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Ricostruire un nesso tra sinistra e lavoro: proposte per i congressi di PD e SEL

a cura di in data 28 Agosto 2013 – 09:11Nessun commento

Il Blog di Mastro Geppetto – 27 Agosto 2013 – Il tema del lavoro è centrale per la politica e per la sinistra. Ed è connesso al tema delle diseguaglianze sociali. Alla radice della crisi ci sono infatti le diseguaglianze sociali e ciò che esse hanno comportato: un arretramento grave nelle condizioni di lavoro, nel livello di salari, stipendi e pensioni, nel ruolo che il lavoro ha nella società. Il lavoro è stato frantumato e diviso, e ha pagato il prezzo principale della crisi. 10 punti di Pil sono passati dalle retribuzioni e dalle pensioni alle rendite a ai profitti: un’enormità.

Questa diseguaglianza sociale esplosiva è la misura della perdita del potere del lavoro e della sua conseguente privatizzazione/mercificazione. Una riduzione dei diritti che ferisce non solo dal punto di vista economico: limita la dignità, spezza l’identità della persona. Limita la libertà, la partecipazione, la democrazia. Rompe così il nucleo di valori della nostra Costituzione.
Viene in mente il personalismo cattolico, che lasciò una forte traccia sulla Costituzione. La parola “dignità” in parte viene da lì. L’ha usata Papa Francesco in Brasile parlando ai giovani: “Abbiamo una generazione che non ha esperienza della dignità guadagnata con il lavoro”. Ma viene in mente anche Bruno Trentin, che partiva dagli operai piuttosto che dalla “classe” e pensava che la fabbrica fosse il primo terreno di libertà della persona, non riducibile a homo oeconomicus. Lezioni diverse, ma entrambe basate su scenari valoriali che combattono l’ideale individualista di una “vita facile” e disimpegnata, egemone dagli anni ’80 del secolo scorso.
Vorrei affrontare cinque nuclei di questioni, che a mio parere dovrebbero essere centrali negli imminenti congressi di Pd e Sel.

  1. Così come nei meccanismi elettorali i cittadini sono stati privati del diritto di scegliere chi eleggere, allo stesso modo un lavoratore non ha avuto negli ultimi anni il diritto di decidere, con il proprio voto su opzioni diverse, di accordi sindacali che decidono sul suo reddito, la sua condizione di lavoro, i suoi diritti nel luogo di lavoro. Dal 2009 ad oggi non si è mai votato in fabbrica, a parte Pomigliano e Mirafiori sotto il giogo del ricatto; e il contratto dei metalmeccanici è stato firmato non solo senza il consenso della Fiom ma anche senza referendum. Su questo punto la mobilitazione della Fiom e della Cgil ha portato a un primo importante risultato: il recente accordo tra le parti sociali in materia di rappresentanza sindacale. L’accordo non si limita a misurare il peso delle singole organizzazioni sindacali, basato sulle percentuali dei voti e delle deleghe che esse sono state in grado di aggregare. Esso dice anche che su questa base è possibile assicurare validità ai contratti, se le intese impostate dai sindacati sono supportate dal consenso della maggioranza dei lavoratori interessati. E’ un aspetto di democrazia partecipativa importante e innovativo, perché fa leva sul coinvolgimento di tutti i diretti interessati, iscritti e non iscritti. Certo, ora l’accordo va attuato. Occorre l’intesa anche tra le categorie dei sindacati, e tra i metalmeccanici permangono le divisioni. La questione Fiat non è ancora risolta, nonostante la sentenza della Corte Costituzionale: un’altra enormità. Ecco perché, dopo questo primo passo in avanti, serve una legge che garantisca la piena libertà sindacale in ogni posto di lavoro. Perché la democrazia non si fermi ai cancelli delle fabbriche. Perché si affermi il legame tra lavoro e dignità, che è il legame con la libertà: libertà di scelta della rappresentanza innanzitutto.
  2. La piena libertà di esercizio del conflitto sociale è l’essenza stessa del carattere democratico della società. Solo attraverso un pieno dispiegamento del conflitto si controbilanciano i potentati economici e si controlla l’esercizio del potere. Non c’è, in una società democratica, un interesse di parte, quello delle imprese, superiore ad ogni altro interesse. Non c’è una presunta superiore razionalità di scelte tecniche ed economiche. E’, questo, un punto essenziale di battaglia politica e culturale contro il “pensiero unico” e il rischio di derive autoritarie. Il tema del conflitto è di grande attualità anche se si guarda alla politica, dove domina l’ideologia della “necessità”. Ma se tutte le scelte sono ispirate al principio di “necessità”, che fine fa la politica? Si riduce a pura tecnica. La democrazia si nutre del conflitto politico, che è il lievito essenziale del progresso della società. E il conflitto è il contrario della “necessità”.
  3. Il conflitto, sociale e politico, è necessario per combattere la continua riduzione del lavoro, in tutte le sue forme, a una condizione che ne nega la possibilità di espressione e di realizzazione di sé: il riferimento è alla precarizzazione, all’individualizzzazione del rapporto di lavoro, alla durezza del ricatto sul lavoro, da Pomigliano in poi. Il ricatto della riforma dell’articolo 18, danno non soltanto simbolico ma materiale, morale, politico, con le sue prime vittime in carne e ossa. Il ricatto dell’articolo 8 del decreto Berlusconi, ancora più grave: la contrattazione aziendale può derogare ai contratti nazionali, ma anche a gran parte della legislazione applicabile al rapporto di lavoro. L’accordo sulla produttività non firmato dalla Cgil va in questa direzione: la scomparsa del contratto nazionale. Gustavo Zagrebelsky ha parlato di “vera e propria corporativizzazione delle relazioni sindacali, azienda per azienda, in nome della produzione”. Si punta a mettere da parte la contrattazione nazionale, dove trovano risposte generali i problemi del lavoro nella dimensione che è sempre stata una garanzia soprattutto per i lavoratori di piccole e medie aziende in cui la rappresentanza sindacale è debole.
  4. Il quarto punto riguarda la politica, perché qui siamo al cuore del problema della politica: se si accetta come normale lo scambio di diritti contro lavoro alla fine viene meno la distinzione stessa tra politica ed economia. Viene meno la sovranità della politica. La libertà economica non ha un valore superiore alla libertà del lavoro: o la politica capisce questo o perderà la sua dignità. Dignità del lavoro e dignità della politica si accompagnano: non c’è l’una senza l’altra. O meglio: dignità della sinistra. La crisi della politica si supera se si supera la crisi della sinistra: cioè la sua subalternità al neoliberismo, e quindi la sua carenza di radici sociali nel lavoro. La questione di fondo è la ricostruzione di una sinistra non più subalterna al neoliberismo, e quindi una sinistra riconnessa alle sue radici sociali. Altrimenti la sinistra è solo ceto politico. Chi rappresenta il lavoro? Ecco il cuore del problema della politica, cioè del problema della sinistra. La sinistra non può più sfuggire al problema. Nel momento in cui grandi masse pensano che sia giunto il tempo di liquidare la democrazia dei partiti la sinistra non può ridurre il suo dibattito nei confini della “governabilità”, ma deve ritrovare le vie della rappresentanza dei processi sociali e intellettuali più profondi. Come fecero i nostri padri: quando per uscire dalla subalternità ai poteri e alle idee allora dominanti dettero agli sfruttati non solo solidarietà ma una soggettività politica. Di questo c’è bisogno ancora oggi: di ciò che Alfredo Reichlin definisce “una comunità umana che possa essere abitata anche dalle classi subalterne… un luogo dove si elabora una visione per il futuro, un progetto”. Non c’è bisogno, invece, di rafforzare la “governabilità” dando più potere all’uomo solo che comanda. L’Italia è mal governata non perché non c’è il presidenzialismo ma perché i partiti sono sempre meno capaci di “rappresentare”. Le diseguaglianze sociali, le esclusioni, la precarietà, la riduzione in povertà del lavoro, colpiscono ai fianchi il sistema politico e lo rendono assai fragile. Ma sul loro cammino i lavoratori non trovano più la vecchia talpa che dà un senso alla lotta per i diritti e organizza l’autonomia politica dei ceti subalterni. E per questo proprio gli operai e i ceti popolari votano le destre populiste. Il nodo irrisolto, in tutta Europa, è la ricostruzione di un nesso tra sinistra e società, tra politica e conflitto. Serve, a una sinistra che ha smesso di studiare, una diagnosi approfondita della postmoderna questione sociale.
  5. Non c’è dubbio, il proletariato industriale -precarizzato, colpito dall’insicurezza che investe gli strati subalterni, ricattato, ridotto di numero- ha perso il ruolo politico di catalizzatore. E soprattutto ha perso identità culturale e politica. Eppure le diseguaglianze sono cresciute. Perché non sono diventate un catalizzatore? Per la mancanza di una identificazione tra loro delle varie figure che compongono la parte che sta in basso della piramide sociale: una identificazione che è sempre, come spiega Salvatore Biasco in “Ripensando il capitalismo”, “una costruzione culturale e politica, non una confluenza spontanea”. Ora al centro c’è la questione del “chi paga” il rientro dalla crisi: è l’occasione, per una sinistra non più subalterna al neoliberismo, di costruire sulle basi dell’equità e dell’eguaglianza un’alleanza di ceti subalterni finora divisi e frammentati. Tetto ai redditi milionari dei top manager, protezione dai rischi sociali, fermezza sui diritti sociali per ridare forza contrattuale al lavoro, forte investimento su formazione e welfare, reddito minimo, occupazione giovanile… Sono i punti su cui tentare di riformare una coscienza collettiva in comparti lavorativi e spaccati sociali molto disomogenei tra loro, di ricostruire blocchi che lottano per la giustizia sociale e per riformare il capitalismo.

In ultimo, una considerazione sul rapporto tra Sel e Pd: il tema della valorizzazione del lavoro e del collegamento sociale con il mondo del lavoro è decisivo per l’evoluzione del rapporto. Dal congresso del Pd dovrà emergere se il Pd è “normalizzato” o no. Cioè se è un partito moderato, subalterno alle classi dominanti e alle loro ideologie, che pensa che l’Italia possa essere governata solo “dal centro”, magari con “larghe intese” che diventano “lunghe intese”, rese durature da un’evoluzione del centrodestra senza Berlusconi. Oppure se punta a un nuovo centrosinistra, con un nuovo programma di cambiamento che abbia al centro il lavoro. Sel lavora per questo obbiettivo. E deve tenere conto che nel Pd lo scontro tra le due linee ha come cartina di tornasole proprio il rapporto con Sel: chi vuole le “lunghe intese” è per la rottura con Sel, al contrario di chi vuole un nuovo centrosinistra. Ciò significa che il Pd non è il “destino necessario” di Sel. L’alleanza con il Pd sarà la scelta di Sel nella misura in cui sarà politicamente funzionale alla prospettiva del cambiamento. E quindi si farà solo se il Pd saprà “svoltare”.

Giorgio Pagano

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