Presentazione di “Succedeva un secolo fa. La sinistra e il fascismo in Italia e in Liguria. 1918-1925” di Roberto Speciale. Giovedì 26 maggio ore 17.30 al centro sociale anziani di Piazza Brin
21 Maggio 2022 – 12:24

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L’appello di Giovanni Giudici anticipò il riscatto della Spezia

a cura di in data 7 Giugno 2021 – 22:02Nessun commento

Il Secolo XIX, 24 maggio 2021 – A dieci anni dalla scomparsa di Giovanni Giudici, la sua poesia ci parla ancora: appare una sorta di appiglio per cercare di dare una risposta ai grandi interrogativi che ci pone la modernità, e ancor più l’attualità. Come ogni poesia, anche quella di Giudici è una “lingua strana” che si capisce non solo con l’intelletto ma anche con i sensi. E’ stato proprio Giudici a commentare questo passo del “Paradiso” di Dante:

“[…] E come giga e arpa, in tempra tesa
di molte corde, fa dolce tintinno
a tal da cui la nota non è intesa,
così da ‘ lumi che lì m ‘apparinno
s’accogliea per la croce una melode
che mi rapiva, senza intender l’inno”.

E’ un concetto molto importante: la comprensione logica non è poi così indispensabile quando vi sia “un certo coinvolgimento di facoltà sensorie”, per dirla con lo stesso Giudici.
Con l’intelletto e con i sensi possiamo immergerci nella sua poesia, che è una testimonianza straordinaria delle problematiche esistenziali e civili del secondo dopoguerra. Spezzino nato alle Grazie, Giudici fu assunto come impiegato dalla Olivetti a Ivrea, circondato da economisti come Franco Momigliano, sociologi come Luciano Gallino e Roberto Guiducci, dirigenti-scrittori come Paolo Volponi, collaboratori come Franco Fortini e Geno Pampaloni. Da Ivrea a Torino e a Milano le amicizie furono innumerevoli, così come le collaborazioni a giornali e riviste, dal “Corriere della sera” a “L’Unità” -poi anche al “Secolo XIX”-, da “Comunità” a “Quaderni piacentini”. Al centro della poesia di Giudici c’è il personaggio dell’impiegato della grande azienda: di educazione cattolica, attratto dalla “chiesa” comunista ma incapace di vivere religiosamente una fede politica, sensibile ai temi morali ma incline ai compromessi. Un cittadino “irrimediabilmente medio”, ma molto umano, come l’impiegato di “Una sera come tante” (1965):

“Una sera come tante (quante ne resta a morire
di sere come questa?) e non tentato da nulla,
dico dal sonno, dalla voglia di bere,
o dall’angoscia futile che mi prendeva alle spalle,
né dalle mie impiegatizie frustrazioni:
mi ridomando, vorrei sapere,
se un giorno sarò meno stanco, se illusioni
siano le antiche speranze della salvezza;”

“Forse nessuno -ha scritto Andrea Zanzotto- ha rappresentato come Giudici, con volontà e insofferenza, consciamente o per coazione, il vissuto dell’uomo impiegatizio nella sua versione più tetra”. Ma anche comica, o meglio comico-grottesca. In una continua oscillazione tra i due toni.
Giudici è stato testimone di tutto ciò che il Novecento ha sofferto e attraversato: la guerra, il fascismo, l’epopea dell’industria, l’impegno e il tradimento degli intellettuali, le speranze degli anni Sessanta e il loro fallimento. A poco a poco in lui cambiarono le propensioni, in relazione con l’offuscarsi dell’orizzonte storico a partire dai tardi anni Settanta. Si sviluppò in lui quella che Carlo Di Alesio ha definito la “prospettiva ‘onirica’”, tra diario e acuta interrogazione metafisica, tra cronaca ed eternità, con esiti poetici di grande rilievo.
In “Quanto spera di campare Giovanni” (1993), l’io narrante si trova ad abitare in una casa sul mare e può dire finalmente: “Mai ebbi un abitare / Così librato senza un prima e un poi”. Lasciata Milano, il poeta era tornato alla Serra di Lerici, infine alle Grazie, dove era nato: “il paese in riva al mare / dov’ero nato e non potei restare”.
Alla Spezia, nei primi anni Novanta, Giudici fu Consigliere comunale indipendente del PCI, poi Assessore alla Cultura in Provincia. Non ho mai dimenticato il suo primo intervento in Consiglio. Stavano esaurendosi le vecchie Giunte di sinistra ma stentava ad emergere una fase nuova: il suo fu un appello a “un tentativo di rottura con l’inerzia storica che ha fatto di Spezia una città colonizzata”, a delineare un altro modello di sviluppo per la città. Un invito a “non tirare a campare”, che fu da guida per il successivo “mutamento di pelle” di Spezia, dalla monocultura armiera all’”economia della varietà” e della sostenibilità.

La sua vita merita un riconoscimento pubblico, che lo incardini saldamente nella memoria del Golfo dei Poeti e dell’intera Liguria.

Giorgio Pagano
già Sindaco della Spezia

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