Presentazione di “Ennio Carando. Un filosofo nella Resistenza” di Giorgio Pagano, sabato 18 aprile ore 17 a San Terenzo
13 Aprile 2026 – 22:39

Presentazione di
“Ennio Carando. Un filosofo nella Resistenza”
di Giorgio Pagano
sabato 18 aprile ore 17
San Terenzo, Sala Itala Mela – locali parrocchiali
Viale della Vittoria 4
La Coop. Primo Maggio organizza, sabato 18 aprile alle 17, la presentazione a …

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Dalla Liguria all’America, la sinistra ritorni popolare

a cura di in data 16 Febbraio 2026 – 21:50

Albenga, centro storico
(2017) (foto Giorgio Pagano)

Città della Spezia, 10 novembre 2024

Il dato che più colpisce, nel risultato elettorale ligure, è quello che segna la crisi della democrazia: il 55% dei cittadini non è andato a votare. La rimozione di questo problema non aiuta nessuno: certamente la sinistra che ha perso, ma nemmeno la destra che ha vinto.
A una prima analisi potrebbe sembrare che i liguri abbiano votato come un tempo, quando c’erano il PCI e la DC e Genova, Spezia e Savona città erano “zone rosse”, mentre Imperia, il Ponente savonese e il Tigullio erano “zone bianche”. Qualche eredità culturale del passato magari pesa ancora, ma in realtà tutto è cambiato, perché ha votato solamente il 45% dei liguri. Se la sinistra avesse perduto nelle “zone rosse” meno voti andati all’astensione, il voto delle “zone bianche” non sarebbe bastato a far prevalere la destra. Si pensava che il risultato genovese sarebbe stato decisivo, e invece Bucci ha perso nella Genova di cui è Sindaco: una debacle anche personale, compensata dal risultato delle “zone bianche”. Le zone in cui ha vinto Bucci sono in realtà zone dove vige una sorta di feudalizzazione dei potentati che si realizza attraverso meccanismi di fiducia in gran parte di carattere personale con una esaltazione di un voto di scambio non necessariamente di natura clientelare ma rivolto comunque a corrispondere agli interessi socio-economici del territorio: balneatori, ristoratori, albergatori, a cui i fondi regionali non sono certo mai mancati. Naturalmente la sinistra deve saper interloquire – in altro modo – anche con questi mondi, ma soprattutto deve riconquistare il voto dei ceti popolari. Perché oggi è percepita come sinistra del potere, senza popolo.
Orlando era consapevole che il problema di fondo era questo, e ha cercato di dare voce a una sinistra popolare. Ma è un obiettivo per cui servono tempi lunghi, e non basta una campagna elettorale.
Il fenomeno è globale, è lo stesso rivelato dalle elezioni americane. Bernie Sanders, il leader della sinistra del Partito democratico, lo ha detto a caldo: “Non dovrebbe sorprendere che un Partito democratico che ha abbandonato la classe operaia scopra che la classe operaia lo ha abbandonato. Prima, era la classe operaia bianca. E ora ci sono anche i lavoratori latini e neri”. Joe Biden all’inizio del suo mandato sembrava averlo capito, poi il suo declino cognitivo lo ha fermato. E comunque per recuperare un deficit di credibilità serviva tempo. La Harris, poi, ci ha messo del suo.

Albenga, centro storico
(2017) (foto Giorgio Pagano)

La verità è che la destra è al servizio dei più forti ma sa offrire una risposta, sia pure illusoria, alla domanda di protezione dei più deboli. La sinistra può rinascere solo se propone quelle che Lucio Baccaro, sociologo e direttore dell’Istituto Max Plank di Francoforte, definisce “cose ormai indicibili”: crescita trainata dai salari, fisco progressivo, meno globalizzazione, intervento pubblico per ridurre le diseguaglianze. Il Pd può uscire dalla sua fragilità, e il M5S può rifondarsi, solo se saranno capaci di tradurre in un’offerta politica ciò che chiede l’elettorato popolare.
Sono cose che si possono fare. Non è vero che non ci sono i soldi: basterebbe tassare gli ultra ricchi. E comunque già ora i soldi per le armi si trovano. Questo è un altro tema sentito dai ceti popolari: non vogliono le guerre, ma anche su questo non hanno un interprete politico.
Che la sinistri ritorni popolare è difficile perché le élite finanziarie e i media premono fortemente per il contrario. Ma alternative non ce ne sono: o si prende atto del cambio di stagione o si è fuori gioco. La risposta basata sull’alleanza con i partitini e sulla rincorsa al centro suona come surreale. L’elettorato mediano non esiste più da tanti anni. I moderati-conservatori sono diventati sempre più di destra. Per contrastare la destra che va sempre più a destra è del tutto inutile una sinistra moderata. La polarizzazione deve esserci da entrambi i lati. La Harris ha perso perché non ha parlato né degli operai né di Gaza e della pace, e ha seguito Trump sul suo terreno quando ha detto che ha un’arma e che la userebbe. Orlando ha polarizzato ma doveva farlo di più – sulla pace, sull’entroterra abbandonato – e aveva bisogno di più tempo, anche per far dimenticare un’immagine sua personale e del suo partito troppo interne all’establishment. Ma bisogna dargli atto che ci ha provato.
Quel che serve è questo: non è estremismo, è ricostruzione della democrazia, di un terreno democratico fondato sulla protezione del popolo. Il grande assente della nostra contemporaneità è l’ideale che io chiamo socialista. Se il termine sa troppo di Novecento chiamatelo democratico, per me va bene. L’ideale democratico è la distribuzione della ricchezza e il superamento delle diseguaglianze, è una società di liberi e uguali. In Italia sta scritto nella Costituzione.

lucidellacitta2011@gmail.com

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