Presentazione di “Ennio Carando. Un filosofo nella Resistenza” di Giorgio Pagano, sabato 16 maggio ore 17 a Moneglia
13 Maggio 2026 – 09:32

Presentazione di
“Ennio Carando. Un filosofo nella Resistenza”
di Giorgio Pagano
sabato 16 maggio ore 17
Moneglia
Sabato 16 maggio, alle ore 17, presso la Sala Consiliare del Palazzo Comunale di Moneglia sarà presentato il libro “Ennio Carando un filosofo …

Leggi articolo intero »
Crisi climatica e nuove politiche energetiche

Economia, società, politica: anticorpi alla crisi

Quale scuola per l’Italia

Religioni e politica

Ripensare il Mediterraneo un compito dell’Europa

Home » Città della Spezia, Rubrica Luci della città di Giorgio Pagano

29 novembre 1944. Il dramma di “Federico” e la creatività delle donne

a cura di in data 29 Aprile 2026 – 21:14

Cimitero di Caprognano (Fosdinovo) e La Bradia, lapidi dedicate ad
alcuni Caduti del rastrellamento del 29 novembre 1944 (archivio
Sezione Anpi di Sarzana)

Città della Spezia, 8 dicembre 2024

Il “proclama Alexander” del 13 novembre 1944, con il quale il generale inglese invitava le formazioni partigiane a sospendere le operazioni per tutta la durata dell’inverno, era stato un duro colpo per la Resistenza. Gli alleati angloamericani avevano deciso di sospendere l’offensiva sulla “Linea Gotica” e di concentrare lo sforzo bellico sulla Francia. Gran parte della Toscana era già stata liberata, ma Massa, Carrara e parte della Garfagnana restavano sotto occupazione tedesca. Così la Val di Magra e La Spezia. C’era già stata l’illusoria felicità per l’insurrezione prevista in estate, poi le speranze nel primo autunno. Ma dopo il fallimento dell’azione del 26 novembre in Garfagnana, quando gli Alleati mancarono alle promesse e non agirono, tutto fu molto chiaro: alle formazioni partigiane e alle popolazioni sarebbe toccato un altro inverno di sofferenze. Per i partigiani della brigata Muccini, operante dal settembre 1944 sulle colline sarzanesi, significava vivere in una zona quasi brulla, già devastata dalla carestia e dalle razzie tedesche, e dormire all’addiaccio.
Il rastrellamento del 29 novembre contro la Muccini e le altre formazioni operanti tra Sarzana e Carrara giunse inaspettato, ma era nell’ordine delle cose: i nazisti cercarono di approfittare della situazione per sgominare i partigiani della zona.
Così il comandante della Muccini, Piero Galantini “Federico”, rievocò l’alba del 29 novembre in un articolo scritto tre anni dopo, il 29 novembre 1947 (gli altri partigiani citati nel suo racconto sono il vicecomandante Flavio Bertone “Walter” e il commissario politico Dario Montarese “Brichè”):
“‘Federico, Federico, sveglia!’. Era già un po’ che doveva essere lì, Walter, a scuotermi con la sua mano pesante.
Assepolato com’ero in una coperta imbottita, avanzo di sfollati, per difendermi dal vento della notte che entrava senza chiedere permesso, e vinto da un sonno che reclamava arretrati, non potevo sentire di primo acchito.
Tanto più che dormivo tranquillo.
Ai monti, mi direte, era difficile dormire tranquilli, ma quando non c’era Brichè si poteva.
Perché quando c’era Brichè col vestito a quadretti, con la borsa a portata di mano, con le sopracciglia eternamente aggrottate, c’era il rastrellamento.
Potete star certi.
Ma Brichè, il commissario, mancava da due giorni. Si poteva dormire tranquilli.
Soltanto più tardi sapemmo che era in cammino per il ritorno.
Io brontolo ‘cosa c’è?’ quasi maledicendo l’importuno.
L’importuno era Walter.
Ma mentre brontolo cavo il braccio che portava l’orologio per trovare nell’ora la conferma di quella importunità.
‘Le cinque e mezza!’ ‘Cosa c’è a quest’ora?’.
Nella luce penosamente diffusa del mattino avevo visto bene l’ora, ma non avevo visto che Walter, nel suo silenzio, mi porgeva un biglietto.
‘Guarda qua. L’ha portato la staffetta. Cosa facciamo?’.
‘500 tedeschi sono arrivati nella notte a Viano‘. Cosa facciamo?
‘E per 500 tedeschi mi svegli alle 5 e mezza?’ dico io. E giù come corpo morto cade, in mezzo alla coperta fresca di caldo.
Viano era un paesello insellato sui piedi collinosi delle Apuane.
E Walter se n’era andato a Giucano perché cerano delle questioni in sospeso.
Ormai era deciso però che non dovevo dormire.
Dopo poco t’arriva infatti anche Brichè.
Voi lo capite: Brichè si trascinava dietro il rastrellamento. E per giunta non aveva la borsa.
Che razza di rastrellamento doveva essere?…
Rotto il sonno e sospesa per quel mattino la battuta abituale di caccia ai sempre rinnovantesi parassiti, bisognava rimettersi in allarme.
L’allarme ci viene da Santin: ‘A la Piazza e sotto Prulla distaccamenti di Monte Rosa’.
E noi via di corsa per vederli da vicino.
Erano lì sotto a poche centinaia di metri, che piazzavano le mitragliatrici, un po’ qui, un po’ là, dappertutto.
Tentiamo un attacco?
Spari da S. Stefano.
Spari sull’altro schienale del monte.
Siamo ben presi. Le staffette che per l’occasione marciavano a cavallo – quando le staffette usavano quei cavalli normanni alleati dei tedeschi era brutto segno – portavano le prime notizie e chiedevano ordini.
Tutti i distaccamenti erano pressati dalle unità germaniche, c’erano già stati gli scontri.
Cosa fare? Cosa fare?
La Brigata per la prima volta veniva impegnata in tutta la sua efficienza su campo aperto da una divisione di alpini bavaresi rinforzata da reparti di fascisti.
In tutta la sua efficienza, ho detto, ma è bene precisare. l’efficienza consisteva in 900 uomini distribuiti su un terreno collinoso alto, nel punto massimo m. 612, e chiuso da quell’anello di strade che da Sarzana portano a Caniparola, Fosdinovo, S. Terenzo Monti, Canova, Aulla, Santo Stefano.
Come vedete eravamo perfettamente accerchiati in una zona priva di risorse tattiche e ristretta a 6 km di diametro.
Ma la nostra efficienza era anche in un armamento eterogeneo […]. Una media di fuoco, lesinando i colpi, di 10 minuti primi.
In compenso i tedeschi erano in dodicimila, marciavano con certi nastri di produzione a tracolla che parevano Dei della guerra […]
Era una bellezza!
E noi: ‘cosa fare?’.
Infinite prospettive si aprivano alle nostre possibilità di manovra tattica; ma tutte coincidevano in una: la fine delle galline starnazzanti.
E i tedeschi avevano fatto preventivamente studi che, in pratica, venivano fuori chiari: sviluppare un’azione offensiva che nell’arco S. Stefano – Canova facesse pressione sui distaccamenti partigiani spingendoli verso la valle del Magra, verso le posizioni di pianura. Là era pronto un altro semicerchio avversario formato da postazioni poste ogni 50 metri e rafforzato da reparti mobili di rincalzo. In questo semicerchio sarebbero cadute le formazioni partigiane come un pesce dentro alla nassa, sarebbero state disperse e distrutte.
I teutoni trasformavano la guerra in matematica. E non pensavano che la matematica è una scienza che nella guerra non va.
Per noi si trattava di reggere sulla posizione dell’arco offensivo, sulle nostre alture modeste, fino all’imbrunire; radunare le forze e sfuggire abilmente dal cerchio.
Così il mattino del 30 i tedeschi avrebbero avuto in mano un pugno di mosche e le galline starnazzanti.
Così si combatté sul Cucco, sulle “prade”, sul monte di Ponzanello, per ore e ore”.

La Brigata Muccini (archivio fotografico dell’Istituto Storico della Resistenza della Spezia)

A tutti i partigiani, dopo aver combattuto, “Federico” dava l’indicazione per la sera: “Nel canalone!”. Voleva dire: Fosdinovo, verso le Apuane. Camminarono di notte e raggiunsero la valle dell’Isolone. Solo “Walter” e pochi altri restarono in zona. Il grosso della Muccini si diresse verso Campo Cecina. A un certo punto incontrarono i tedeschi. Fu una specie di “Si salvi chi può”. La maggior parte degli uomini fu costretta a trovare scampo oltre le linee. La Federazione del PCI fu critica. Sotto la guida di “Walter” la Muccini, più piccola, si ricostituì. “Federico” insistette con gli Alleati per rientrare – fu il “dramma” della sua vita – ma ci riuscì solo pochi giorni prima del 25 aprile.
La Resistenza passò anche quel momento così drammatico. Nonostante tutto la vittoria tedesca non c‘era stata. Il rastrellamento più terribile contro la Resistenza spezzina ci fu dopo, nel gennaio 1945: ma i partigiani sopravvissero ancora. Chi dice che la Resistenza fu di “pochi” non ha capito nulla. Quei “pochi”, con tutti i loro difetti, non agivano da soli e avevano consolidato attorno a sé, sui monti, nelle valli e nelle città, un’area di ampio e crescente consenso.
Durante il rastrellamento del 29 novembre la totalità della popolazione della Val di Magra divenne oggetto di persecuzione. La Resistenza civile ha tratti epici, forse più ancora di quella armata.
Fondamentale fu il ruolo delle donne, che affrontarono coraggiosamente il nemico.
Ecco alcune testimonianze, raccolte dall’Associazione Archivi della Resistenza – Circolo Edoardo Bassignani e pubblicate nel libro “Sebben che siamo donne”:
“Aldemara Gianrossi, di Caprognano di Fosdinovo, ebbe la casa invasa dai tedeschi. Videro alla parete una fotografia del suocero scomparso, lei disse: ‘E’ morto di Tbc”. E poi: ‘Qui partigiani non ce n’è’. Loro non salirono, un po’ per paura della malattia, un po’ perché si fidarono, e gli uomini in soffitta si salvarono. Maria Carlini, di Castelnuovo, era nei campi a fare l’erba, sentì gli spari che arrivavano dalla Querciola e fece appena in tempo a ripararsi in casa. Arrivarono i tedeschi: ‘Aprite, ci sono i partigiani?’. Mentre il padre non voleva aprire, la madre fu abile, aprì e disse loro: ‘Volete mangiare qualcosa?’. Maria racconta: ‘Li fece sedere, offrì frittelle, sgabei, pane fatto in casa… loro si calmarono’. Lo stesso stratagemma di Diomira Corsi, della Colombiera di Castelnuovo. Nella Lazzini, di Caprognano, vide salire al mattino i nazifascisti, preparò tutto il giorno frittelle con la farina per i partigiani che ripiegavano. Due partigiani bussarono alla porta della casa di Elia Masetti, nella valle d’Isolone: ‘Mia madre fece le frittelle… Poi fuori vedemmo il corpo di un partigiano ucciso, e una ventina di prigionieri rastrellati’. Gli uomini si nascosero dappertutto: gallerie, tane, soffitte, cantine… Le donne portavano la polenta in questi rifugi. Nando Franceschini della Bradia di Sarzana si chiuse in una botte, la moglie Esterina gli dava da mangiare quando poteva”.
La creatività delle donne fu straordinaria.
I nazisti e i fascisti si accanirono contro i corpi dei partigiani. Molte donne si dimostrarono incapaci di negare un gesto di pietà nei confronti degli uccisi e a rischio della propria vita si preoccuparono di recuperare i cadaveri e di organizzare i funerali.
Ecco alcune testimonianze, raccolte dall’Associazione Archivi della Resistenza – Circolo Edoardo Bassignani e pubblicate in “Sebben che siamo donne”, sulla cura dei corpi:
“Gemma Tenerani, della piana di Castelnuovo, ricorda la morte del fratello Rufinengo e di altri due partigiani del Distaccamento ‘Ubaldo Cheirasco’: ‘L’ultima volta che lo vidi mi salutò cantando ‘Fischia il vento’ con altri partigiani… I loro corpi furono ritrovati da un pastore ventidue giorni dopo, fummo noi donne a organizzare il trasporto ai cimiteri dei nostri cari’. Armanda Marchi, di Castelnuovo, vide i morti accatastati in un carretto: ‘Prendemmo un mazzo di fiori e lo posammo sul carretto… Le donne venivano a portar via i loro morti’”.

Post scriptum:
le due fotografie in alto, scattate a Caprognano (Fosdinovo) e alla Bradia, sono dedicate ad alcuni Caduti del rastrellamento del 29 novembre 1944; fanno parte dell’archivio della Sezione Anpi di Sarzana.
La fotografia in basso ritrae la Brigata Muccini; fa parte dell’archivio fotografico dell’Istituto Storico della Resistenza della Spezia.

Per ogni approfondimento sul rastrellamento del 29 novembre 1944 e sulla Brigata Muccini si può consultare il Dizionario online della Resistenza spezzina e lunigianese:

Dizionario online della Resistenza Spezzina e Lunigianese

lucidellacitta2011@gmail.com

Popularity: 1%