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Banche e mattone, corto circuito in Liguria

a cura di in data 19 Settembre 2013 – 09:58Nessun commento

La Repubblica – Il Lavoro – 17 Settembre – La relazione di Bankitalia sulla gestione di Carige ha evidenziato la crisi del mattone in Liguria: i conti che non tornano riguardano i prestiti facili e la sottovalutazione dei rischi creditizi nel settore immobiliare, dai porticcioli alle seconde case. Ha ragione Vittorio Coletti su Repubblica: la classe dirigente ligure, puntando soprattutto sul cemento, “ha mostrato dei limiti culturali notevoli”. Si vedrà come e quanto ha sbagliato Carige a sostenere certe attività. Anche se andrebbero fatte alcune riflessioni più generali: per esempio sul conflitto di interessi. Storicamente la presenza di rappresentanti delle banche negli organi delle imprese e viceversa ha provocato gravi danni. Spezia lo testimonia: Carispe ne soffrì negli anni ‘90, e si salvò solo grazie a Cariplo. Un’altra riflessione riguarda i limiti dei mandati: possibile che nei consigli delle banche ci si stia a vita?

Ma, se le attività prevalenti sul territorio sono quelle edilizie, la responsabilità non può essere solo delle banche. Sono delle imprese liguri, che preferiscono investire nel cemento piuttosto che nell’innovazione. E della classe dirigente politica che, scrive Coletti, “ha favorito questa tendenza un po’ per mancanza di alternative un po’ per difetto di lungimiranza”. E che continua a farlo: Marco Preve ci ha raccontato dei grattacieli in riva al mare a Sanremo, a levante potrei citare l’insistenza sul “progetto Marinella” a Sarzana, l’unica grande area verde rimasta sulla costa ligure. Ormai una svolta si impone: il ciclo immobiliare è finito, e ci ritroviamo con città più brutte, Comuni con i conti in rosso, banche dissanguate. Con in più i due grandi problemi della Liguria, ricordati da Salvatore Settis quando ricevette il Grifo d’argento a Genova: “il territorio più franoso d’Europa” e “un regime idrogeologico disastrato”.
Forse l’esperienza della Toscana, terra di grandi scontri su questi temi tra istituzioni e movimenti e protagonista di una fase nuova, può insegnare qualcosa anche alla Liguria. Che cosa è successo? I comitati ambientalisti, riuniti in una rete, hanno sviluppato una notevole elaborazione progettuale, non solo critica ma “alternativa”, e il Presidente della Regione Enrico Rossi li ha incontrati. Sono emersi punti di convergenza e di divergenza, ma soprattutto la Regione si è impegnata ad approvare “un protocollo di concertazione che garantisca ai soggetti attivi sul territorio di entrare effettivamente nel processo di costruzione delle decisioni in materia urbanistica e di paesaggio”. Una novità assoluta: non va enfatizzata, ma non ci sono precedenti in altre Regioni. Non solo: la Regione Toscana sta riscrivendo la legge urbanistica regionale. Un testo innovativo, che introduce la distinzione tra aree urbanizzate e rurali: fuori dalle aree urbanizzate non saranno più permesse espansioni residenziali, allo scopo di favorire la rigenerazione dell’esistente e di impedire altro consumo di suolo. In Regione Liguria non si parte da zero: da due anni si discute del Piano Territoriale Regionale e della connessa revisione della legge urbanistica. Gli obiettivi sono “il contenimento del consumo di suolo” e “il costruire sul costruito e la rigenerazione urbana”. Bene: è un’elaborazione che deve uscire dalle secche, coinvolgere di più la società ligure ed approdare finalmente a scelte nette. Servirebbero anche a creare lavoro nell’edilizia, come ha sostenuto il sindacato degli edili della Cgil in un recente convegno intitolato “Consumo di suolo zero”. La svolta contro il flop della vecchia edilizia deve basarsi su “un’alleanza in salsa verde” che comprenda istituzioni, ambientalisti, sindacati e imprese innovative.

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