Come fu impedito il tentativo dei nazisti di far saltare in aria il Golfo dei Poeti
Città della Spezia, 1° dicembre 2024
Dopo la liberazione di Roma del 4 giugno 1944 i tedeschi cominciarono a prendere in considerazione la possibilità dell’abbandono dei territori italiani occupati. Nell’articolo della rubrica “Giugno-luglio 1944. La Spezia bombardata e i lavoratori del Muggiano costretti a servire il Reich” (21 luglio 2024) ho raccontato il rastrellamento nel Cantiere del 30 giugno 1944 e la deportazione coatta in Germania di molti lavoratori, costretti a lavorare per l’industria bellica tedesca in condizioni di sfruttamento disumano.
L’altro fenomeno, strettamente connesso a quello del lavoro coatto in Germania, fu la spoliazione degli impianti, cioè il trasferimento in Germania di macchinari e mezzi. Il parroco di Borgotaro mons. Carlo Boiardi racconta nel suo Diario, il 13 ottobre 1944, che nella galleria ferroviaria del Borgallo – lungo la linea La Spezia-Parma – c’era “una quantità enorme di materiale accumulato” asportato “dai cantieri di La Spezia”.
La scelta tedesca era dovuta anche al crescente fenomeno del sabotaggio della produzione da parte degli operai. L’8 agosto 1944 il segretario della Federazione spezzina del Pci Antonio Borgatti scriveva:
”Produzione di guerra completamente cessata, la maggior parte degli operai fuori dalle officine soprattutto per timore della deportazione, chi lavora produce poco e male. Nel mese scorso quando la produzione era ancora attiva si ebbe un vasto sabotaggio (non specifichiamo per ovvie ragioni)”.
Su “l’Unità” dell’agosto 1944 il testo “Disertori” era rivolto a quegli operai del Muggiano che non sentivano “il dovere di mollare nella produzione a favore dei tedeschi”. Borgatti, il 15 settembre, confermava che “le fabbriche sono pressoché chiuse” e che i pochi lavoratori rimasti “sabotano la poca produzione tutt’ora in corso”.
I nazisti, nel novembre, vollero andare ancora oltre: dopo il trasferimento di uomini e attrezzature, le fabbriche dovevano saltare in aria. Era uno dei tanti modi per punire “i traditori italiani” e lasciare, in caso di sconfitta, un Paese in totale rovina.
L’8 novembre 1944 il Capo della Provincia – così nella Repubblica di Salò veniva chiamato il Prefetto – Giovanni Appiani inviò al Ministero dell’Interno e al suo collega di Genova un fonogramma con “massima precedenza assoluta”, in cui era scritto:
“Un telegramma segreto pervenuto al locale Comando piazza Germanico dispone che il giorno dieci, con grosse mine, sia fatto saltare stabilimento Terni-Odero al Muggiano e giorno … [i puntini sostituiscono la data] dalle ore sette alle dieci lo stabilimento metallurgico di Pertusola. Poiché ciò contrasta con precedenti affidamenti di sospendere ulteriori distruzioni prego intervenire massima urgenza per evitare il provvedimento”.
Ho scoperto il documento mentre lavoravo alla pubblicazione del libro di Dino Grassi “Io sono un operaio. Memoria di un maestro d’ascia diventato sindacalista” e alla ricostruzione della storia del Cantiere Navale Muggiano. Altri documenti sull’episodio non esistono. Evidentemente i fascisti, spinti dalla borghesia locale, riuscirono momentaneamente nell’intento di impedire la distruzione delle fabbriche. Tentativi ce n’erano già stati in precedenza e ce ne furono, come vedremo, in seguito.
Gli operai hanno sempre rivendicato il loro contributo decisivo allo sminamento del Cantiere. I documenti dimostrano che questa mobilitazione fu una costante: nel febbraio 1944, poi nel luglio.
All’inizio del 1945 all’impegno degli operai si accompagnò quello dei disertori tedeschi. Fu un maresciallo tedesco a salvare il golfo minato: gli ordigni di distruzione avrebbero dovuto creare un vuoto tra le truppe tedesche in ripiegamento e quelle alleate avanzanti. Un ruolo decisivo nel convincerlo in questa decisione lo ebbe una donna innamorata. In questa rubrica ho già raccontato l’episodio, attraverso le testimonianze dei partigiani Umberto Bellavigna “William” (“Il giovane ‘William’ e il tragico duello tra ‘Facio’ e ‘Salvatore’ – seconda parte”, 1° marzo 2015) e Daniele Bucchioni “Dani” (“La storia dei disertori che passarono alla brigata Centocroci e di oltre quaranta ‘bravi tedeschi’ – seconda parte”, 11 luglio 2021). Ecco come la vicenda è stata ricostruita nel libro di Sirio Guerrieri e Luigi Ceresoli, “La brigata Val di Vara nella storia della Resistenza”, basato sui ricordi, molto documentati, di Bucchioni:
“Era risaputo che i tedeschi avevano costellato di mine di vario tipo l’intero golfo. […] Potenti cariche di esplosivo erano state messe a sito lungo le rotabili adducenti alla città, nel porto e negli stabilimenti. […] Dani venne informato che il sottufficiale comandante il plotone pionieri, che si occupava della messa a sito e dell’innesco delle mine, era in contatto con una donna abitante in Via del Prione, nei pressi di Piazza Mentana. Si trattava di Sanfedele Edelmira, con la quale fu facile stabilire un collegamento.
La Edelmira si dichiarò disposta a collaborare, ma chiese garanzie per la incolumità del tedesco.
Venne inviato un salvacondotto per il sottufficiale, il quale, accompagnato dalla donna e dalla figliola di questa, raggiunse il Forno, sede del Comando della brigata [Val di Vara, della Colonna Giustizia e Libertà]. Portava con sé un lucido dell’intero Golfo, da Lerici a Portovenere. Vi erano riportate tutte le fasce minate messe a sito: un quadro impressionante! Oltre tremila ordigni, molti ad alto potenziale, innescati con detonatori elettrici comandati a grande distanza, mine antiuomo seminate lungo le spiagge di San Terenzo e Portovenere. […] Era una vista allucinante che forniva l’apocalittica visione di quello che sarebbe successo se una mano criminale avesse fatto scattare la scintilla. […] Il colloquio si era concluso con impegno di reciproca fiducia.
Il sottufficiale avrebbe tolto gli inneschi alle mine e li avrebbe consegnati insieme alle dinamo a tre partigiani, che sarebbero scesi a ritirarli.
In serata la Sanfedele e il tedesco erano rientrati in città. Nello spazio di un paio di giorni il sottufficiale aveva disattivato alcune centinaia di mine e aveva consegnato al Comando di Brigata gli inneschi tolti dagli ordigni […]. In questa circostanza il pioniere tedesco dichiarò che per lui ormai era diventato impossibile disattivare altri ordigni. Era convinto di essere dentro il mirino del sospetto.
Dani inviò poi al Col. Fontana [il Comandante della IV Zona operativa] il lucido allo scopo di agevolare le operazioni sminamento a Liberazione avvenuta. Il sottufficiale rimase con la brigata Val di Vara fino al 28 aprile. Venne poi rimpatriato munito di un attestato di benemerenza alleato e di un lasciapassare della brigata.
Il 21 aprile si presentava al Forno un altro sottufficiale tedesco, dipendente dal maresciallo sopracitato, il sergente guastatore Theo Rohrwieck che portava la mappa con gli apprestamenti difensivi della parte occidentale del Golfo, a partire dal Fezzano”.
Altri partigiani fecero la loro parte. Nel Diario della formazione Beretta, che operò tra Val di Vara e Val di Taro, è descritta un’azione dell’8 aprile 1945, che portò all’estrazione dalla galleria del Borgallo di “1000 quintali di esplosivo che erano destinati dal nemico al sabotaggio della Spezia”.
Tra i tanti meriti della Resistenza ci fu anche quello di aver salvato dalla distruzione l’intero Golfo dei Poeti.
Post scriptum:
La fotografia in alto, scattata nel 2011, riprende il Cantiere Muggiano dal mare; quella in basso, del 2022, lo riprende da Falconara.
Chi volesse approfondire personaggi e vicende citati nell’articolo può consultare il Dizionario online della Resistenza spezzina e lunigianese. Questo il link:
https://www.associazioneculturalemediterraneo.com/sp/dizionario-online-della-resistenza-spezzina-e-lunigianese/
lucidellacitta2011@gmail.com
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