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É attuale il valore della parola lavoro

a cura di in data 5 Maggio 2010 – 09:21Nessun commento

Il  Secolo  XIX – 5  maggio  2010 – La festa del primo maggio, ogni anno, rimette sulla scena ciò cha da lungo tempo ne è stato espulso: il lavoro e le sue ferite, i suoi diritti smarriti, una civiltà che sta sdrucciolando in basso dalla fine degli anni ’70.
Il lavoro, oggi, è scarso. La portata della crisi è sempre più evidente. Nella nostra provincia dal dicembre 2008 ad oggi si sono persi 2500 posti di lavoro, tra cassa integrazione e mobilità. E non sappiamo quanti siano i lavoratori precari licenziati, privi di misure di protezione: forse 2000. In Italia l’Istat registra, nello stesso periodo, 700.000 occupati in meno: il tasso di occupazione è sceso di tre punti. E’ al 57,5%, il livello più basso nell’Unione europea, a parte Malta. Vuol dire che su 100 uomini e donne in età di lavoro (15-64 anni), solo 57 lavorano, mentre erano 60 due anni fa. Nel resto dell’Ue sono 65. A Spezia il tasso di occupazione è al 57,8%, in Liguria al 63,5%. Il tasso di disoccupazione da noi è al 6,6%, in Liguria al 5,7%, in Italia al 7,8%. L’iceberg della disoccupazione giovanile si ingrossa: i giovani in cerca di lavoro in provincia sono 5700. In Italia il tasso di disoccupazione giovanile è passato dal 18% del 2008 al 25,4%, rispetto al 21,4% della media europea (solo Grecia e Spagna ci superano). Da noi è al 20,2%, in Liguria al 18,8%. E’un’emergenza drammatica, che colpisce sia figure sociali finora abituate all’occupazione stabile sia una generazione di giovani che rischia di essere perduta.
Il lavoro, inoltre, quando c’è è spesso precario. E’ vero che ancora oggi la maggior parte dei lavoratori ha un contratto a tempo indeterminato, ma le nuove assunzioni sono per lo più a termine. La precarizzazione prima veniva giudicata positivamente, ma ora il vento è cambiato: anche perché chi accettava di buon grado a vent’anni un lavoro flessibile a quaranta constata che senza sicurezza non è possibile alcun progetto di vita.
Lavoro, poi, significa stipendi e salari. Anche in questo caso l’Italia è il fanalino di coda dell’Europa e le retribuzioni italiane sono tra le più basse, dietro quelle di Grecia e Spagna.
Senza una politica economica alternativa non usciremo dal tunnel. La svalutazione del lavoro è stata la causa fondamentale della crisi. L’unica exit strategy possibile passa per il miglioramento delle condizioni del lavoro: per innalzare la domanda interna e sviluppare investimenti e occupazione. Non è semplice perché il Governo è impegnato in senso opposto, a sottomettere il lavoro. E perché la sinistra deve cambiare non solo una linea politica disattenta, ma una cultura dominante in questi anni, subalterna al liberismo e incapace di  porre il lavoro come tema prevalente. Se non ingaggerà un corpo a corpo per la difesa della civiltà del lavoro come fondamento della democrazia moderna la sinistra non supererà la sua crisi. Non bisogna limitare l’orizzonte alla società degli individui, ma guardare anche alle classi. Perché le diseguaglianze sociali ci sono ancora, anzi sono cresciute: i salari degli operai hanno perso in vent’anni tra 8 e 10 punti rispetto alle rendite e ai redditi da capitale. La sinistra, per rigenerarsi, deve riscoprire il conflitto sociale nelle forme moderne e ripartire dal valore dell’eguaglianza. Solo recuperando il rapporto con i più deboli potrà diventare interlocutrice di altre forze produttive e diventare maggioranza sociale. Se un politico vi dice che le classi sociali non esistono più, suggeritegli di cambiare mestiere.

lontanoevicino@gmail.com

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