Presentazione di “Tra utopia e realismo. Appunti sul Sessantotto”, Venerdì 17 luglio ore 21 a Arzengio
11 Luglio 2026 – 15:13

Presentazione di
“Tra utopia e realismo. Appunti sul Sessantotto”
Venerdì 17 luglio ore 21
Arzengio
Il libro “Tra utopia e realismo. Appunti sul Sessantotto” (ETS edizioni) sarà presentato venerdì 17 luglio alle ore 21 ad Arzengio (Pontremoli) per iniziativa …

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I ragazzi di Vernazza, Falchetto e la Carmela. Storie del rastrellamento del 20 gennaio 1945

a cura di in data 26 Giugno 2026 – 10:04

Veduta del Monte Gottero dall’Alta Via dei Monti Liguri, nel tratto Passo del Rastrello – Monte Fiorito
(2021) (foto Giorgio Pagano)

Città della Spezia, 19 gennaio 2025

La mattina del 20 gennaio 1945 iniziò il rastrellamento più terribile contro i partigiani della IV Zona operativa, quella spezzina e lunigianese. Era atteso e temuto da giorni. Non trovò i partigiani impreparati, come era accaduto per il rastrellamento del 3-4 agosto 1944. Il Comando si era dotato del SIM – il Servizio Informazioni – diretto da Ezio Giovannoni, che aveva segnalato i preparativi dei nazisti e dei fascisti, del resto assai evidenti: dalla Val Taro, da Pontremoli e dalla bassa Val di Vara i rastrellatori si stavano ammassando, pronti ad avanzare. Volevano sgominare i partigiani per liberare le strade e le ferrovie verso la Val Padana, luoghi di continui attentati e sabotaggi.
Gli ordini del Comando della IV Zona, che in quella fase aveva sede a Porciorasco di Varese Ligure, furono chiari: difesa iniziale per rallentare la pressione nemica, ricoverare armi e viveri, nascondere ogni traccia anche per evitare rappresaglie verso le popolazioni civili e poi “sganciarsi” – cioè ripiegare e occultarsi, salvando le forze – verso il monte Gottero e da lì verso la Val Taro o l’alto Pontremolese, prima dell’accerchiamento. 2.500 partigiani, con armi leggere e senza equipaggiamento di montagna, contro 25.000 rastrellatori: la resistenza per lungo tempo non sarebbe stata possibile, non restava che la tattica della guerriglia. L’articolo dedicato al comandante Mario Fontana “Turchi”, pubblicato in questa rubrica il 10 maggio 2015, era non a caso intitolato “Il colonnello guerrigliero”: Fontana fu un militare “tradizionale” che capì che bisognava combinare le virtù dell’esercito – quelle in cui si era formato – con le virtù della guerriglia.
Nella guerriglia c’è anche il popolo che protegge, sostiene e, quando può, combatte. Fu quanto accadde a Serò di Zignago. I partigiani resistettero bene in più postazioni per tutta la giornata del 20 gennaio. A Serò lo fecero insieme ai civili, ai montanari, che chiesero le armi per combattere. I rapporti tra partigiani e popolazioni della montagna non furono mai facili e non mancarono le incomprensioni, frutto di mentalità diverse e della lotta per la sopravvivenza in un ambiente privo delle risorse alimentari sufficienti per tutti. E tuttavia in quei giorni di gennaio ci fu quell’episodio emblematico di Serò. E ci fu la solidarietà: non mancò mai la fetta di pattona per sfamarsi, così come la stalla per ripararsi e nascondersi.
La notte del 20 gennaio iniziò l’epopea dello “sganciamento”, tra la neve altissima, il ghiaccio, nell’inverno più freddo del secolo.
Nell’articolo “L’epopea del Gottero”, pubblicato su questa rubrica il 25 gennaio 2015, ho raccontato quella lunga marcia, durata alcuni giorni, grazie alle testimonianze di due partigiani allora ancora in vita, Carlo Borione “Bill secondo”, e Carlo Bertolani “Carletto” o “Carlin”. In questo articolo mi affido alla testimonianza scritta di Saverio Sampietro “Falchetto”, del Battaglione garibaldino Vanni. Lo “sganciamento” del Vanni mosse da Pieve di Zignago. Leggiamo alcuni brani:
“Mi ricordo che durante la marcia preordinata, in un silenzio di tomba, nonostante il notevole numero di uomini che formavano una lunga linea serpeggiante che appariva sulle cime e si distaccava sul manto bianco di neve illuminata dalla luna, e poi spariva lungo i valloni per ricomparire più avanti, incontrai diversi compagni di Spezia, partigiani con altre brigate e ricordo che quando vidi il Nene Puglia, mi misi a scherzare con lui ricordando le ‘battute’ fatte a Spezia, le ‘mesciue’ mangiate e i goti bevuti. Ricordo che mi diceva “de, Saverio, se a ghe l’avesimo adeso quela mesciua e quei goti” ed io che gli risposi: “coste che ve fae Nene, ve die che a se mangemo er tedesco se a lo trovemo”, continuando così la nostra marcia. Il percorso lo conoscevamo benissimo, nonostante la neve che cadeva abbondantemente avesse coperto i sentieri e la marcia si faceva man mano più faticosa per l’altezza che cominciava a raggiungere la neve. Camminammo tutta la notte e mi pare il mattino raggiungemmo Chiusola ed affrontammo di petto il monte Gottero. Ricordo che la neve mi raggiungeva la cintura ed era una improba fatica per camminare in salita molto ripida, tanto che escogitammo di salire a zig zag per faticare meno. Ci impiegammo tutto il giorno per raggiungere la cima del monte Gottero […]. Verso sera, mentre stavamo per arrivare lentamente alla cima del Gottero, sentii sparare parecchie raffiche di mitra in lontananza verso il monte Picchiara e scorsi degli sciatori con mantelli bianchi che sciando in cerchio sparavano in un punto fisso e notai che da quel punto vi erano delle persone che rispondevano al fuoco. Era la eroica fine dei Perini padre Renato e dei due figli gemelli Giocondo ed Emilio, miei amici di infanzia. Questo lo seppi in seguito e allora mi ricordai di quel particolare. Poveri ragazzi, morirono combattendo quando non avevano più neppure una pallottola, mentre per vera fortuna l’altro fratello Domenico, perché in una precedente azione era rimasto ferito a una mano, si trovava in altra zona, altrimenti sarebbe stato con il padre ed i fratelli e avrebbe fatto la solita fine”.

Frandalini di Adelano – Zeri: lapide per i Caduti di Vernazza del 21 gennaio 1945
(2023) (foto Giorgio Pagano)

I Perini facevano parte di un gruppo di partigiani della Quinta Compagnia della Colonna Giustizia e Libertà. Trovati dai tedeschi ai Frandalini di Adelano, furono “fucilati e seviziati con baionette e colpi di cassa di fucile sul viso”, come scrisse in una relazione Luciano Scotti “Gonzaga”. Erano quasi tutti giovanissimi di Vernazza: una generazione di quel paese fu falcidiata. Una lapide ricorda nove caduti: i tre Perini e i ragazzi di Vernazza Giovanni Castrucci, Agostino Colombo, Francesco Galleno, Lorenzo Pallano, Francesco Palomba, Marco Sbolci. Con loro caddero anche gli spezzini Ernesto Goldoni e Walter Pedrazzi e Pietro Bonetti, di Reggio Emilia.
I capi partigiani dicevano: i fratelli non stiano nella stessa formazione, così c’è più possibilità che uno della famiglia rimanga in vita. Era giusto, ma nell’esercito guerrigliero non tutte le regole militari venivano rispettate. Spesso prevaleva l’amore che legava l’un l’altro i fratelli. In questo caso anche l’amore tra padri e figli.
La testimonianza di “Falchetto” prosegue raccontando il freddo glaciale, la fame, il compagno russo Ivan morto assiderato, la convinzione di stare morendo a poco a poco. I partigiani si guardavano l’un l’altro e si davano gli schiaffi quando vedevano che uno di loro si stava afflosciando. Solo il 24 gennaio riuscirono a mangiare una patata cotta nella cenere. Il gruppo di “Falchetto” bussò, quella notte, a una casa di contadini, che diedero loro qualcosa da mangiare e un po’ di calore. I partigiani si accorsero di avere i piedi congelati. Ma riuscirono, il 25 gennaio, a tornare a Pieve di Zignago. “Falchetto” ci arrivò con un piede fasciato e un bastone, tra dolori atroci. I contadini diedero loro, ancora una volta, ospitalità.
Il ruolo delle donne della montagna fu straordinario. In un’altra testimonianza, Nello Quartieri “Italiano” comandante del Battaglione garibaldino Matteotti-Picelli, racconta l’odissea della sua formazione, fino all’arrivo a Boschetto di Antessio. Qui furono ospitati dalla Carmela, una donnina magra e rinsecchita con un figlio prigioniero in Germania, che considerava quei ragazzi come suoi figli. E per loro fu la “Mamma”. Così la chiamarono sempre, anche nel dopoguerra, quando salivano a trovarla. Come la Lalla di Debbio, come la Adele di Tenerano… Ho raccontato le loro storie nel libro “Sebben che siamo donne. Resistenza al femminile in IV Zona operativa”. Ecco il ricordo di “Italiano” di Carmela Rossi Ferrari, sposata Lurpini:
“Carmela, contadina, sembrava nata in un tempo indefinito, senza età. Piccola, incurvata dal duro lavoro del suo piccolo campo, madre di una prole di maschi e femmine, era padrona di una casa modesta e felice. Il suo mondo era quello di stagioni sempre uguali, monotone, ma rassicuranti. Così ebbi modo di conoscerla nei mesi in cui accolse un Distaccamento della mia Brigata, che entrò a far parte della famiglia come se i ragazzi ospiti fossero suoi figli. Lei fu grande, eroica, durante il rastrellamento del 20 gennaio 1945, quando un gran numero di tedeschi, fascisti, mongoli, provenienti da varie regioni, misero a dura prova i partigiani della IV Zona operativa con incendi, violenze nei paesi abitati e contro povere case isolate in mezzo ai boschi. Con meticolosità i tedeschi frugavano persino nei fienili, nelle capanne. Perquisirono anche la casa della famiglia Lurpini, ma gli uomini si erano già messi in salvo, nascosti altrove, in ricoveri improvvisati. Un ufficiale tedesco s’impose con estrema durezza terrorizzando l’unica donna presente, minacciando di incendiare la casa, di passarla per le armi. Carmela, che aveva nascosto ogni traccia della presenza partigiana, lo affrontò da sola con straordinario coraggio e riuscì ad evitare il peggio. A distanza di tanti anni, ripenso ogni tanto a questa donnina indomita. La immagino nella sua disperata difesa verbale, con un diluvio di parole in un dialetto quasi incomprensibile, mentre mostra al tedesco la foto del figlio che combatte in Russia. Mi pare di sentire il suo parlare semplice e orgoglioso assieme, di vederne la mimica eloquente, in una implorazione che sa di preghiera antica. Lei seppe resistere alle minacce senza dire una sola parola su ciò che volevano sapere. Alla fine, l’ordine ‘Feuer’, fuoco, non fu pronunciato e tutto fu salvo”.

Tra il 25 e il 31 gennaio i nazisti e i fascisti si ritirarono ed entro i primi giorni di febbraio le brigate rientrarono in quasi tutte le aree precedentemente occupate. In una relazione Mario Fontana “Turchi” scrisse di 50 partigiani uccisi e 40 fatti prigionieri. Moltissimi i congelati. Ma non fu una catastrofe, anzi. I partigiani ne uscirono rafforzati, anche dal punto di vista morale.
Nel suo Diario il generale Mark Clark, Comandante della IV Armata USA, scrisse:
“20-30 gennaio. Massicci attacchi di Kesselring contro i reparti partigiani dal Bracco a Pontremoli. Il nemico sanguinosamente sconfitto dalle truppe italiane del ribelle Colonnello Turchi. Posso prendere la Cisa e Parma quando voglio”.

Clark era un po’ presuntuoso. Ma riconosceva che il contributo dei partigiani – anche militare – era stato decisivo.

Post scriptum
Sul rastrellamento del 20 gennaio rimando a questi articoli della rubrica:
“La battaglia del Gottero e l’eroismo di Amelio”, 22 gennaio 2012
“Dal Gottero a Valeriano vince la guerriglia della montagna”, 2 febbraio 2014
“Siamo i ribelli della montagna”, 8 febbraio 2015
“L’epopea del Gottero”, 25 gennaio 2015
“La signora senza nome, il comandante, la madre”, 25 aprile 2021
“Il conte di Arcola, Franco di Sarzana, Baciccia di Camogli. Storie di umanità partigiana”, 27 ottobre 2024
Per informazioni su altre figure e vicende citate nell’articolo si può consultare il Dizionario online della Resistenza spezzina e lunigianese:
https://www.associazioneculturalemediterraneo.com/sp/dizionario-online-della-resistenza-spezzina-e-lunigianese/

lucidellacitta2011@gmail.com

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