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Umberto Roffo, il più poetico di tutti

a cura di in data 8 Gennaio 2021 – 08:43Nessun commento

Umberto Roffo al salotto letterario dei Ronchi
(foto archivio Mariano Giunta)

Città della Spezia, La Gazzetta della Spezia, La Voce Apuana 2 gennaio 2021 – “Degli altri si fidava spontaneamente/uomo buono, uomo giusto/il piacere semplice cercava/la vita viveva, ingenuamente/un uomo pane e vino/capace di amicizia/sapeva occhi di bambino/ con poco, vivere in letizia”.
I versi “Il mio Umberto”, scritti dall’amico Amilcare Mario Grassi “Celè”, descrivono come meglio non si potrebbe fare Umberto Roffo, che ci ha lasciato pochi giorni fa, a soli 71 anni.
Ecco altre parole a lui dedicate dagli amici o dai media: “Instancabile messaggero della memoria”, “compagno idealista e sognatore”… L’apprezzamento e l’affetto che circondavano Umberto erano davvero grandi. A Trebiano di Arcola, dove era nato e dove aveva sede la sua casa editrice Memoranda. A Sarzana, la città in cui aveva vissuto da ragazzo. A Carrara, la città di quell’Istituto Chimico sempre in lotta di cui era stato uno dei “capi”. A Massa, dove si era trasferito dopo il matrimonio con Paola, e aveva aperto una libreria. Ai Ronchi, la sede dei salotti letterari che organizzava…
Dai due volumi del libro che ho scritto con Maria Cristina Mirabello sugli anni Sessanta alla Spezia e in provincia (ma anche a Carrara e a Massa, perché il legame tra le due aree fu molto stretto), Umberto emerge come “il più poetico di tutti”.

Adolescente a Sarzana, portava il mantello degli anarchici. Racconta:
La prima manifestazione di piazza a cui partecipai fu un corteo a Spezia in contemporanea alla controffensiva dei vietcong contro gli americani [era il 10 marzo 1968]. Le prime riunioni in uno scantinato di Sarzana, dove la sera si portavano le candele e si discuteva per organizzare manifestazioni, assemblee, incontri con gli operai, chi doveva fare i volantini al ciclostile…
Era un fondo in via Paganino, dove si tenevano “a lume di candela”, tra fine 1967 e inizio 1968, le riunioni del gruppo del giornale “La Voce Operaia”, che fu all’origine del gruppo Il Potere operaio e poi di Lotta Continua.

Tra 1967 e 1968 quei ragazzi organizzarono il doposcuola a Prulla di Fosdinovo, frazione abitata da calabresi. Umberto aveva letto “Lettera a una professoressa” di don Milani:
Mi impegnai insieme ad un gruppo di compagni e di cattolici in un doposcuola ai bambini di un paese abitato da meridionali, che erano stati inseriti nelle scuole differenziali. In cima agli alberi insegnavamo la matematica, leggevamo le poesie… Devi essere tu ad andare dagli altri, ci guidava questo principio… Riuscimmo a far sì che quei bambini frequentassero le scuole “normali”, una di loro diventò poi medico.

Nel dicembre 1968 Umberto fu uno dei protagonisti dell’occupazione del Chimico, che diede il via alle occupazioni degli istituti nell’area La Spezia-Livorno-Firenze: 30 mila studenti mobilitati contro la “scuola autoritaria”. Al Chimico Umberto si era iscritto per caso:
Volevo fare il pittore e cercai di iscrivermi all’Artistico, ma il portone era chiuso, e così mi iscrissi al Chimico, nel 1964-1965… Mi trovai nel bel mezzo della “contestazione” insieme a molti altri miei coetanei… Eravamo ragazzi e poi compagni con i capelli lunghi, eravamo a modo nostro anticonformisti, volevamo essere liberi e mettevamo in discussione tutto ciò che era autoritarismo.

Umberto e l’altro “capo” del Chimico, Franco Capovani, raccontano la “comunità” che allora si creò: ogni scuola diventò uno spazio autogestito, in cui non solo fare scuola in modo diverso, ma anche dormire, mangiare, cantare, guardare l’altro sesso, amoreggiare, socializzare, fare amicizia, stare insieme, condividere. Il nostro fu “un ordine nell’anarchia”, spiegano. La “comunità” del Chimico, in particolare, ebbe una forte “identità”:
L’appartenenza al nostro Chimico era un valore, anche identitario. Da qui l’idea dei baschi blu, che portavamo per farci riconoscere.

Con il Sessantotto la vita di Umberto cambiò:
Ricordo che partivo di casa alla mattina con il megafono e che, in ogni luogo dove c’era qualche persona, facevo un comizio. Il Sessantotto era questo, una voglia, un sogno in cui c’ero dentro fino in fondo, da quel momento la mia vita cambiò. C’era la convinzione che il mondo veramente cambiasse…

Fu un sogno sconfitto molto presto: forse già con la notte della Bussola, il 31 dicembre 1968, certamente con la strage di piazza Fontana, il 12 dicembre 1969. Date che segnarono un radicale “cambio di fase”. Per Umberto fu la fine del “Sessantotto degli inizi”, quello libertario, sopraffatto non solo dalla violenza dello Stato e dei fascisti ma anche dal dogmatismo e dal partitismo che prevalsero nel movimento:
Io credo che quel 31 dicembre oltre che ad essere finito il 1968 come anno sia finito anche il Sessantotto come movimento spontaneo. Iniziava una stagione che dal 1969 ci condurrà fino agli inizi degli anni Ottanta, ad una perdita di anno in anno della nostra spontaneità iniziale.

Anche dai ricordi e dalle riflessioni di Umberto emerge che il Sessantotto non fu un “progetto politico” definito e compiuto. In un’atmosfera di speranza e di eccitazione, in una babele di linguaggi in cui c’era tutto il sapere occidentale degli anni Sessanta -perché il Sessantotto fu lungamente preparato negli anni Sessanta- il principio unificante fu la “rivolta etica”, l’istanza liberatrice, la “presa di parola” da parte di soggetti prima silenziosi o che comunque parlavano a mezza voce. La “presa di parola” di Umberto che insegnava ai bambini in cima agli alberi, che voleva studiare in modo diverso con in testa il basco blu, che faceva un comizio in ogni luogo. Una “presa di parola” che aveva già in sé un valore liberatorio.

Umberto mi ha aiutato a raccontare questo movimento: il bisogno di una soggettività, e il tentativo di costituzione di una soggettività, che fu forse solo sentita, intuita e ricercata ma che non riuscì ad assumere una forma definita. E che anche per questo fu sconfitta.
Umberto è tra i testimoni del libro che più parla di amore e di fratellanza. Li definisce il seme su cui ho impostato la mia vita:
“Facciamo l’amore e non la guerra” non era uno slogan e basta ma era un concetto di vita, era un modo unificante per tutto il mondo come “Proletari di tutto il mondo unitevi”… Si può stare bene con le cose semplici: è un nuovo modo di vivere. Con l’amore…

Umberto Roffo ha vissuto così. Gestì con questa visione della vita una segheria di marmo, poi una libreria e una casa editrice. Affittò a un prezzo simbolico una casa ai marocchini, i primi extracomunitari… Comprò una segheria in crisi lasciandola in autogestione agli operai… Fece un mutuo per fare acquistare gli strumenti musicali ai ragazzi di un gruppo rock sarzanese, e quando era necessario pagava pure le rate… E’ sempre stato apertamente, testardamente, “ingenuamente” solidale, e ne era orgoglioso. Con questa spontaneità disarmante ha affrontato, sempre con il sorriso, le asperità della vita. Era un sorriso speciale, espresso dagli occhi prima ancora che dalle labbra. Il sorriso di un fanciullo.

Umberto e i ragazzi di allora furono sconfitti. Ma le aspirazioni alla fratellanza e all’amore espresse da quella generazione rinascono e rinasceranno continuamente. Sappiamo che le vie per attuarle sono e saranno soggette ad errori, come tutto ciò che è umano. Ma se ha questa consapevolezza, la speranza non è un’illusione. E l’esempio della vita di Umberto la rafforzerà.

Giorgio Pagano
già Sindaco della Spezia, cooperante e scrittore

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