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Un piano strategico per un green new deal in Liguria

a cura di in data 27 Ottobre 2014 – 10:32Nessun commento

“In Europa”, 3/2014 – Roberto Speciale, nella discussione preparatoria a questo numero di “in Europa”, ha ben individuato il tema centrale: la Liguria ha un eccesso di orizzontalità-linearità e un deficit di verticalità. Quindi deve sia ridurre la propria frammentazione interna e favorire la coesione del suo territorio, sia inserirsi, per uscire dalla marginalità, in un territorio più vasto, capace di valorizzare o di favorire la nascita di eccellenze da far vivere in questo contesto più generale. I due compiti sono strettamente connessi tra loro: la Liguria sarà cioè capace di inserirsi in un territorio più vasto se saprà compattarsi al suo interno, e viceversa.

Qual è il territorio più vasto a cui riferirsi? E’ innanzitutto il Nord dell’Italia. Arnaldo Bagnasco scrisse nello studio della Fondazione Irso (2010) che “tematizzare il Nord come un tutto è un’ipotesi plausibile”, perché Nord ovest e Nord est sono sempre più un sistema integrato. Il Nord dell’Italia ci richiama subito all’Europa: perché ha bisogno di inserirsi nel sistema delle relazioni europee che ne condizionano lo sviluppo. Nel contempo una visione di questo tipo, che potremmo definire del “federalismo delle grandi regioni”, mette al centro la questione mediterranea, come parte determinante del progetto europeo. E’ la sfida dell’europeizzazione mediterranea, che vale per il Nord come per il Centro e per il Sud dell’Italia, che sono tutti sia piattaforma che rete dei nodi del Mediterraneo. Il territorio più vasto in cui deve ripensarsi la Liguria è quindi sia il Nord dell’Italia, sempre più inserito in Europa, sia il Mediterraneo, di cui il Nord e l’Europa hanno bisogno (è la “nuova frontiera” per le nostre imprese, con potenzialità enormi). La nostra piccola regione ha un ruolo essenziale di “cerniera”.

In questo ruolo portualità, infrastrutture e logistica giocano una parte importante, su cui la Liguria dovrebbe finalmente fare sistema al suo interno. Sapendo che gli assi su cui puntare sono due: non solo quello tra Genova e Savona (un unico sistema portuale) e Milano e la Svizzera, ma anche quello tra il Tirreno e il Brennero. Da questo punto di vista va rimarcato non solo, come ha fatto giustamente Luigi Barone nella nostra discussione, che nessuno si preoccupa dei tratti ferroviari di alta velocità/capacità dopo il Terzo Valico, fino a Milano e al confine svizzero; ma anche che è finito nel dimenticatoio il raddoppio della Pontremolese. Insisto sul punto dei due assi, cioè sul fatto che in Liguria c’è anche Spezia, e che l’ambito territoriale vasto in cui integrare infrastrutture, economie e conoscenze è per Spezia, come dice Aldo Bonomi, la “Geocomunità padana-tirrenica” (Parma, Cremona, Mantova, Verona…), per ritornare sul punto del nesso inscindibile tra superamento della frammentazione della Liguria e sua proiezione nazionale-internazionale. E’ evidente, cioè, che Spezia deve stare in Liguria con la capacità di fare partnerships verso il Brennero. E’ un ruolo che arricchisce la Liguria, una Regione che ha un senso e una funzione solo se compone in un disegno unitario tutte le sue potenzialità e risorse, facendo leva su di esse per guardare a Nord Italia e Europa (Milano-Svizzera e Brennero) e Mediterraneo (relazioni tra le due sponde e corridoio Europa-Africa).

In questi anni la Regione -concordo con Speciale- non ha operato per diminuire l’eccesso di orizzontalità e il deficit di verticalità. L’idea nuova di Liguria e il nuovo programma di governo devono quindi affrontare questo punto chiave. Non si tratta solo di dotarsi di un “Piano Regolatore della Liguria” su porti, infrastrutture e logistica, ma di affrontare con questo spirito nuovo tutti i temi. Se il nostro futuro è svolgere un ruolo di servizio, una funzione utile al Nord, all’Europa e al Mediterraneo, quali sono i campi in cui possiamo eccellere, oltre a porti e logistica? Sicuramente due: formazione-ricerca-innovazione tecnologica-“economia creativa” e turismo. Sono due campi per i quali l’ambiente è decisivo: l’alta qualità dell’ambiente di vita e di lavoro è infatti fattore determinante per attrarre e incentivare la permanenza di studenti, docenti e “classe creativa”, mentre il turismo è sempre più “emozionale” e legato alla salvaguardia dell’identità, in primo luogo ambientale, del territorio. Le questioni dell’ambiente e del paesaggio non sono quindi qualcosa di “esterno” a uno sviluppo che va solo mitigato e depurato degli aspetti negativi, ma l’anima stessa di un nuovo modello dello sviluppo stesso. Un Green New Deal in cui qualcosa deve decrescere (consumo di suolo, dissesto idrogeologico, espansione delle periferie, mobilità privata, centrali a carbone…), e molto altro deve crescere (ripopolamento rurale, rigenerazione urbana, spazi pubblici, trasporto pubblico, green economy…). La Liguria del futuro deve essere “policentrica”, con tante città e luoghi integrati tra loro all’insegna del “bien vivir” e del rifiuto della crescita illimitata.

A tal fine servirebbe quel “governo unitario regionale”, in campo ambientale come in quello formativo e in quello turistico, che è mancato in questi anni. Sono mancate, cioè, la programmazione e la pianificazione, e ha dominato l’amministrazione, come ha spiegato Paolo Perfigli nella nostra discussione. Un fenomeno non solo ligure, a dire il vero. Non a caso il Senato ha deciso contestualmente sia di istituire il Senato delle autonomie sia di mortificare le autonomie stesse riportando allo Stato, con la riforma del Titolo V della Costituzione, funzioni importanti trasferite nel 2001 alle Regioni. Un ritorno centralista che è il più pesante giudizio politico sulle incapacità e sulle responsabilità delle Regioni -tutte o quasi- e delle loro classi dirigenti. Se queste ultime fossero state diverse, se non ci fosse stata la loro involuzione, di cui le tante inchieste giudiziarie sono solo il simbolo, la riforma del Titolo V non sarebbe stata necessaria. Il centralismo ministeriale ha le sue colpe, ma il problema vero è che le Regioni non sono riuscite a diventare davvero Regioni. Il Green New Deal della Liguria non può che nascere dal rovesciamento di questa logica rinunciataria rispetto all’esigenza inderogabile di un nuovo disegno complessivo e di una visione d’insieme condivisa. Serve dunque un Piano strategico regionale, partecipato e capace di creare l’idem sentire di tutti i liguri. Tanto più che la Città metropolitana di Genova (metà Liguria!) dovrà, per legge, dotarsi di un Piano strategico. Se la Regione vuole avere un’identità e un ruolo, deve dotarsi di una strategia. E’ l’unico modo per costruire concretamente un nuovo modello di sviluppo, ed è anche l’unico modo, tra l’altro, per sfruttare a pieno e in maniera integrata, tra tutti gli enti pubblici e tra questi e i privati, i fondi europei 2014-2020. Un Piano Strategico per un Green New Deal: non è la rivoluzione, ma è la strada giusta. Hic Rhodus, hic salta!

Giorgio Pagano
Presidente dell’Associazione Culturale Mediterraneo

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