la partecipazione fisica in digitale e viceversa. E’ nato inoltre il Laboratorio di comunicazione Savona 2027, un social team diffuso composto da comunicatori digitali, content creator, social media manager, blogger, micro-influencer, fotografi, videomaker, cittadini con conoscenze storiche, culturali o territoriali. Insieme, intorno all’hashtag #Savona2027, hanno iniziato un racconto diverso di Savona: un racconto plurale, personale, collettivo, intreccio di punti di vista diversi, di una città in trasformazione.
Savona ha risposto in modo entusiasta. Da noi non c’è in giro grande entusiasmo. Pochi giorni fa si è tenuta una manifestazione di protesta di operatori culturali alla casa-torre di via Biassa “per denunciare lo stato di abbandono del patrimonio culturale e la mancanza di politiche culturali adeguate in città”. Nel frattempo prosegue la battaglia per salvare il cinema “Il Nuovo”. Sempre nei giorni scorsi, Jacopo Benasssi, Gianluca Petriccione, Roberto Buratta e Lorenzo D’Anteo, inventori di quel luogo mitico che fu il Btomic, hanno descritto impietosamente “una città che ora è sprofondata nella banale cultura”.
Siamo, però, ancora in tempo per rimediare. Perché non far conoscere e discutere il dossier a tutta la città, con regole precise ma con spirito di vera apertura? E’ nell’interesse della città: quanto più la collaborazione dei cittadini avviene in forma aperta e permeabile, tanto più i livelli di successo del progetto sono alti e diffusi. Se i gruppi di potere pubblici e privati sono ristretti, asfittici e autoreferenziali, il beneficio per la comunità si riduce a quanto direttamente prodotto da tali gruppi. Se viceversa questi gruppi operano in maniera permeabile e sanno aggregare diverse comunità, il beneficio è molteplice e di lunga durata.
E poi c’è vittoria e vittoria. Faccio un esempio: le Olimpiadi. A Barcellona illuminarono una trasformazione con cui si aprì una nuova fase della storia della città: Barcellona divenne città globale. Ad Atene furono solo un evento auto celebrativo del potere, e non lasciarono alcun segno.
L’obiettivo è dunque vincere ma anche e soprattutto saper costruire uno spazio di ricerca permanente sul nostro futuro, contro il torpore della quotidianità e contro la scorciatoia dell’illusione “decisionista”. Se i cittadini non sono coinvolti e partecipi, la trasformazione non si può innescare o comunque non ha valore. La trasformazione non può essere realizzata da tecnocrati che la disegnano e la impongono ai cittadini. Vive dell’azione dei cittadini stessi, del loro impegno affinché la città si sviluppi in una certa direzione. Spezia capitale della cultura non deve essere un momento elitario ma l’offerta di uno “spazio franco” dove tutti possono esprimersi, anche i più deboli. I poveri, i disabili, gli immigrati. Che cos’è la cultura se non, soprattutto, accesso e partecipazione?
Va aperta radicalmente l’arena decisionale. Non è più il tempo storico – oggi che la democrazia conosce una crisi profonda – di “imporre alla società”. E’ il tempo di “cooperare con la società”. Fare “patti senza spada”, per citare il filosofo Thomas Hobbes: patti dove non c’è imposizione, ma si coopera partecipando.
Chi governa non deve aver paura: ascoltare l’altro fa sempre bene. Basta con “noi” e “loro”. Lo penso da sempre e oggi lo penso fortissimamente, nel tempo storico in cui non solo è entrata in crisi la democrazia ma è stata anche riabilitata la guerra. Perché il bipolarismo amico-nemico in cui siamo tutti immersi ci ha portato alla guerra.
Ascoltare voci dal di fuori fa bene ad ogni persona, ad ogni governante, e fa bene anche ad ogni popolo.

Post scriptum
La fotografia che vedete in alto è di un presepe palestinese, esposto nel Museo Internazionale della Natività di Betlemme. L’ho scattata nel 2018. Pensate, a proposito dei temi affrontati oggi: nel 2009-2010 collaboravo al Piano strategico della città di Betlemme; e, a Jenin, a un progetto culturale costruito con la partecipazione, da cui nacque il “Museo del Mediterraneo”. Allora era possibile ciò che oggi ci appare impensabile. Betlemme e Jenin, insieme all’africana Sao Tomè, sono le città al mondo a cui sono più legato. Betlemme anche quest’anno festeggerà il Natale in un contesto segnato da un dolore infinito.
Un amico, il filosofo Alfonso Maurizio Iacono, mi ha inviato in questi giorni una sua riflessione molto importante, che si intitola, significativamente, “Contro la semplificazione”. Ne riporto un passo:
“«In principio erat Verbum, et Verbum erat apud Deum, et deus era Verbum» (Giovanni, 1, 1). «Il principio era il Verbo, e il Verbo era presso Dio, e Dio era Verbo». Verbo traduce Logos. Ma cos’è il logos? Logos viene da legein, legare, collegare. Ha dunque a che fare con l’idea di relazione. Da Logos deriva Dialogo (Dia-Logos), discorso fra, dunque relazione. Nel dialogo, nella relazione il legame si crea tra chi parla e chi ascolta, tra chi parla e chi dunque sta in silenzio. Nel dialogo non vi è un comando del sovrano che dà ordini e dispone, bensì un alternarsi di silenzio e di parola fra due o più persone. […] Qui vi è un nesso tra parola, silenzio, relazione, vita. Ma vi è anche il nesso contrario tra invettiva, rumore, isolamento, morte. Tutto dipende dalla responsabilità degli uomini che, quando agiscono sanno fare a meno di Dio o gli chiedono di stare loro accanto senza intervenire oppure se ne fanno scudo per fare il male in nome del bene”.
Il Vangelo ci dice dunque che occorre considerare l’altro non come un oggetto da comandare e neanche come un essere da tollerare, ma come una persona la cui parola costituisce un arricchimento grazie alla sua diversità e alla sua alterità. Qui sta l’essenza di una democrazia assai diversa, anzi opposta a quella che condannò Cristo. E’ la democrazia di cui abbiamo bisogno ancora oggi, nel tempo della sua crisi, del “noi” contro “loro”, della guerra.

Buon Natale a tutte e a tutti

lucidellacitta2011@gmal.com

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