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Se la gente volta le spalle ai partiti

a cura di in data 7 Marzo 2012 – 12:27Nessun commento

La Repubblica-Il Lavoro –  5 marzo 2012 – Il Pd è stato sconfitto alle primarie, mentre il Pdl ha scelto un candidato “di risulta”, dopo la rinuncia di chi era stato originariamente prescelto. La crisi dei partiti a Genova ha certamente radici locali. Il Pd è stato penalizzato non dal numero dei candidati ma dalla loro scarsa credibilità, il che richiama la responsabilità di una classe dirigente che non ha saputo offrire alternative più credibili. Nel Pdl, diviso più che mai, la scelta di Vinai è la rivincita di Scajola su Grillo: l’ennesimo esempio di un partito dedito a “giochi e manovre” che, scrive Franco Monteverde su Repubblica, “hanno perso da tempo appeal e valenza politica”.

Ma la crisi genovese ha anche radici più generali. In una fase in cui solo l’8% dei cittadini stima ancora i partiti, dato che uniforma le ricerche dell’Espresso e del Corriere della Sera,” non si può escludere -scrive Marcello Sorgi sulla Stampa- che di qui a un anno l’attuale classe politica sia da rottamare in blocco”. Le crisi parallele di Pd e Pdl a Genova hanno origine in questo contesto, nel quale i due raggruppamenti dominanti a sinistra e a destra “sono molto probabilmente destinati a vivere o a morire insieme”, scrive Angelo Panebianco sul Corriere. Difficilmente l’uno sopravvivrà senza l’altro. Perché sono i soggetti di un bipolarismo malato, nessuno dei quali ha raggiunto finora “la fase del consolidamento”, cioè di un’identità condivisa.

E’ vero che oggi chi si sta sgretolando è il Pdl, come dimostra la sua babele nazionale e locale.  Una sua rovinosa sconfitta alle elezioni amministrative segnerebbe il “rompete le righe”, un po’ come avvenne per la Dc nel 1993. Ma è vero anche che il Pd non se la passa troppo bene. Un piccolo esempio: scrivo da Cuneo, dove le primarie del centrosinistra sono state vinte da un “Pisapia locale”. Ebbene, subito dopo il sindaco uscente del Pd se ne è andato dal partito per costruire una coalizione alternativa insieme al Pdl. E’ uno dei tanti esempi che spiegano bene perché il Pd sia un “amalgama malriuscito”, frutto della quasi-fusione di Ds e Margherita (uso il “quasi” ricordando la vicenda del tesoriere della Margherita Lusi): una struttura fragile e solcata da divisioni e differenze che non sono mai riuscite ad amalgamarsi. Insomma, in modo diverso sia il Pdl che il Pd sono dei cartelli elettorali e non dei partiti veri, con un chiaro profilo ideale e politico.

Come uscire dal fallimento della Seconda Repubblica? Oggi sono in molti a vagheggiare una soluzione contro i partiti, nel nome delle competenze dei tecnici. Ma resta un nodo inevaso: quello della partecipazione dei cittadini alla vita pubblica, esigenza insopprimibile che nessuna tecnocrazia soddisfa. La prima risposta è dunque quella di partiti che non scompaiono ma riportano in onore la politica nel solo modo possibile: aprendola alla società civile. Riformando la società non dall’alto come i tecnocrati ma riconnettendosi alla vita delle persone. Lo straordinario esercizio democratico dei referendum e delle primarie dimostra che esiste una grande politicità che si organizza nelle associazioni e nelle relazioni quotidiane, verso la quale i partiti dovrebbero aprire porte e finestre. La sinistra in primo luogo, se non vuole che le domande e le intelligenze che crescono nella società vedano il proprio nemico in un potere trasversale che unifica i partiti.

C’è poi una seconda risposta: un profilo chiaro dei partiti. Non basta prendere tanti voti: bisogna avere la capacità di guidare un Paese. Il Pdl non l’aveva, da qui la sua crisi organica. Ma anche il Pd è confuso e diviso. Deve scegliere tra le due tendenze possibili: quella verso una coalizione neocentrista, il “montismo dopo Monti”, e quella di un’alleanza rinnovata di centrosinistra, molto diversa dal montismo per l’attenzione alla giustizia sociale e allo sviluppo sostenibile. Le primarie genovesi ci dicono che il popolo di centrosinistra è uno solo, e che ha un orientamento più a sinistra dei suoi vertici. Quando può sceglie l’acqua pubblica, il no al nucleare, il no alla nomenklatura. Non vuole un riformismo subalterno, e nemmeno un radicalismo identitario. Vuole una sinistra nuova rispetto a quella che ha conosciuto in questi anni. Marco Doria ha vinto anche per questo.

Giorgio Pagano

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