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Caro Orlando, servono profonde modifiche all’Aia Enel

a cura di in data 28 Giugno 2013 – 15:15Nessun commento

Il blog di Mastro Geppetto – 24 Giugno 2013 – I contributi di Rinaldo Rapallini e di Sandro Bertagna sulla questione dell’Autorizzazione Integrata Ambientale (AIA) alla centrale Enel ospitati dal blog sono di grande interesse, e pongono obbiettivi condivisibili: “fare diminuire il consumo di carbone ed aumentare il consumo di gas naturale” per abbattere gli inquinanti (Rapallini); contrastare “la politica della stipa” e “porre il problema della dismissione del gruppo a carbone” (Bertagna).

La richiesta di questa Autorizzazione risale al 2007 (ero alla scadenza del mio secondo mandato da Sindaco): per ben 6 anni la centrale ha continuato a funzionare senza alcuna limitazione, se non l’osservazione della norma. Lo scorso 7 giugno, finalmente, si è tenuta la Conferenza dei Servizi per la discussione del documento del gruppo istruttorio propedeutico al rilascio dell’AIA. Il documento è stato approvato: ora la decisione definitiva spetta al Ministero dell’Ambiente.
Quanto approvato dalla Conferenza è purtroppo lontano da quanto Rapallini e Bertagna, e con loro molte associazioni e anche qualche forza politica, auspicavano. Nella centrale permarrà una produzione elettrica prevalente con l’uso del carbone e dell’olio -i peggiori combustibili dal punto di vista dell’impatto sanitario, ambientale e climatico- per altri 8 anni (ciò perché la centrale è certificata EMAS, e ai 5 anni dell’Autorizzazione vanno aggiunti i 3 derivanti da questa certificazione ambientale).
Il percorso da seguire, secondo quanto finora approvato, è diviso in due tempi:
per i primi tre anni di esercizio della centrale i livelli di concentrazione delle emissioni saranno sostanzialmente uguali a quelli previsti dalla legge (con una riduzione per le sole polveri, comunque lontana dalle indicazioni delle “migliori tecnologie disponibili” prescritte dall’Unione europea);
dal quarto anno, per i successivi cinque anni, i valori di concentrazione dovranno essere inferiori al nuovo limite di legge di un solo 10%, anche se dal 2016 il dimezzamento dei valori sarà imposto dalla nuova direttiva europea (e quindi dovrà essere necessariamente rispettato); la temperatura dello scarico idrico prevede come prescrizione il mero rispetto dei limiti tabellari del testo unico ambientale (d.lgs 152/99); le polveri dimezzeranno ma solo per osservazione della legge e non per prescrizioni più restrittive.
È stato inoltre deciso che l’AIA dovrà avere una valutazione annuale sul rispetto dei parametri imposti. E’ stato proposto un osservatorio di controllo per valutare se queste prescrizioni saranno osservate. La Regione ha proposto un modello tipo quello già in vigore nella centrale di Vado Ligure: un fatto senz’altro positivo, anche se il modello è perfettibile, perché manca nell’osservatorio la rappresentanza delle associazioni e dei cittadini.
Il Comune della Spezia, infine, ha proposto di continuare la collaborazione con l’ISS (Istituto Superiore di Sanità) ma solo per la parte tecnica del funzionamento strutturale della centrale (livelli delle emissioni e monitoraggi) e non per le indagini sanitarie. Indagini che invece dovrebbero essere proseguite e approfondite, mirandole in particolare a verificare l’incidenza delle malattie legate all’asma e alla miocardite, soprattutto sui bambini.
Io penso che si possano e debbano imporre limiti più severi, tenendo conto non solo delle leggi vigenti, ma anche della direttiva europea che entrerà in vigore nel 2016, che dovrebbe essere anticipata in considerazione della particolarità della situazione spezzina (la centrale è nel perimetro urbano). E credo che sia maturo porre la questione della dismissione della centrale in tempi certi. Ne ero convinto già nel 2007, quando si pose il tema dell’AIA. E fu questo un punto forte del programma con cui Massimo Federici fu eletto Sindaco nel 2007. L’AIA dovrebbe quindi stabilire l’esatta tempistica di questo processo, prevedendo prima di tutto la chiusura del gruppo a carbone entro i primi tre anni e poi la chiusura definitiva dell’impianto nei successivi cinque. E’ un obbiettivo possibile? Certamente: il Ministro dell’Ambiente può modificare in tal senso l’AIA approvata dalla Conferenza dei Servizi.
Non mi pare una posizione antitetica a quella dell’Amministrazione Comunale. Il fatto che essa non abbia chiesto investimenti consistenti di ristrutturazione ambientale, che consoliderebbero il sito, significa che non ha abbandonato la prospettiva della dismissione. A questo punto, però, è bene essere conseguenti fino in fondo: battersi cioè per impedire che la centrale rimanga ancora, per almeno 8 anni, senza funzionare in base alle migliori tecnologie disponibili e per ottenere tempi certi per la dismissione.
I dati, del resto, ci confortano. Il contributo di Enel alla produzione nazionale di energia diminuisce sempre più: rappresentava il 49,2% nel 2003, nel 2010 era già sceso al 28,1%. Così come diminuisce la produzione lorda delle grandi centrali termoelettriche, comprendendo tutti i combustibili, dal carbone al gas: 238.291 GWh nel2003, 217.674 GWh nel 2011. Mentre le energie rinnovabili salgono dai 47,571 GWh del 2003 agli 82.962 GWh del 2011. Il futuro, ce lo dimostra già la realtà attuale, è nel risparmio energetico e nelle energie rinnovabili. Serve un nuovo Piano energetico nazionale, non più basato sulle vecchie centrali termoelettriche come quella spezzina e sul carbone, ma sulle rinnovabili e, nella fase transitoria, sul gas. Che, tra l’altro, costa sempre meno. E serve un nuovo Piano energetico regionale che vada in questa direzione e la rafforzi.
Certo, negli otto anni di funzionamento della centrale si dovranno porre le condizioni affinché la dismissione dell’impianto non comporti problemi occupazionali ma apra la prospettiva di un diverso sviluppo del territorio. Enel dovrebbe impegnarsi, a Spezia, nei settori del risparmio energetico e delle rinnovabili. Dobbiamo soprattutto essere consapevoli che la dismissione della centrale dischiuderà potenzialità enormi per la riqualificazione ambientale del Levante, per una riconversione produttiva sostenibile delle aree a terra e per un nuovo utilizzo a fini turistici degli spazi liberati sulla linea di costa. Già il solo abbandono del carbonile, come ha scritto Sandro Bertagna, “comporterebbe la conseguente dismissione del vastissimo compendio Enel in via Valdilocchi, prospiciente l’Oto Melara fino a Fossamastra, che, liberato dai due enormi carbonili asserviti all’uso termoelettrico del carbone, restituirebbe alla città una grande offerta di aree produttive appetibilissime in quanto contemporaneamente a bocca di autostrada e di porto commerciale”. Inoltre, prosegue Bertagna, “potrebbe essere destinato a ben altre funzioni il grande molo che nel porto è destinato alle grandi carboniere che riforniscono la centrale sui due lati dello stesso”. Il tema della stazione marittima a levante, che finora non poteva nemmeno essere posto, diventerebbe argomento di discussione concreta.
Potrebbero prendere corpo, quindi, ipotesi sostenute quindici anni fa, poi accantonate per indisponibilità dell’Enel. Il “Piano d’Area degli Ambiti Territoriali del Levante cittadino” del maggio 1998, che anticipava il Piano Urbanistico Comunale in corso di redazione, puntava infatti a risollevare le condizioni di marginalità del Levante mediante l’interramento del carbodotto che consente l’approvigionamento della centrale dal molo Enel: si tratta del nastro trasportatore che corre interamente sotto viale San Bartolomeo, a raso su via privata Enel, aereo nel tratto in cui attraversa le aree di Fossamastra. Ma Enel, che aveva appena firmato l’accordo di ambientalizzazione del ’97, quello del depotenziamento della centrale da 1800 MW a carbone a 1200 MW metà a carbone e metà a gas, rifiutò ogni proposta del Comune. Ora il tema può essere ripreso in modo ben più ampio: considerando tutta l’area dove insiste la centrale, in caso di sua dismissione, o comunque l’area dei carbonili e del carbodotto, in caso quantomeno di dismissione del gruppo a carbone.
La costruzione di un nuovo modello di sviluppo della città passa anche e soprattutto da come la città saprà affrontare questa partita. Spero che il Ministro dell’Ambiente Andrea Orlando, che ben conosce queste problematiche, possa darci una mano.

Giorgio Pagano

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