Presentazione di “Ennio Carando. Un filosofo nella Resistenza” di Giorgio Pagano, sabato 18 aprile ore 17 a San Terenzo
13 Aprile 2026 – 22:39

Presentazione di
“Ennio Carando. Un filosofo nella Resistenza”
di Giorgio Pagano
sabato 18 aprile ore 17
San Terenzo, Sala Itala Mela – locali parrocchiali
Viale della Vittoria 4
La Coop. Primo Maggio organizza, sabato 18 aprile alle 17, la presentazione a …

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Gianni, operaio gentile

a cura di in data 27 Gennaio 2026 – 10:42

Gianni Babbini – anni Ottanta – archivio famiglia Babbini

Città della Spezia, 20 ottobre 2024

Giovanni Babbini, per tutti Gianni ma anche “il Babbo”, da poco scomparso, era un operaio.
Un operaio gentile: colto, rispettoso delle idee degli altri, ricco di vivissima umanità. Esprimeva la grazia dell’umanesimo delle classi popolari. Era nel contempo combattivo e tenace. Esprimeva la lotta morale delle classi popolari per la dignità e la libertà nel lavoro e nella società.
Il racconto della sua vita ci consente di capire che cosa fu la classe operaia quando era una comunità. Ma anche di immaginare che gli operai – l’ho detto ricordando Gianni a Sarzana – dopo essere stati divisi, frantumati, cancellati per tanti anni, possono tornare una comunità e una classe. Non immaginavo, però, che gli operai mi avrebbero dato ragione solo pochi giorni dopo: sono stati gli operai del settore auto, che ci hanno fatto ascoltare il silenzio delle fabbriche chiuse per lo sciopero e, nella manifestazione a Roma, il rumore della vita della nostra Repubblica fondata sul lavoro.
Gianni, arcolano, dopo la terza avviamento aveva frequentato per un anno l’Istituto Nautico, ma poi, a causa delle difficoltà economiche della famiglia, aveva dovuto smettere. Andò a lavorare come operaio carpentiere in ferro nella piccola ditta del padre, che poi fu chiusa per i suoi gravi problemi di salute.
Fu il padre, socialista, a far conoscere a Gianni Piero D’Imporzano e Bruno Scattina, un giovane intellettuale e un operaio del Muggiano, fondatori del PSIUP a Spezia. due personalità davvero di rilievo della sinistra spezzina del tempo. Nella CGIL il “rappresentante” del partito era il partigiano Giorgio Giuffredi, che aveva combattuto con “Facio” nella battaglia più leggendaria, quella del Lago Santo. Gianni mi diceva sempre: Giorgio aveva una straordinaria umanità. Era vero, ed era vero anche per Gianni. A Sarzana il partito era forte soprattutto tra i cattolici: il punto di riferimento era Giuliano Bernardini, altra rilevante figura morale. Il PSIUP fu un piccolo grande partito, nato nel 1964 da una scissione “a sinistra” del PSI, che per una fase seppe attrarre i giovani del Sessantotto. Era un corpo vitale, con un gran fermento. Gianni vi lavorò come funzionario per qualche anno, fino al 1968.
La sede era in via Rattazzi. Gianni si occupava dell’organizzazione, del tesseramento. “Andavo in giro per la provincia con una macchina che si rompeva sempre”, diceva. Posso confermare. Il PSIUP si sciolse nel 1972, in gran parte confluì nel PCI, compresi i beni. Alla sezione Centro del PCI, nella quale militavo negli anni Settanta, toccò quella carcassa. Finì presto al macero, ma ho l’orgoglio di avere guidato anch’io la “macchina che si rompeva sempre”. Nel PCI conobbi D’Imporzano, Scattina e Giuffredi, iscritto alla mia sezione. Ma non ancora Gianni, perché nel 1969 aveva lasciato il PSIUP per i gruppi della sinistra extraparlamentare: militò fin dall’inizio nel gruppo il cui leader era Andrea Ranieri, La Voce Operaia, poi Il Potere Operaio, poi Lotta Continua… Quando lo conobbi era uno dei pochi operai “gruppettari”. Incazzato, come era giusto che fossero gli operai, e insieme gentile e umano, come era nella natura degli operai che avevano preso coscienza e avevano dato vita alla loro classe: la classe operaia, che appariva come “predestinata” a cambiare il mondo.
Incontrai in realtà Gianni in quello che per i quattordicenni spezzini come me fu l’inizio del Sessantotto: il 5 ottobre, primo giorno di scuola, davanti al Liceo Classico, quando un gruppo di fascisti attaccò un picchetto di studenti che aveva organizzato uno sciopero di solidarietà con i ragazzi uccisi nella “noche triste” di Città del Messico. Gianni era lì, a dare man forte al picchetto. Ma questo lo avrei saputo dopo.
“Il Babbo”, dopo l’esperienza nel PSIUP, tornò a fare il carpentiere in ferro, alla Metalcost. Era molto capace nel suo lavoro, e fiero del mestiere. Apparteneva ancora alla generazione secondo cui bisognava essere bravi nel lavoro e bravi comunisti o socialisti o sindacalisti.
Nella CGIL e nella FIOM diede un grande contributo alla lotta per la dignità e la libertà del lavoro. Delegato di fabbrica della Metalcost, fu promotore dell’iniziativa di creare una mensa per tutti gli operai delle piccole aziende della piana di Arcola, aperta anche ad altri lavoratori che si trovassero in zona. Una vertenza che veniva incontro alle giuste esigenze degli operai di avere un dignitoso momento di pausa, da mezzogiorno all’una, senza doversi scaldare il cibo portato da casa su fornelli improvvisati e consumarlo all’interno della fabbrica. La lotta fu coronata dal successo.

Gianni Babbini alla marcia Perugia-Assisi – anni Novanta – archivio
famiglia Babbini

Un altro momento importante dell’impegno sindacale di Gianni fu il corso sulla salute e la sicurezza nell’ambiente di lavoro con la partecipazione di un medico del lavoro e di altri tecnici esperti. Gli incontri del corso, rivolti particolarmente ai delegati, avvenivano nella Biblioteca Civica al Ponte di Arcola. Questo corso servì per attivare una contrattazione aziendale su questi argomenti: il sindacato ottenne così buoni risultati nella modifica dell’ambiente di lavoro in alcune aziende. Sono iniziative che servirebbero anche oggi, in un mondo del lavoro dove prosegue senza sosta la strage quotidiana.
Quella classe operaia aveva uno “stile di vita”. L’ha descritto in modo straordinario Dino Grassi in “Io sono un operaio”: moralità, austerità personale, sobrietà, solidarietà, umanesimo. E capacità di autoeducazione civile, amore per la cultura. Non a caso Dino fu sempre un punto di riferimento per Gianni.
Questo “stile di vita” alla fine conquistò anche i genitori di Bianca, la moglie di Gianni. Quando si sposarono la loro opposizione fu totale. La figlia non poteva sposare un operaio comunista. Ma alla fine colsero il fiore del suo umanesimo, e lo trattarono come un figlio.
Gianni apparteneva a una classe operaia che combatteva per migliorare le proprie condizioni di vita e di lavoro, ma che non era una classe “corporativa”. Perché combatteva nel contempo per una nuova società. Gianni, per fare un solo esempio, fu in prima fila nella lotta per un’”altra medicina”, di cui fu un simbolo l’opposizione alla costruzione a Brugnato di un ospedale psichiatrico. Lo aveva colpito – ci aveva colpito – l’antiautoritarismo di Franco Basaglia: la fine dei ruoli e delle gerarchie – medici senza camice, pazienti che prendevano la parola –, il rifiuto di un sapere delegato a pochi eletti, la lettura del disagio come frutto di una collettiva malattia sociale. Lo aveva colpito – ci aveva colpito – il fatto che, tra le prime cose che Basaglia fece nell’ospedale psichiatrico di Gorizia, era stato di ingaggiare un parrucchiere e distribuire vestiti e specchi a pazienti che si erano dimenticati del proprio aspetto, se non di sé stessi.
E’ difficile capire oggi che cosa fu quella classe operaia. E’ difficile immaginare che cosa significò la prima strage neofascista contro il Sessantotto contro l’Autunno caldo operaio del 1969: quella di piazza Fontana a Milano, il 12 dicembre 1969. E’ difficile immaginare il senso di solitudine che provocò. Ebbene, i sindacati proclamarono lo sciopero generale per partecipare ai funerali delle vittime. Decine di migliaia di lavoratori presidiarono in silenzio piazza del Duomo e le vie percorse dal corteo funebre. La barriera rappresentata dagli operai, da quel silenzio, la loro unità per difendere la democrazia dal neofascismo e dal terrorismo, furono percepite anche come un argine al dolore intimo e al contempo pubblico di ognuno di noi, alla grande preoccupazione che vivevamo.
Era una classe operaia che si batteva per la pace. Gianni andava spesso a trovare Lelio Basso, vecchio dirigente socialista e poi del PSIUP. D’estate veniva in una casa nelle colline di Lerici. Un giorno diede a Gianni un pezzo di bomba americana caduta in Vietnam. Oggi sembra impossibile: un piccolo popolo sconfisse la potenza imperiale più grande. La guerra fu fermata. Vale anche oggi: c’è – come allora – il potentissimo complesso militare-industriale che vuole le guerre, c’è la volontà di potenza, ma ci sono anche le persone, c’è la volontà di pace.
Il mondo di Gianni non esiste più. Non c’è più la classe operaia destinata a cambiare il mondo. Di più: non c’è alcun depositario precostituito della verità futura. Eppure, come dicevano sempre Dino Grassi e Gianni Babbini, “gli operai esistono sempre, e soffrono ancora”. La lettura del rapporto Oxfam sulle diseguaglianze è impressionante. La ricchezza dei cinque miliardari più ricchi al mondo è più che raddoppiata, in termini reali, dall’inizio di questo decennio, mentre la ricchezza del 60% più povero dell’umanità non ha registrato alcuna crescita. In Italia, a fine 2022, l’1% più ricco era titolare di un patrimonio 84 volte superiore a quello detenuto dal 20% più povero della popolazione, la cui quota di ricchezza nazionale si è dimezzata in un anno. Bassi salari, precarietà, morti sul lavoro, fisco sempre meno basato sulla progressività, Stato sociale sempre più colpito… Ancora politiche europee e italiane nel segno dell’austerity neoliberista (salvo i soldi dello Stato per le armi). A rischio è il nostro bene più prezioso, la Costituzione. Il frutto che resta della lezione di Dino e del “Babbo” è il richiamo alla fraternità, l’aspirazione alla liberazione del genere umano, il bisogno irresistibile di cambiare la vita. Il richiamo alla Costituzione, grande forza inesplosa. L’eterna lotta di chi sta sotto contro chi sta sopra è sempre in corso. Ci saranno altre culture, nuovi sindacati, altri partiti che la interpreteranno. Ma qualcosa sta nascendo sotto la cenere C’è anche chi dice, di fronte a ciò che sta accadendo tra la nostra costa e quella in Albania: “Chiunque chiede di potersi realizzare attraverso il lavoro, è mio fratello. Non dobbiamo avere paura di chi per vivere vuole lavorare con dignità, dobbiamo aver paura di chi vuole sfruttarci e metterci in competizione gli uni contro gli altri”.
No, la storia non è finita. E l’approccio umanistico contro un mondo sempre più disumanizzato è sempre più necessario.

Post scriptum
La foto in alto ritrae Gianni Babbini negli anni Ottanta. Quella in basso è stata scattata in una marcia Perugia-Assisi negli anni Novanta.
Ho raccontato la storia di Gianni nei due volumi di “Un mondo nuovo, una speranza appena nata. Gli anni Sessanta alla Spezia ed in provincia”.

lucidellacitta2011@gmail.com

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