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Facio, settant’anni dopo

a cura di in data 31 Luglio 2014 – 09:24Nessun commento

Città della Spezia, Cronaca4, La Gazzetta della Spezia, 22 luglio 2014 – All’alba del 22 luglio 1944, il partigiano Dante Castellucci “Facio” venne giustiziato da un plotone d’esecuzione. Aveva appena 24 anni, ma la sua vita era stata ricca e intensa. Da bambino era emigrato dalla Calabria in Francia, aveva partecipato alla guerra in Russia e aveva poi disertato per combattere con la Resistenza: fu compagno dei fratelli Cervi in Emilia, prima della loro uccisione, e poi comandante, sui nostri monti, del battaglione “Guido Picelli”. Si contraddistinse per eroiche azioni militari: leggendaria è la battaglia del Lago Santo del 18 e 19 marzo 1944, che vide nove partigiani, sotto la sua guida, resistere vittoriosi a un assedio tedesco e fascista durato venti ore. Il grande attore Otello Sarzi, che fu con lui e i Cervi, lo descrive come un “uomo integerrimo, un vero Robespierre”. L’ufficiale inglese Gordon Lett, protagonista della Resistenza in Lunigiana, lo ricorda come “un giovane intellettuale che si era conquistato il rispetto dei suoi uomini per le sue qualità di soldato e per il buonumore con il quale affrontava con essi i disagi della vita in montagna”. Viveva con i suoi uomini, ponendosi per ultimo quando venivano distribuiti vitto, vestiario, sigarette: propugnava così, nei fatti, un comunismo egualitario e umanitario.

A giustiziare Facio non furono i tedeschi o i fascisti ma alcuni suoi compagni di lotta: alla radice vi fu l’ambizione di Salvatore Cabrelli, che voleva sostituirlo, ma anche il modo drammaticamente sbagliato con cui un gruppo di partigiani comunisti si pose il problema dell’unificazione delle prime bande. Il CLN e il Pci spezzini protestarono subito, ma poi, con i rastrellamenti di agosto, prevalsero le esigenze politico-militari, e non furono presi provvedimenti. Nel dopoguerra i responsabili furono allontanati dal partito o non ebbero ruoli di rilievo, ma non si fece mai giustizia. Se non con il falso: la Medaglia d’argento a Facio “ucciso dal nemico”. Gli storici hanno da tempo ricostruito la vicenda, anche se resta da chiarire chi fosse veramente Cabrelli, già espulso dal Pci nel 1940 sotto l’accusa di essere una spia fascista. Ma nessuno, per molto tempo, parlò. La compagna di Facio, Laura Seghettini, nel dopoguerra si batté per la verità ma poi rinunciò: “anch’io -ha scritto- ho preferito non parlare della vicenda, divisa tra la voglia di giustizia e il desiderio di non nuocere al partito e alla lotta partigiana”. Ma oggi vogliamo solo giustizia: la restituzione della Medaglia falsa e la consegna della Medaglia d’oro ai combattenti del Lago Santo. Dobbiamo liberare la coscienza della Resistenza dalle sue macchie, per renderla più pura e quindi più fonte di insegnamento morale. Nello Quartieri “Italiano” mi ha sempre detto che “questa tragica vicenda non offusca la scelta morale, per il bene contro il male, dei giovani ribelli”. Ha ragione: dobbiamo conoscere anche i lati oscuri e i prezzi pagati, per fare emergere la straordinaria grandezza di quella lotta crudele e spietata in cui la Nazione italiana tornò a nuova vita e conquistò la democrazia. Fu un travaglio doloroso, ma è così che gli italiani sono tornati a essere cittadini di una Patria comune.

Giorgio Pagano
Copresidente del Comitato Unitario della Resistenza

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