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Una Liguria fragile tra cemento e imprevisti del clima

a cura di in data 13 Dicembre 2013 – 10:37Nessun commento

La Repubblica – Il Lavoro – 10 Dicembre 2013 – La tragedia della Sardegna e il fallimento della Conferenza di Varsavia sui cambiamenti climatici parlano anche alla Liguria, territorio fragile, oppresso dal cemento e nel cuore delle turbolenze climatiche del Mediterraneo, come dimostrò la tragedia genovese e delle Cinque Terre di due anni fa. Dopo pochi giorni la vita politica si è ripresa il suo spazio di sempre, e la questione ambientale è scomparsa dall’orizzonte. Fino alla prossima catastrofe, purtroppo. C’è invece qualcosa di profondo che non va e di cui dovremmo prendere coscienza: sempre più il surriscaldamento climatico comporta l’aumento dei fenomeni meteorologici estremi (i “cicloni extratropicali”), che si trasforma in aumento del rischio idrogeologico. Mentre la percezione del rischio è molto scarsa, e facciamo troppo poco per affrontare sia la crisi climatica che quella idrogeologica. Eppure se lo facessimo investiremmo dieci, per ottenere trenta o quaranta nel giro di pochi anni, perché eviteremmo non solo le vittime ma anche i costi per riparare i danni. E creeremmo molti posti di lavoro. 

Certo, per essere all’altezza delle sfide occorrerebbe un grande “piano nazionale di sicurezza territoriale”, di cui si vedono ancora scarse tracce. Il Ministro Andrea Orlando ha presentato la bozza della “Strategia nazionale di adattamento ai cambiamenti climatici”, ma il Governo evita la scelta contro il carbone, tra le principali cause della produzione di CO2, la cui crescita iperbolica è tanta parte delle cause dello squilibrio del clima. E quest’anno vengono stanziati 30 milioni per il rischio idrogeologico, quando ne servirebbero 500, come ammette lo stesso Orlando: perché non è considerato una priorità. Priorità è invece il cemento che opprime e invade il territorio italiano: 2 milioni e 500.000 edifici negli ultimi dieci anni, di fronte a un dato demografico stagnante, e poi le “grandi opere”, strade e autostrade che sventrano colline, spianano campagne, rompono equilibri idrogeologici fragili. Mentre si dimenticano le più elementari regole di prevenzione e manutenzione, dal divieto di costruire nelle zone a rischio alla restituzione ai fiumi dello spazio naturale di esondazione.
Molto, però, possono fare anche le Regioni. Qualcosa, in Liguria, si muove. La Giunta ha approvato una proposta di Piano energetico ambientale regionale, apprezzabile per gli obbiettivi di aumento dell’efficienza energetica e delle fonti rinnovabili, molto meno per l’assenza di interventi sulle cause dell’aumento di CO2: le grandi centrali a carbone e un sistema dei trasporti basato ancora sulla centralità dell’automobile. Da anni, inoltre, è avviata la discussione sul Piano Territoriale regionale, che dovrebbe basarsi sul contenimento del consumo di suolo e sulla concentrazione dell’attività edilizia nel riuso e nella riqualificazione del territorio già urbanizzato: ma l’iter sembra fermo su un binario morto. Su Repubblica Mario Tullo ha detto, a proposito del Pd: “noi abbiamo bisogno, in vista del 2015, di uno sforzo di innovazione programmatica”. Sono d’accordo, e penso che valga per tutto il centrosinistra e anche per centrodestra e grillini. In particolare, il fatto che stiamo entrando nella nuova era della crisi climatica e idrogeologica carica di responsabilità inedite chi si candida a governare la Regione. La Liguria è un’avanguardia e un laboratorio, ormai i cicloni sono tra noi. L’innovazione di cui parla Tullo ha nel contrasto alla crisi climatica e idrogeologica un punto decisivo e irrinunciabile.

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