Gramsci oltre Gramsci: Il dibattito nella sinistra italiana nella seconda metà del Novecento
18 Novembre 2020 – 20:13 | No Comment

APS Consorzio Zenzero, Attac Genova, ANPI Sezione di Genova S. Fruttuoso, Goodmorning Genova, Il Cesto
GRAMSCI OLTRE GRAMSCI:
IL DIBATTITO NELLA SINISTRA ITALIANA NELLA SECONDA META’ DEL NOVECENTO
GIORGIO PAGANO
Genova, 3 novembre 2020
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Gramsci oltre Gramsci: Il dibattito nella sinistra italiana nella seconda metà del Novecento

a cura di in data 18 Novembre 2020 – 20:13Nessun commento

Invito Gramsci
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APS Consorzio Zenzero, Attac Genova, ANPI Sezione di Genova S. Fruttuoso, Goodmorning Genova, Il Cesto

GRAMSCI OLTRE GRAMSCI:
IL DIBATTITO NELLA SINISTRA ITALIANA NELLA SECONDA META’ DEL NOVECENTO

GIORGIO PAGANO
Genova, 3 novembre 2020

PREMESSA

La storia del dibattito su Gramsci nella cultura italiana è stata segnata, in tutto il dopoguerra, da discussioni e controversie legate alla più complessiva vicenda politica del Paese.
E’ storia politica e storia della cultura, e soltanto guardando in concreto ai nessi continui tra i due aspetti, distinti ma non separati, può essere ricostruita e restituita nel suo autentico significato. L’immagine di Gramsci si è profondamente intrecciata con il sistema delle identità politiche in conflitto. E’ giusto porsi il problema se nel lungo periodo ciò non abbia comportato qualche ostacolo o qualche ritardo ai fini di una comprensione effettiva del pensiero gramsciano. Si può rispondere che sì, l’avere quasi sempre collocato Gramsci in una trama di problemi di un dibattito fondamentalmente ideologico-politico ha ritardato e bloccato lo sviluppo di una effettiva ricerca storica e teorica sul suo pensiero.
Gramsci, quindi, è un “nome celebre”, ma, anche per questo intreccio, non è stato diffusamente studiato. E molta letteratura critica su di lui, per i motivi che dicevamo, non è stata molto di aiuto. Tanti hanno letto opere ideologico-politiche su Gramsci, ma non direttamente le opere di Gramsci.
Ma ci sono altri motivi di questo mancato approfondimento. Ha pesato e pesa il carattere non sistematico, provvisorio, aperto, mobile dell’opera di Gramsci. Gramsci è un grandissimo autore, ma non è facile da leggere, soprattutto nell’edizione critica dei Quaderni.
Infine, ha pesato la questione dell’edizione dei Quaderni: come vedremo, l’edizione tematica del 1948-1951 fece emergere il Gramsci pensatore italiano, lasciando sullo sfondo il suo rapporto con il comunismo internazionale e con Marx. Una diversa immagine di Gramsci fu possibile solo dopo l’edizione critica (1975): ordinate cronologicamente, le note gramsciane furono collegate agli eventi storici che le avevano determinate e influenzate.
Ma anche dopo l’edizione critica non emerse subito una lettura filosofica del pensiero di Gramsci. Ci si concentrò di più sulla sua “teoria della politica”, e non emerse il fatto che questa teoria in Gramsci è un tutt’uno con la filosofia. Riflessione sulla politica, che va alla radice dei problemi della vicenda del comunismo in Italia e nel mondo; ma anche riflessione sulla filosofia, sulla “filosofia della praxis”, sul marxismo. In questo nesso originale sta la grandezza dell’uomo politico-teorico della politica-filosofo Antonio Gramsci.
Gramsci vive oltre Gramsci, al di là del proprio tempo, e parla ai posteri, a noi. Va studiato storicizzandolo, collocandolo nel suo tempo, pensandolo in rapporto al suo tempo. Facendo così, scopriamo un’elaborazione teorica che non si riduce interamente al presente di Gramsci e ci porta a pensare Gramsci in rapporto al presente nostro.
Ma il tema dell’attualità di Gramsci, a cui pure accennerò, non è l’oggetto di questa riflessione. L’oggetto è l’affermarsi di Gramsci nel dibattito politico della sinistra nel dopoguerra. Ho operato una scelta, concentrandomi essenzialmente sul ruolo di Palmiro Togliatti, Segretario del PCI, che fu decisivo nell’opera di diffusione e interpretazione di Gramsci, si può dire fino alla sua morte (1964). Nella sinistra italiana la tradizione comunista fondata sull’asse Gramsci-Togliatti fu protagonista dagli anni Venti fino agli anni Sessanta. Dopo quegli anni cominciò la sua crisi. La mia tesi è che ciò avvenne anche perché la tradizione comunista fu, nella sostanza, poco gramsciana, se non a-gramsciana.
I punti di riferimento di questo testo sono la mia tesi di laurea in Filosofia morale “Le interpretazioni di Gramsci nella cultura italiana: dal Convegno di Cagliari al Convegno di Firenze (1967-1977)”, del 1984-1985, e il mio libro in due volumi “Un mondo nuovo, una speranza appena nata. Gli anni Sessanta alla Spezia ed in provincia”, scritto con Maria Cristina Mirabello (il primo Volume è uscito nel gennaio 2020, il secondo uscirà nel dicembre 2020). Ho inoltre utilizzato alcuni testi dedicati alle interpretazioni di Gramsci nel dopoguerra: “Gramsci conteso. Storia di un dibattito 1922-1996” di Guido Liguori (1996), “L’interpretazione dei ‘Quaderni’ nel dopoguerra” di Giuseppe Vacca (contenuto nel suo libro “Appuntamenti con Gramsci” del 1999) e “La ricezione di Gramsci negli anni Settanta” di Luca Basile (pubblicata sul n. 2/2018 di “Filosofia italiana”).

GRAMSCI, TOGLIATTI E l’UNITA’ ANTIFASCISTA

Le posizioni di Togliatti negli anni della Resistenza e della Costituzione segnarono una profonda novità nella politica del PCI.

La presenza di scelte e temi radicalmente innovatori (la “svolta di Salerno” del 1944, la delineazione della “democrazia progressiva”, la teoria e la costruzione del “partito nuovo”) doveva indubbiamente molto a Gramsci, anche se non trovava nel suo pensiero l’unico fulcro ispiratore. Si trattava, comunque, di una impostazione che sviluppava l’elaborazione gramsciana sulla necessità di individuare un terreno strategico diverso da quello della Rivoluzione di ottobre. La ricerca di Gramsci d’ora in poi sarà sempre presente in Togliatti, nonostante l’esaltazione acritica del socialismo sovietico e nonostante le strettoie e i condizionamenti della successiva fase della guerra fredda.

Nell’immediato dopoguerra (gli anni dell’unità nazionale), Gramsci è il teorico dell’unità antifascista, della funzione nazionale della classe operaia. Togliatti usò Gramsci perché aveva la necessità di dare un passato al PCI, a un partito che in pochi mesi era passato dai 5-6 mila militanti del luglio 1943 al milione e 700 mila iscritti del dicembre 1945, da partito di quadri a partito di massa senza una tradizione storica e teorica unificante.[1] A volte la politica di Togliatti andò oltre Gramsci, a volte fu in ritardo rispetto a Gramsci: ma Togliatti la presentò sempre come la “politica di Gramsci”. Per alcuni versi il Segretario del PCI commetteva un arbitrio storiografico, però forniva una “storia” al partito nuovo, lo distanziava dalle illusioni insurrezionaliste, lo collegava agli intellettuali che provenivano dal liberalismo o dal “fascismo di sinistra”. Togliatti, nella sua unilateralità, trasmetteva un Gramsci meno “di partito” e più “di tutti”, patrimonio degli italiani.

Nel 1947 furono pubblicate le “Lettere dal carcere” di Gramsci: un caso letterario, un enorme successo di pubblico. Tra censure e scelte discutibili, Gramsci veniva immesso nella cultura italiana. Ed era un Gramsci originale, autonomo, che poco aveva a che fare con il mito dell’URSS. Anche se veniva nascosta la sua critica all’URSS.

Poi vennero, dal 1947-1948, la rottura dell’unità antifascista, la guerra fredda, l’anticomunismo. Il PCI entrò in una fase difensiva, come principale partito del “blocco socialcomunista” all’opposizione della DC e del centrismo. Anni di isolamento, di pericoli di involuzione stalinista (per volontà di Stalin e dei suoi seguaci nel PCI, il Vicesegretario Pietro Secchia in primis), di “zdanovismo culturale”: non si saprebbe intendere a fondo Gramsci senza Stalin e senza Zdanov, scriveva il responsabile culturale del PCI Emilio Sereni nel 1949.[2]

Tra il 1948 ed il 1951 furono pubblicati i “Quaderni del carcere”. Il disegno di Togliatti proseguiva: fondava una “diversità” del PCI in un’epoca di pieno conformismo stalinista, ma “tradiva” Gramsci. Togliatti ebbe i manoscritti già nel 1938-1939, nel 1941 scriveva a Dimitrov che avrebbero potuto essere usati contro il partito. La pubblicazione fu per temi: criticabile dal punto di vista filologico, perché faceva perdere il rapporto tra la riflessione carceraria di Gramsci, la storia del movimento comunista e il marxismo, ebbe però il grande merito di diffondere più facilmente il pensiero di Gramsci. Scegliere di favorire un tipo di lettura per comparti tematici tradizionali significava infatti guadagnare in forza di attrazione in un ambiente culturale particolarmente predisposto alla lettura “vetero umanistica” (il Gramsci o filosofo, o storiografo, o letterario…). Proprio quel tipo di lettura legato alla forma di coscienza degli intellettuali che Gramsci aveva inteso superare. L’edizione critica del 1975, curata da Valentino Gerratana, è indubbiamente di più complessa lettura, ma contiene il “vero” Gramsci, fa comprendere la visione unitaria del suo pensiero, tutta “politica” e insieme anche tutta “filosofica”. Nella prima edizione i Quaderni cominciavano con “Il materialismo storico e la filosofia di Benedetto Croce”, solo per ultimo venne pubblicato “Passato e presente”, che allo schema di Togliatti meno si adattava. Ma chi legga l’edizione diacronica del Gerratana percepisce chiaramente che il programma dei “Quaderni” muove dal tentativo di elaborare una visione nuova -negli anni Trenta- dei caratteri del Novecento,[3] il cui motore sono le note su “Americanismo e fordismo”, pubblicate tardi e “rovesciate” nell’interpretazione di Felice Platone per conto di Togliatti. Ci torneremo, ma diciamo subito che quelle note costituiscono il punto di riferimento per ricostruire la visione dell’URSS staliniana maturata da Gramsci nei “Quaderni”.

L’altro limite dell’operazione di Togliatti del 1948-1951 fu quello di “posticipare” la conoscenza del primo Gramsci -quello dell’”Ordine Nuovo” e della costruzione del partito- che fu pubblicato dopo (tra il 1954 e il 1962, integralmente addirittura fino al 1971). Scritti da cui sarebbero emersi i dissensi tra PCd’I e Internazionale Comunista, gli errori sia di Gramsci che di Togliatti, la rottura nel 1926 tra Gramsci e Togliatti sul giudizio su Stalin… Anche questa scelta andava a scapito di una lettura “politica” di Gramsci, a tutto vantaggio dell’interpretazione che metteva l’accento sul “grande intellettuale italiano”.

L’interpretazione togliattiana di Gramsci nella prima metà degli anni Cinquanta fu tesa a collocare Gramsci all’interno del dibattito della cultura italiana del primo Novecento: Gramsci è per Togliatti colui che superò la crisi del socialismo perché si staccò dal determinismo positivistico tipici sia del riformismo che del massimalismo della Seconda Internazionale, sulla scia di Antonio Labriola e sulla base dell’incontro con la filosofia idealistica e del suo superamento grazie all’elaborazione di uno “storicismo assoluto”, non speculativo. Gramsci viene radicato sempre più nella storia nazionale (la cultura democratica di De Sanctis e Croce, la cultura socialista di Labriola), quella storia nazionale da cui si voleva sradicare il PCI negli anni dell’anticomunismo forsennato. Nella riunione della Commissione culturale del 3 aprile 1952 (responsabile era diventato Carlo Salinari) Togliatti disse: Una cultura socialista in Italia non esiste ancora. Si deve formare.[4] Non bastava, quindi, il marxismo-leninismo sovietico. Togliatti conduceva anche una battaglia per salvaguardare una autonoma e originale fisionomia del partito in tempi di ferrea centralizzazione del movimento comunista internazionale. Lo “storicismo assoluto”, la rivoluzione come lungo processo storico, erano l’antidoto alla sconfitta del 18 aprile ma anche al dogmatismo stalinista. Una grande battaglia “controcorrente” su più fronti, perché tanti presupposti erano venuti a mancare. Bisognerebbe studiare anche la storia della cultura dei militanti e delle masse, che sarebbe di grande interesse. Basti pensare allo straordinario valore formativo e agli stimoli culturali che dovettero avere quei 380 mila esemplari di pubblicazioni gramsciane (anche pubblicazioni minori, opuscoli, ecc.) diffuse già nel 1957. Certo: si perdeva la strategia “alternativa” di Gramsci. Ma nello stesso tempo si manteneva un’autonomia da Stalin, senza una rottura che il PCI non voleva, né a quell’epoca avrebbe potuto sostenere. Si manifestava anche in questo caso la complessità della contraddizione di Togliatti e dei comunisti italiani.

GRAMSCI, TOGLIATTI E IL LENINISMO

Togliatti evidenziò sempre, come abbiamo visto, il rapporto tra Gramsci ed il PCI, rivendicando una capacità di interpretazione storica che la borghesia, secondo lui, non possedeva. Ci fu però, un momento in cui la capacità di analisi del reale da parte della cultura comunista si attenuò: riguardo sia alle contraddizioni del “socialismo reale” sia alla nuova condizione del capitalismo italiano. Si pensi, riguardo a quest’ultimo punto, alla sconfitta della CGIL alla FIAT (1955). Togliatti reagì, rinnovando il suo storicismo ed ancorandolo ad una rinnovata interpretazione di Gramsci. Fu un ripensamento “liberante”, avvenuto dopo il 1956 e la “destalinizzazione”: la “svolta” dell’”indimenticabile 1956”. Fu l’anno del XX Congresso del PCUS, della denuncia dello stalinismo, dell’VIII Congresso del PCI e della scelta della “via italiana al socialismo” nel sistema comunista internazionale diventato, teorizzava Togliatti, “policentrico”. Nel frattempo (1955) si era affrontato e chiuso il “caso Secchia”, nella sua sostanza di scontro tra posizioni politiche diverse. Mentre la CGIL di Di Vittorio reagiva alla sconfitta con la scelta del “ritorno in fabbrica”. Mario Alicata, da poco responsabile culturale, all’VIII Congresso affermò che era necessario indirizzare la nostra autocritica non nel senso di essere stati troppo gramsciani, ma nel senso di esserlo stati troppo poco.[5] Era vero: la riflessione di Gramsci era stata troppo delimitata alla storia d’Italia. Il 1956 segnò una svolta anche nella storia delle interpretazioni di Gramsci: il “grande intellettuale”, erede della cultura nazionale democratica, cedeva il passo a una visione che collegava Gramsci alla concreta azione di dirigente politico che egli aveva svolto.[6] E’ un Gramsci meno “indifferenziato”, meno sfuocato sul piano della cultura. Un Gramsci che diventa, per Togliatti, il teorico della “via italiana al socialismo”. Al centro fu messo il rapporto tra Gramsci e Lenin, scavalcando Stalin o comunque riducendone il ruolo. E fu messa la traduzione del leninismo in Italia, con la “via italiana”, che riprendeva alcune delle categorie della “teoria politica” dei “Quaderni”: soprattutto l’”egemonia” nella “guerra di posizione”, per costruire un nuovo “blocco storico”. La politica diventa scienza[7], disse Togliatti nel Convegno di studi gramsciani del 1958. Non c’era il Gramsci che andava oltre Lenin -per Togliatti l’egemonia non era contrapposta alla leniniana dittatura del proletariato- così come era in ombra ciò che era già in Gramsci prima del suo incontro con Lenin, ma era un passo avanti nella comprensione del pensiero e dell’azione del grande sardo. Togliatti evidenziò che la concezione del partito di Gramsci -l’”intellettuale collettivo”- aveva una sua forma propria, originale, rispetto a quella di Lenin. Quindi collegava strettamente Gramsci e Lenin, ma evidenziava anche qualche distacco. Non a caso, in questo contesto, cominciò ad emergere la richiesta di una nuova edizione critica dei Quaderni (la avanzò Gastone Manacorda nel Convegno del 1958), che fu decisa nel 1962. Nel 1962 Togliatti recuperò anche la categoria di “rivoluzione passiva”, mettendola al centro dell’analitica gramsciana della storia. A poco a poco l’interpretazione del decennio precedente fu smontata. Ma anche la nuova interpretazione doveva evolversi, per poter capire i cambiamenti nel mondo e in Italia, e per poter “raggiungere” il “vero” Gramsci. Così non fu. Ed entrò, per più motivi, in crisi.

LA CRISI DELLO STORICISMO

Restituire a Gramsci una dimensione internazionale come teorico e stratega della politica significava, per Togliatti, riconoscere oggettivamente un ruolo di minore importanza al rapporto di Gramsci con lo storicismo crociano e con la cultura nazionale. Fu anche il mutamento del clima culturale del Paese ad aprire la via a questo spostamento: veniva infatti maturando una critica alla ricerca di quella “via nazionale al marxismo” o “italo-marxismo”, che aveva impegnato l’intellettualità comunista (o almeno una parte significativa di essa) nei primi anni Cinquanta. La linea De Sanctis-Croce-Gramsci veniva accusata di “provincialismo”, considerata subalterna all’idealismo e arretrata rispetto agli svolgimenti del pensiero europeo del Novecento. Inserendosi in questo dibattito, Togliatti affermò: Il punto di partenza dell’idealismo per arrivare al marxismo, a Labriola, a Gramsci, è cosa che riguarda noi giovani intellettuali del gruppo torinese del 1911-1919, non vi è affatto un punto di partenza obbligatorio. Vi è la linea di Marx-Labriola-Lenin-Gramsci-Partito Comunista-la nostra lotta di quarant’anni.[8]

Politica e cultura sono sempre intrecciate: Nello stesso momento in cui si apre su più versanti la crisi della gestione culturale di Gramsci, Togliatti pone mano ad una gestione politica.[9] Anche la gestione politica entrò in crisi, negli anni Sessanta. Ma vediamo, ancor prima, la crisi della gestione culturale: era soprattutto la crisi dello storicismo, e coinvolse anche Gramsci.

L’”italo-marxismo” era il marxismo come storicismo, come lo definiva Togliatti, che si richiamava a Gramsci. In effetti la definizione del marxismo come storicismo nacque con Gramsci, in riferimento esplicito allo storicismo di Croce. Il compito che Gramsci si proponeva era quello di confrontarsi con Croce e con la sua egemonia ideale in Italia, per combatterla cogliendone al tempo stesso i temi ancora validi da integrare in una nuova cultura. Come per Croce, anche per Gramsci la filosofia era riflessione sulla attività degli uomini, considerati nella realtà storica in cui operano. Ma per Gramsci la filosofia di Croce era speculativa: concepiva cioè la storia come progressiva attuazione dello Spirito, non coglieva il divenire reale ma il suo concetto, e isolava il momento dell’attività politico-culturale dagli altri momenti della realtà sociale ed economica (che Gramsci univa invece nella categoria di “blocco storico”). Per Gramsci il vero storicismo è un umanesimo assoluto della storia, che considera gli uomini, concretamente determinati dalla realtà sociale in cui operano, come gli unici soggetti della storia. Gramsci (e con lui Togliatti) fu criticato alla fine degli anni Cinquanta e poi negli anni Sessanta e Settanta da chi poneva l’accento sulle “strutture”, sulle leggi strutturali sottese agli eventi storici. A mio parere la ricchezza del pensiero di Gramsci sta nel guardare alla concretezza dell’evento storico e nel considerare al contempo indispensabile alla comprensione di quell’evento la struttura che gli sta alla base. E’ un’impostazione filosofica che vuole contrastare non solo l’idealismo ma anche il determinismo meccanicistico delle interpretazioni positivistiche del marxismo, in cui scompare l’uomo, il soggetto.

Gli anni successivi al 1956 furono anche gli anni in cui si prese corpo un’esplicita critica allo storicismo. Si contestava la sua capacità di fornire una spiegazione autentica della realtà, e lo si faceva in nome del momento “scientifico” del marxismo, come tale antiumanistico ed antisoggettivistico. In primo piano passò la considerazione dell’oggettività strutturale, della struttura economica. Si criticò il presunto inquinamento idealistico del pensiero gramsciano e togliattiano, il privilegiamento della sovrastruttura, l’accentuazione della sfera politica ed ideologica.

Verso la fine degli anni Cinquanta ed ancor più agli inizi degli anni Sessanta conobbero una crescente influenza le posizioni del filosofo Galvano Della Volpe, che colpirono nel segno per la loro richiesta di rigore, di lettura dei testi di Marx, di sistemazione teorica generale del marxismo. Centrale, in Della Volpe, era la tesi di una radicale rottura tra Hegel e Marx.

Quel che qui importa dire è che il dellavolpismo investiva tutta una tradizione di pensiero in favore del marxismo concepito come “scienza”. Ma in questo modo si perdeva il momento della dialettica e della contraddizione -che era invece centrale in Gramsci- con il rischio di approdare ad una nuova forma di positivismo. Smarrire il senso della dialettica e della contraddizione poteva significare smarrire il senso della mediazione politica, delle fasi intermedie della lotta, della rivoluzione come processo.

In effetti, mentre Della Volpe restò sempre legato al PCI, anche se in un ruolo appartato, alcuni suoi seguaci trassero ispirazione dalle sue posizioni per una critica “da sinistra” alle organizzazioni storiche del movimento operaio. Mi riferisco in particolare a Mario Tronti, il cui pensiero fu influenzato anche da Raniero Panzieri e dall’operaismo nato dalla cultura socialista. Panzieri stesso fu in un complesso rapporto con il dellavolpismo. La tesi fondamentale sua e della rivista “Quaderni rossi” era che, in presenza di una capacità enormemente accresciuta del capitalismo di condizionare la classe operaia e di integrarne le lotte, occorreva contrapporre totalmente la classe operaia al “piano del capitale” ed alla “razionalità tecnologica”. La distinzione tra fabbrica e società scompariva nella concezione della fabbrica come luogo rivelatore dell’essenza dello scontro politico. Questo schema teorico di fondo (la “totalità capitalistica” a cui contrapporre il “potere operaio”) fu la matrice di molte altre proposte politico-culturali degli anni Sessanta e costituirà la base comune di molte posizioni non solo e non tanto del Sessantotto studentesco quanto dei successivi gruppi della “sinistra extraparlamentare”.

Tra gli intellettuali marxisti in rapporto con l’operaismo va ricordato, oltre a Mario Tronti, Alberto Asor Rosa, autore nel 1965 del volume “Scrittori e popolo”, iconoclasta contro Gramsci, che ebbe largo ascolto. Per quanto riguarda invece lo sviluppo di posizioni estremiste nell’ambito della scuola dellavolpiana va citato Lucio Colletti, che fondò nel 1966 la rivista “La Sinistra”.

Queste idee si ritroveranno poi in un pensatore francese che ebbe grande influenza anche nel nostro Paese, Louis Althusser. L’antistoricismo fu la caratteristica di fondo del suo pensiero. Althusser pubblicò nel 1965 “Pour Marx” e “Lire le Capital”, tradotti in Italia nel 1967 e nel 1968. Il filosofo francese, nel nome del marxismo come teoria scientifica, era critico sia verso Hegel sia verso Gramsci: l’umanesimo e la filosofia morale del pensatore sardo sarebbero incapaci di conoscere la totalità storico-sociale nella sua struttura. Althusser definiva come scientifico ogni contesto in cui sia venuta meno ogni intenzionalità umana e soggettiva. Ma così andava non solo contro Gramsci, ma anche contro Marx, perché l’umanesimo e lo storicismo sono presenti anche in Marx. Se l’uomo è “morto”, se la sua volontà è resa impossibile dalla presenza costringente della struttura, allora chi mai produrrebbe il socialismo? Senza l’umanesimo e lo storicismo non è possibile una “filosofia della rivoluzione”. Alle tesi “strutturaliste” di Althusser si avvicinò per una fase anche il filosofo marxista italiano forse più raffinato, Cesare Luporini, il cui pensiero si era sempre più allontanato, nel corso degli anni Sessanta, dallo storicismo togliattiano ma anche dall’autentico patrimonio teorico di Gramsci. Luporini, comunque, rimase nel PCI -di cui fu sempre dirigente-, sia pure su posizioni critiche, vicine a quelle di Pietro Ingrao.

In sintesi: il “ritorno a Marx” iniziato nel 1956 cominciò sempre più a seguire vie in polemica non solo con il gramscismo di Togliatti, ma anche con lo stesso Gramsci.

L’idea di “totalità” chiusa, applicata all’intera società capitalistica, anticipava temi che saranno poi ampiamente divulgati dal pensiero del filosofo e sociologo tedesco Herbert Marcuse, naturalizzato statunitense. Esponente della Scuola di Francoforte e della “Teoria critica”, scrisse tra l’altro, nel 1964, “L’uomo a una dimensione”, tradotto in Italia nel 1967, che ebbe un posto di rilievo nella formazione delle idee del Sessantotto. Marcuse vi denunciava il carattere fondamentalmente repressivo della società industriale avanzata, che appiattisce l’uomo alla dimensione di consumatore, euforico ed ottuso, la cui libertà è solo la possibilità di scegliere tra molti prodotti diversi.

Marcuse è interessante se consideriamo il suo approccio umanistico a Marx. Nel dibattito marxista degli anni Sessanta la ricerca fu da un lato verso le leggi strutturali, dall’altro lato verso un orizzonte umanistico, in cui potessero confluire sia il marxismo rinnovato criticamente sia la sensibilità esistenzialista impegnata storicamente (Jean Paul Sartre). Il testo di riferimento essenziale per questa seconda ricerca fu “I Manoscritti economico-filosofici del 1844” di Marx (editi per la prima volta nel 1932), interpretati in chiave antieconomicista, con al centro la problematica dell’alienazione. In questo filone ritroviamo riflessioni di autori molto diversi tra loro, da Marcuse a Sartre fino ad Erich Fromm.

Nel Sessantotto le due ricerche, come vedremo, si scontreranno duramente. All’inizio, secondo il filosofo francese Edgar Morin, al centro del pensiero c’era l’esistenza, poi l’esistenza fu bandita dal pensiero.

Ma Gramsci fu a poco a poco messo in secondo piano, anche dai sostenitori del marxismo umanistico.

GRAMSCI E L’ULTIMO TOGLIATTI

Gli anni Sessanta furono gli anni dell’avvio del centrosinistra e della rottura a sinistra con il PSI. Gli anni del boom: venne alla luce la “democrazia dei consumi”, che Gramsci aveva studiato nelle note, dimenticate e non comprese, su “Americanismo e fordismo”.  Ancora: gli anni di Giovanni XXIII e del Concilio Vaticano II e, nel mondo, della decolonizzazione. Togliatti si convinse che tutto questo imponeva la necessità di una grande svolta nel movimento comunista e di un rinnovato umanesimo socialista, in grado di superare il capitalismo partendo dal suo interno. Le tappe fondamentali dell’ultimo cantiere di Togliatti furono tre: il X Congresso del partito (dicembre 1962), il discorso di Bergamo ai cattolici sulla pace nell’era atomica (marzo 1963) e il “Memoriale di Yalta”, cioè gli appunti scritti in URSS in vista di un incontro con il leader sovietico Nikita Chruščëv, che non si tenne per l’improvvisa morte, il 21 agosto 1964, di Togliatti. Il comunismo riformatore di Togliatti si spinse a delineare una sorta di “via europea al socialismo”, fondata sull’avvicinamento tra i partiti comunisti e quelli socialisti e socialdemocratici, fino al superamento della rottura del 1917 e alla creazione di un partito unico dei lavoratori. Egli si rendeva altresì conto che questo percorso sarebbe stato credibile solo con un profilo più autonomo del comunismo europeo e con la sua adesione senza riserve ai principi del pluralismo politico e culturale. Non solo: secondo Togliatti in URSS e negli altri Paesi socialisti erano necessari cambiamenti radicali in senso democratico, che riprendessero a far circolare lo slancio creativo delle masse. Una preoccupazione così forte non l’aveva mai espressa.

Nell’ultimo Togliatti ci fu anche un ripensamento del suo marxismo, caratterizzato dall’insofferenza per ogni risposta dottrinaria. E assumeva un ruolo sempre più preponderante l’”eretico” Gramsci. Togliatti sapeva che i Quaderni contenevano ciò che non era ancora emerso: la visione di un socialismo diverso da quello affermatosi in URSS. C’erano in Gramsci gli elementi per un’analisi critica dello stalinismo, concepito come “rivoluzione passiva” -il grande mutamento ormai “riassorbito”- e criticato per la forma economico-corporativa dello Stato operaio e per il “cesarismo”. Togliatti capiva che non doveva trattenere la figura di Gramsci nell’orizzonte del leninismo. Ma non vi riuscì. L’interpretazione togliattiana di Gramsci si concluse con la recensione all’antologia “Duemila pagine di Gramsci”, scritta due mesi prima della morte. Essa segnò un vero e proprio distacco da tutte le immagini che fino ad allora egli stesso aveva suggerito di Gramsci. Era uno scritto attraversato da una vena di angoscia che forse riflette la consapevolezza della crisi del movimento comunista e che muoveva da un’autocritica per aver vincolato in modo riduttivo la figura di Gramsci alla vicenda del PCI.[10] Scrisse Togliatti: Certo è che oggi, quando ho percorso via via le pagine di questa antologia, attraversate da tanti motivi diversi, che si intrecciano e talora si confondono, ma non si perdono mai, la persona di Antonio Gramsci mi è parso collocarsi essa stessa in una luce più viva, che trascende la vicenda storica del nostro partito. […] Conta più di tutto -ecco il tema- quel nodo, sia di pensiero che d’azione, nel quale tutti i problemi del nostro tempo sono presenti e s’intrecciano.[11] L’opera di Gramsci doveva essere svincolata da un legame troppo stretto con la “via italiana al socialismo”, con il leninismo e con lo stesso marxismo. Si può dire che solo con la nuova edizione dei Quaderni cominciarono ad emergere, stanno ancora emergendo e spero emergeranno, nuove interpretazioni coerenti con quella traccia, autocritica, dell’ultimo Togliatti.

Nel frattempo, in Italia, era entrato in crisi il centrosinistra, che aveva smarrito lo spirito riformista originario e imboccato la via del declino. Il che comportava anche la crisi della politica di Togliatti, quella del dialogo dall’opposizione per fare le “riforme di struttura”. Il Paese era in un vicolo cieco. Ma anche Togliatti, il leader che aveva saputo trasformare un piccolo gruppo di militanti nella più grande organizzazione comunista del mondo occidentale, era in un vicolo cieco: partito isolato, “via italiana” a un punto morto, crisi del movimento comunista internazionale e crisi dell’URSS. A Yalta morì un uomo che aveva perduto molte delle sue certezze, anche se continuava a cercare nuove soluzioni e a combattere. L’ultimo suo sguardo fu ancora rivolto a Gramsci. Quell’ulteriore svolta generale, che non ci fu dopo la morte di Togliatti, avrebbe avuto ancora bisogno di ancorarsi alla riflessione del grande sardo.

IL SESSANTOTTO SENZA GRAMSCI

Il Sessantotto non fu un “progetto politico” definito e compiuto. In un’atmosfera di speranza e di eccitazione, in una babele di linguaggi in cui c’era tutto il sapere occidentale degli anni Sessanta -perché il Sessantotto fu lungamente preparato negli anni Sessanta- il principio unificante fu la “rivolta etica”, l’istanza liberatrice, la “presa di parola” da parte di soggetti prima silenziosi o che comunque parlavano a mezza voce. Una “presa di parola” che aveva già in sé un valore liberatorio. Il movimento nacque, secondo Giovanni De Luna, sui temi di una “contestazione” onnicomprensiva, con un’idea di rivoluzione molto vaga ed indeterminata.[12]

Almeno fino al Maggio francese. Poi tutto iniziò a cambiare. Dopo il Maggio, scrisse Marco Revelli, incominciò la grande diaspora del movimento studentesco italiano, alla ricerca della “potenza” indispensabile a praticare il raggio ampio che la questione del potere ed il confronto con lo Stato impongono.[13] Incominciò la ricerca della classe operaia, del partito, della dottrina rivoluzionaria… Nella nuova fase la cultura del Sessantotto giovanile, secondo Alessandro Cavalli e Carmen Leccardi, verrà sì accolta, ma per essere profondamente trasformata, depurata dalla sua specificità generazionale […], il suo linguaggio subordinato a quello dell’antagonismo di classe.[14]

Si può sostenere, come Peppino Ortoleva, che il Sessantotto fu anche la chiusura di una fase: fu per così dire la continuazione con altri mezzi, ed il culmine, di una fase ascendente, aggressivamente universalistica e totalizzante, della cultura giovanile; ma ne rappresentò anche, per certi versi, l’eclissi.[15]

Marcello Montanari si spinse su un terreno analogo, ma ancora oltre:

Occorrerebbe […] sottrarre il Sessantotto alla immagine “movimentista” e ribellistica entro cui di solito viene racchiuso. Occorrerebbe cominciare ad interrogarsi su quando inizia e quando finisce il Sessantotto. E sarei tentato di azzardare l’ipotesi che il Sessantotto sia il momento conclusivo di un processo di democratizzazione che inizia con la sconfitta del nazifascismo. Esso si concluse, in Italia, con la “battaglia di Valle Giulia” (nel marzo di quello stesso anno) o, se si vuole essere più generosi, con la manifestazione dei quindici milioni di persone che si svolse a Parigi nel giugno successivo. E’ in questi avvenimenti che una generazione democratica viene spezzata. Un processo di democratizzazione viene interrotto. Nasce l’estremismo e, tra le giovani generazioni, divengono egemoni correnti “operaistiche” che ne riducono fortemente le potenzialità innovatrici e ne esaltano le tentazioni marinettiane. Aveva, allora, ragione Pasolini nella sua famosa poesia su Valle Giulia a difendere i poliziotti e ad attaccare gli studenti? Sì e no! Sì, perché a Valle Giulia quella generazione viene sconfitta e, parte di essa, abbandona la democrazia per una scelta “rivoluzionaria”. No, perché il “rinnovamento della vita” non era certo dalla parte dei poliziotti. Quella generazione viene spezzata. Veniva dal 1943. Veniva da oltre vent’anni di crescita dei consumi e della democrazia.[16]

A mio parere l’eclissi del Sessantotto raccontata da Ortoleva e da Montanari non fu improvvisa, ma graduale. Nella mia ricerca i racconti degli studenti medi sulle occupazioni del dicembre 1968 ci fanno cogliere un’irripetibile esperienza di socializzazione e di “educazione sentimentale”, che nulla ha a che fare con l’estremismo. Così come i racconti degli operai sul Sessantotto operaio e sull’Autunno caldo sono tutti dentro la dimensione della lotta “morale” per la dignità della persona che lavora. Sono entrambi pervasi, ancora, dall’”atmosfera di speranza e di eccitazione” tipica della “rivolta etica”. Tutto cambiò davvero, e definitivamente, con la strage di piazza Fontana.

Ho cercato di raccontare questo movimento: il bisogno di una soggettività, e il tentativo di costituzione di una soggettività, che fu forse solo sentita, intuita e ricercata ma che non riuscì ad assumere una forma definita e ad operare nel mondo.[17] Allo scacco di questa mancata costituzione ho dato un nome, quello di “scacco del Sessantotto degli inizi”: la sconfitta delle istanze libertarie e morali, che coincise con la ripresa dei vecchi strumenti organizzativi e delle vecchie nozioni. Una ripresa che riguardò sia gli studenti che gli operai.

La ricerca si conclude analizzando il perché le pulsioni vitali del movimento non entrarono nel patrimonio genetico di nessuna forza politica, e quindi i motivi della sconfitta delle diverse culture politiche “riformiste”. Ma prima ancora vi fu, come ho detto, lo “scacco” del movimento.

In questo “scacco” e in questa sconfitta pesò, nel movimento e poi nelle diverse culture politiche, l’assenza di Gramsci.

Vediamo di approfondire. Soffermiamoci innanzitutto sulla “questione intellettuale”, uno dei grandi temi posti dal movimento studentesco: il diritto a una nuova scuola, a un nuovo sapere, a una nuova cultura. Dopo “il Sessantotto degli inizi” qualcosa di profondo, scrisse Guido Crainz, mutò negli stessi movimenti giovanili:

C’è da chiedersi perché gli aspetti più freschi di quella ventata non siano proseguiti poi molto, e soprattutto come mai quell’interrogarsi fecondo sui saperi e profili professionali si sia interrotto: travolto anch’esso da una politicizzazione estrema che ridusse i conflitti a vecchi schemi.[18]

Ma veniamo al PCI, la più grande forza “riformista”, quella che più avrebbe dovuto interpretare le aspirazioni del Sessantotto. Sulla “questione intellettuale” il Segretario Luigi Longo, succeduto a Togliatti, introdusse una profonda novità teorica, anche se non elaborata: il carattere non settoriale del movimento studentesco, la pluralità dei soggetti “riformisti-rivoluzionari” della società italiana, la necessità di intervenire, gramscianamente, negli “apparati di egemonia” e non solo nei “rapporti di produzione”.

Tuttavia la scelta di Longo non fu avallata ed accompagnata dalla necessaria ridefinizione teorica; né ciò accadde al XII Congresso del partito (1969), che pure fece propria quella scelta. Forse non è un caso che tra le riforme ottenute nei primi anni Settanta, nessuna riguardasse la scuola, il sapere, la cultura. Alla fine prevalse la diffidenza per i tratti “piccolo-borghesi” del Sessantotto. Ma cosa intendiamo per supporto della necessaria ridefinizione teorica? Leggiamo Marcello Montanari:

Il Sessantotto […] si poneva come il primo movimento di liberazione dopo l’esaurimento della lotta antifascista. Esso non poteva essere interpretato con le categorie della tradizione comunista (almeno non con quelle dominanti nella cultura e nell’organizzazione comunista), perché segnava il passaggio dalla lotta per la “cittadinanza” delle classi subalterne alla lotta per la libertà di ciascun individuo nel decidere la forma ed i tempi della propria vita. Si determinava, cioè, con il movimento studentesco una rottura epistemologica nella stessa storia dei movimenti democratici perché il nodo centrale della crescita della democrazia era individuato non più nell’allargamento dei diritti politici e sociali, ma nella possibilità o meno di poter decidere del proprio tempo di vita. Da qui scaturiva la critica della democrazia politica, che sovente si sviluppava nelle forme distorte ed inappropriate della mitizzazione dell’assemblearismo. Tuttavia, il contenuto reale di tale critica era nel bisogno di una riforma degli apparati di egemonia e di direzione politica individuati come i luoghi decisivi per la organizzazione della vita quotidiana degli individui.[19]

Veniamo così alla seconda grande questione posta dal “Sessantotto degli inizi”, connessa alla “questione intellettuale”: le forme autonome ed inedite di politicizzazione, che partivano dal disagio della vita quotidiana, ponevano domande di nuove finalità della politica. Domande di libertà e di liberazione, di rinnovamento della cultura, del costume, delle forme di vita, dei rapporti tra le persone e tra i cittadini e lo Stato. Era il tema, che valeva per gli studenti, per gli operai, per le donne, della libertà di ciascun individuo nel decidere la forma della propria vita. Fu definito il “partire da sé”. Nulla di più lontano dal marxismo “strutturalista” e dall’ideologia classista.

Nei movimenti del Sessantotto maturò l’idea di una “rivoluzione nel pensiero”:

Maturava una generazione di “gramsciani inconsapevoli” che, pur attraverso il mito della democrazia consiliare o della democrazia costruita “dal basso”, individuava la necessità di un rapporto più organico tra vita e saperi, tra “semplici” e “sapienti”.[20]

Era una corrente sotterranea, che aveva impregnato di sé gli animi dei giovani lungo tutti gli anni Sessanta: comprendeva l’apertura all’Altro esercitata come discussione assembleare, controllo dal basso, educazione condivisa: un rafforzamento qualitativo della democrazia. E comprendeva, come suo cardine non isolato, anche la teoria della nonviolenza (in forme assai diverse: dalla cultura beat a don Lorenzo Milani, da Aldo Capitini al Rudi Dutschke della “lunga marcia attraverso le istituzioni”). Un cardine che esprimeva la terza grande questione posta dal “Sessantotto degli inizi”.

Il problema della risposta della strategia “riformista/rivoluzionaria” al Sessantotto era dunque quello di superare un’ottica economicista e classista e di affrontare il tema, posto dal movimento, della riorganizzazione etico-politica della società: “questione intellettuale”, questione dell’autogoverno della vita, questione della nonviolenza. Una risposta che non poteva essere trovata nella versione leninista del marxismo, prevalente, in forme diverse, nella sinistra sia “storica” che “nuova”.

Eppure nella tradizione del PCI c’era Gramsci: il pensatore che aveva messo al centro la “riforma intellettuale e morale”, l’idea di una nuova etica e di una “modernità senza secolarizzazione”, la battaglia per l’egemonia che non si giocava più solo nella fabbrica, il superamento del classismo e la centralità della cultura, l’idea di una democrazia organizzata e partecipata in grado di accrescere le capacità di autogoverno dei ceti subalterni, di renderli signori di se stessi e di mutare il rapporto tra governanti e governati, la “guerra di posizione” come strategia nonviolenta…

Ma, lo abbiamo visto, nella tradizione del PCI questo Gramsci c’era poco. Sempre secondo Marcello Montanari:

[…] si può osservare che, pur dentro una sua generale santificazione, non si può dire che la elaborazione teorica gramsciana sia mai veramente penetrata nella formazione culturale dei dirigenti comunisti. La generazione dei dirigenti dell’immediato dopoguerra è già formata nella scuola del marxismo sovietico. Togliatti tenterà una correzione di quel marxismo in senso storicistico, ma l’operazione risulterà lenta ed ambigua. Solo nei primi anni Sessanta egli avvierà una efficace revisione della storia del PCI ed una rilettura del pensiero gramsciano. E tuttavia, non si può dire che questi sforzi togliattiani siano stati pienamente e diffusamente recepiti all’interno del PCI. Una più adeguata lettura dei “Quaderni” si realizzerà a metà degli anni Settanta.  […] Ma direi che l’incidenza di queste riletture sul PCI risulterà scarsa. Si può dire, quindi, che il PCI non abbia mai incorporato (se si escludono alcuni “punti di eccellenza”) l’eredità teorica di Gramsci […]. Insomma, sul terreno della elaborazione teorica, esso è stato un partito a-gramsciano, se non addirittura anti-gramsciano.[21]

Nel Sessantotto finì con il prevalere l’operaismo, cioè il marxismo ridotto a “ideologia operaia”, che trascurava il problema della “questione intellettuale”.

Questo operaismo riduceva drasticamente la stessa carica liberatrice universale della classe operaia, che si manifesta solo quando essa esce dal terreno economico-corporativo e si batte per la libertà, la dignità, i diritti, l’autogoverno delle persone che lavorano e di tutte le persone. Fu un tratto dell’Autunno caldo che andò presto perduto. La spinta, sia studentesca che operaia, per l’autogoverno della vita non poteva essere interpretata dall’operaismo.

Né l’operaismo poteva scegliere la strategia della nonviolenza.

Gramsci fu dimenticato. Fu relegata in secondo piano la sua filosofia etico-politica, che sarebbe stata preziosa sia per poter interpretare quella che fu una “rivolta etica”, cioè un tentativo di rovesciare i valori dominanti, sia per dare una forma etico-politica umanistica ai processi di modernizzazione che erano in corso nella società italiana.

L’ECLISSI

Alla sconfitta del “Sessantotto degli inizi” seguirono, negli anni Settanta, la sconfitta del compromesso storico proposto dal comunismo riformatore del PCI e quella del dogmatismo dottrinario e ispirato alla “violenza rivoluzionaria” dei piccoli partiti della “sinistra extraparlamentare”, i cui militanti confluirono, in piccola parte, nel “Partito armato”,

Il 1968 fu l’anno della sconfitta non solo perché non furono compresi i movimenti sociali nati negli anni Sessanta, a causa dei vecchi e superati bagagli culturali della sinistra sia “storica” che “nuova”, ma anche perché, in quell’anno, l’invasione di Praga segnò il dissolversi di ogni possibilità di autoriforma del “socialismo reale”. Il che non fu capito né dal PCI, vittima dell’”autoinganno” conseguente alla contrapposizione globale tra socialismo e capitalismo e alla scelta di collocarsi in un “campo”, né dalla “sinistra extraparlamentare”, vittima dell’abbaglio della Rivoluzione culturale cinese.

L’eclissi ci fu perché mancò, a tutti, un progetto lungimirante capace di incidere sulle strutture profonde del sistema economico, sociale, politico e culturale italiano. Di indicare un diverso disegno della vita. Ma “poteva andare diversamente”?

La mia tesi è che sarebbe servito un soggetto più “riformista” ed insieme più “rivoluzionario”: “socialista di sinistra”, libertario, non classista, nonviolento. Tante, lo abbiamo visto, sono le tracce di un pensiero diverso rispetto a quello che prevalse: non solo in Gramsci, ma certamente anche e soprattutto in Gramsci.

Gramsci fu molto discusso ma poco letto ed ancor meno capito negli anni Settanta. Il dibattito aperto dagli intellettuali socialisti contro il PCI -accusato di non staccarsi dalla concezione “leninista” dell’”egemonia” presente in Gramsci- piegava brutalmente Gramsci a obiettivi politici, ma la risposta del PCI non fu all’altezza. Eppure l’”egemonia” di Gramsci è con chiarezza nella democrazia, e si contrappone alla dittatura.

Come ha riconosciuto Giuseppe Vacca, intellettuale comunista e acuto studioso del pensiero di Gramsci, tutta una generazione di intellettuali e di dirigenti comunisti fu, negli anni Settanta e Ottanta, “continuista”: era un limite di carattere politico ed era inscritto nell’origine: l’interpretazione che di Gramsci aveva dato Togliatti, soprattutto attorno al 1956.[22]

Ancora nel 1974 Vacca pubblicò il “Saggio su Togliatti e la tradizione comunista”, in cui Gramsci veniva inscritto entro l’orizzonte del leninismo. Era un modo per rispondere agli attacchi “da sinistra” al PCI, rilanciando la tradizione del comunismo italiano ed accreditandola in senso rivoluzionario.[23] Non per incontrare le aspirazioni di quel “Sessantotto degli inizi” ormai, anch’esso, dimenticato.

Gramsci uscì definitivamente di scena negli anni Ottanta: quasi nessuno legge più i suoi scritti, si lamentò Paolo Spriano nel 1986.[24] La “questione degli intellettuali” finì sostanzialmente già nella seconda metà degli anni Settanta: con il tramonto anche ideologico del PCI e del marxismo, mentre cominciavano ad imporsi le filosofie europee della “crisi della ragione” e del “pensiero negativo” e si rafforzava un’etica basata più sulle preferenze individuali che sulla ricerca del “bene comune”. Iniziò il processo del passaggio da una fase di straordinaria socializzazione della politica ad una fase di separazione della politica dalla società, e di crollo della politica stessa, intesa nella sua accezione “alta”.

Vacca e la scuola hegelomarxista meridionale, pur sconfitti, hanno continuato ad esprimere un innovativo apporto agli studi gramsciani. Così altri studiosi. Ma restano esperienze isolate: la vicenda dell’hegelomarxismo meridionale è rimasta confinata alla conclusione del decennio Settanta, senza aver dato occasione a peculiari riverberi successivi. Mentre negli anni Ottanta si diffuse l’immagine di Gramsci pensatore “totalitario”, punto di incontro tra il liberaldemocratico Bobbio ed il cattolico conservatore Del Noce.[25] Un’immagine diffusa ancora oggi.

Gramsci dimenticato, dunque, o male interpretato. Eppure le categorie dei Quaderni -politiche e filosofiche: un tutt’uno- mostrano tutta la loro vitalità e forza critica attuale: è una forza che le mette al riparo da ogni rischio di naufragio. E che è a disposizione dei ceti subalterni e di tutte le persone che vogliono cambiare la propria vita e un mondo sempre più “grande e terribile”.

[1] Liguori, Guido, Gramsci conteso. Storia di un dibattito 1922-1996, Editori Riuniti, Roma, 1996, p. 30.

[2] Sereni, Emilio, Scienza marxismo cultura, Le edizioni sociali, Milano, 1949, p. 49.

[3] Vacca, Giuseppe, Appuntamenti con Gramsci, Carocci, Roma, 1999, p. 151.

[4] Togliatti, Palmiro, La politica culturale, (a cura di Luciano Gruppi), Editori Riuniti, Roma, 1974, p. 200.

[5] Alicata, Mario, Troppo poco gramsciani, in AA. VV., Gli intellettuali di sinistra e la crisi del 1965, edizione fuori commercio riservata agli abbonati di “Rinascita”, Editori Riuniti, Roma, 1978, p. 201.

[6] Liguori, Guido, Gramsci conteso. Storia di un dibattito 1922-1996, cit., p. 96.

[7] Togliatti, Palmiro, Il leninismo nel pensiero e nell’azione di Gramsci, in AA.VV., Studi gramsciani, Editori Riuniti, Roma, 1958, p. 18.

[8] Togliatti, Palmiro, in Togliatti e il centrosinistra, CLUF, Firenze, 1975, pp. 1080-1082.

[9] Paggi, Leonardo, La presenza di Gramsci nella rivista di Togliatti, “Rinascita”, 1974, n. 27.

[10] Vacca, Giuseppe, Appuntamenti con Gramsci, cit., p. 158.

[11] Togliatti, Palmiro, Gramsci, Editori Riuniti, Roma, 1967, pp. 218-220.

[12] De Luna, Giovanni, Le ragioni di un decennio, Feltrinelli, Milano, 2009, p. 11.

[13] Revelli, Marco, Movimenti sociali e spazio politico, in AA.VV, Storia dell’Italia repubblicana, 2** La trasformazione dell’Italia. Sviluppo e squilibri, Einaudi, Torino, 1995, p. 440.

[14] Cavalli, Alessandro, Leccardi, Carmen, Le culture giovanili, in AA.VV, Storia dell’Italia repubblicana, 3** L’Italia nella crisi mondiale. L’ultimo ventennio, Einaudi, Torino, 1997, p. 765.

[15] Ortoleva, Peppino, Saggio sui movimenti del 1968 in Europa e in America, Editori Riuniti, 1998, p. 59.

[16] Montanari, Marcello, Il revisionismo di Gramsci. La filosofia della prassi tra Marx e Croce, Biblion edizioni, Milano, 2016, pp. 217-218. Concetti analoghi erano stati espressi da Montanari nel saggio “Ladri di stelle. Raccontare il ’68”, contenuto nel suo libro “Cultura e vita morale nell’Italia del Novecento”, Liberaria, Bari, 2012.

[17] Montanari, Marcello, Cultura e via morale nell’Italia del Novecento, cit., p. 128.

[18] Crainz, Guido, Autobiografia di una repubblica, Donzelli, Roma, 2009, p. 96.

[19] Montanari, Marcello, Sulla questione intellettuale nel PCI (1968-1973), “Democrazia e diritto”, n. 1-2, 1991 p. 24.

[20] Ivi, p. 25.

[21] Montanari, Marcello, Il revisionismo di Gramsci. La filosofia della prassi tra Gramsci e Croce, cit., p. 17.

[22] Vacca, Giuseppe, Gramsci e Togliatti, Editori Riuniti, Roma, p. XVI.

[23] Liguori, Guido, Gramsci conteso -Storia di un dibattito 1922-1996, cit., p. 165.

[24] Spriano, Paolo, Ma è davvero esistito Antonio Gramsci?, “L’Unità”, 26 gennaio 1986.

[25] Basile, Luca, La ricezione di Gramsci negli anni Settanta, “Filosofia italiana”, n. 2/2018.

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