Presentazione di “Un mondo nuovo, una speranza appena nata. Gli anni sessanta alla Spezia e provincia” di Giorgio Pagano e Maria Cristina Mirabello, Sabato 20 agosto alle ore 21 nel piazzale della parrocchia di S. Andrea a Levanto
11 Agosto 2022 – 22:09

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Gramsci oltre Gramsci: il dibattito della sinistra nella seconda metà del Novecento

a cura di in data 14 Settembre 2022 – 21:19Nessun commento

Critica Marxista n 1 2022

PREMESSA
La storia del dibattito su Gramsci nella cultura italiana è stata segnata, in tutto il dopoguerra, da discussioni e controversie legate alla più complessiva vicenda politica del Paese.
È storia politica e storia della cultura, e soltanto guardando in concreto ai nessi continui tra i due aspetti, distinti ma non separati, può essere ricostruita e restituita nel suo autentico significato. L’immagine di Gramsci si è profondamente intrecciata con il sistema delle identità politiche in conflitto. È giusto porsi il problema se nel lungo periodo ciò non abbia comportato qualche ostacolo ai fini di una comprensione effettiva del pensiero gramsciano. Si può rispondere che sì, l’avere quasi sempre collocato Gramsci in una trama di problemi di un dibattito fondamentalmente politico ha ritardato lo sviluppo di una effettiva ricerca storica e teorica sul suo pensiero.
Anche dopo l’edizione critica delle opere di Gramsci (1975) non emerse subito una lettura filosofica del suo pensiero. Ci si concentrò di più sulla sua “teoria della politica”, e non si evidenziò che essa è un tutt’uno con la filosofia. Riflessione sulla politica, che va alla radice dei problemi della vicenda del comunismo in Italia e nel mondo; ma anche riflessione sulla filosofia, sulla “filosofia della praxis”, sul marxismo. In questo nesso originale sta la grandezza dell’uomo politico-teorico della politica-filosofo Antonio Gramsci.[1]

GRAMSCI, TOGLIATTI E l’UNITA’ ANTIFASCISTA
Le posizioni di Togliatti negli anni della Resistenza e della Costituzione segnarono una profonda novità nella politica del PCI.
La presenza di scelte e temi radicalmente innovatori (“svolta di Salerno”, “democrazia progressiva”, “partito nuovo”) doveva indubbiamente molto a Gramsci, anche se non trovava nel suo pensiero l’unica fonte ispiratrice. Si trattava, comunque, di una impostazione che sviluppava l’elaborazione gramsciana sulla necessità di un terreno strategico diverso da quello della Rivoluzione di ottobre. La ricerca di Gramsci sarà da allora sempre presente in Togliatti, nonostante l’esaltazione acritica del socialismo sovietico e nonostante le strettoie e i condizionamenti della fase della guerra fredda.
Nell’immediato dopoguerra Gramsci è il teorico dell’unità antifascista, della funzione nazionale della classe operaia. Togliatti usò Gramsci perché aveva «la necessità di dare un passato al PCI», a un partito che in pochi mesi era passato dai 5-6 mila militanti del luglio 1943 al milione e 700 mila iscritti del dicembre 1945, «da partito di quadri a partito di massa senza una tradizione storica e teorica unificante».[2] A volte la politica di Togliatti andò oltre Gramsci, a volte fu in ritardo rispetto a Gramsci: ma Togliatti la presentò sempre come la “politica di Gramsci”. Per alcuni versi il Segretario del PCI commetteva un arbitrio storiografico, però forniva una “storia” al partito nuovo, lo distanziava dalle illusioni insurrezionaliste, lo collegava agli intellettuali che provenivano dal liberalismo o dal “fascismo di sinistra”. Togliatti, nella sua unilateralità, trasmetteva un Gramsci meno “di partito” e più “di tutti”, patrimonio degli italiani.
Nel 1947 furono pubblicate le “Lettere dal carcere”: un caso letterario, un enorme successo di pubblico. Tra censure e scelte discutibili, Gramsci veniva immesso nella cultura italiana. Ed era un Gramsci originale, autonomo, che poco aveva a che fare con il mito dell’URSS. Anche se veniva nascosta la sua critica all’URSS.
Poi vennero, dal 1947-1948, la rottura dell’unità antifascista, la guerra fredda, l’anticomunismo. Il PCI entrò in una fase difensiva, come principale partito del “blocco socialcomunista” all’opposizione della DC e del centrismo. Anni di isolamento, di pericoli di involuzione stalinista (per volontà di Stalin e dei suoi seguaci nel PCI, il Vicesegretario Pietro Secchia in primis), di “zdanovismo culturale”: «non si saprebbe intendere a fondo Gramsci senza Stalin e senza Zdanov», scriveva il responsabile culturale del PCI Emilio Sereni nel 1949.[3]
Tra il 1948 e il 1951 furono pubblicati i “Quaderni del carcere”. Il disegno di Togliatti proseguiva: fondava una “diversità” del PCI in un’epoca di pieno conformismo stalinista, ma “tradiva” Gramsci. Togliatti ebbe i manoscritti già nel 1938-1939, nel 1941 scrisse a Dimitrov che avrebbero potuto essere usati contro il partito. La pubblicazione fu per temi: criticabile dal punto di vista filologico, perché faceva perdere il rapporto tra la riflessione carceraria di Gramsci, la storia del movimento comunista e il marxismo, ebbe però il grande merito di diffondere più facilmente il pensiero di Gramsci. Scegliere di favorire un tipo di lettura per comparti tematici tradizionali significava infatti guadagnare in forza di attrazione in un ambiente culturale particolarmente predisposto alla lettura “vetero umanistica” (il Gramsci o filosofo, o storiografo, o letterario…). Proprio quel tipo di lettura legato alla forma di coscienza degli intellettuali che Gramsci aveva inteso superare. L’edizione critica del 1975, curata da Valentino Gerratana, è indubbiamente di più complessa lettura, ma contiene il “vero” Gramsci, fa comprendere la visione unitaria del suo pensiero, tutta “politica” e insieme anche tutta “filosofica”. Nella prima edizione i Quaderni cominciavano con “Il materialismo storico e la filosofia di Benedetto Croce”, solo per ultimo venne pubblicato “Passato e presente”, che allo schema di Togliatti meno si adattava. Ma «chi legga l’edizione diacronica del Gerratana percepisce chiaramente che il programma dei “Quaderni” muove dal tentativo di elaborare una visione nuova -negli anni Trenta- dei caratteri del Novecento»,[4] il cui motore sono le note su “Americanismo e fordismo”, pubblicate tardi e “rovesciate” nell’interpretazione di Felice Platone per conto di Togliatti. Ci torneremo: quelle note costituiscono il punto di riferimento per ricostruire la visione dell’URSS staliniana maturata da Gramsci nei “Quaderni”.
L’altro limite dell’operazione di Togliatti del 1948-1951 fu quello di “posticipare” la conoscenza del primo Gramsci – quello dell’”Ordine Nuovo” e della costruzione del partito – che fu pubblicato dopo (tra il 1954 e il 1962, integralmente addirittura fino al 1971). Scritti da cui sarebbero emersi i dissensi tra PCd’I e Internazionale Comunista, gli errori sia di Gramsci che di Togliatti, la rottura nel 1926 tra Gramsci e Togliatti sul giudizio su Stalin. Anche questa scelta andava a scapito di una lettura “politica” di Gramsci, a tutto vantaggio dell’interpretazione che metteva l’accento sul “grande intellettuale italiano”.
L’interpretazione togliattiana di Gramsci nella prima metà degli anni Cinquanta fu tesa a collocare Gramsci all’interno del dibattito della cultura italiana del primo Novecento: Gramsci è per Togliatti colui che superò la crisi del socialismo perché si staccò dal determinismo positivistico tipici sia del riformismo che del massimalismo della Seconda Internazionale, sulla scia di Antonio Labriola e sulla base dell’incontro con la filosofia idealistica e del suo superamento grazie all’elaborazione di uno “storicismo assoluto”, non speculativo. Gramsci viene radicato sempre più nella storia nazionale (la cultura democratica di De Sanctis e Croce, la cultura socialista di Labriola), da cui si voleva sradicare il PCI negli anni dell’anticomunismo forsennato. Nella riunione della Commissione culturale del 3 aprile 1952 (responsabile era diventato Carlo Salinari) Togliatti disse: «Una cultura socialista in Italia non esiste ancora. Si deve formare».[5] Non bastava, quindi, il marxismo-leninismo sovietico. Togliatti conduceva anche una battaglia per salvaguardare una autonoma e originale fisionomia del partito in tempi di ferrea centralizzazione del movimento comunista internazionale. Lo “storicismo assoluto”, la rivoluzione come lungo processo storico, erano l’antidoto alla sconfitta del 18 aprile 1948 ma anche al dogmatismo stalinista. Una grande battaglia “controcorrente” su più fronti, perché tanti presupposti erano venuti a mancare. Bisognerebbe studiare anche la storia della cultura dei militanti e delle masse, che sarebbe di grande interesse. Basti pensare allo straordinario valore formativo che dovettero avere quei 380 mila esemplari di pubblicazioni gramsciane (anche opuscoli, ecc.) diffuse già nel 1957. Certo: si perdeva la strategia “alternativa” di Gramsci. Ma nello stesso tempo si manteneva un’autonomia da Stalin, senza una rottura che il PCI non voleva, né a quell’epoca avrebbe potuto sostenere. Si manifestava anche in questo caso la complessità della contraddizione di Togliatti e dei comunisti italiani.

GRAMSCI, TOGLIATTI E IL LENINISMO
Togliatti evidenziò sempre, come abbiamo visto, il rapporto tra Gramsci e il PCI, rivendicando una capacità di interpretazione storica che la borghesia, secondo lui, non possedeva. Ci fu, però, un momento in cui la capacità di analisi del reale da parte della cultura comunista si attenuò: riguardo sia alle contraddizioni del “socialismo reale” sia alla nuova condizione del capitalismo italiano. Si pensi, riguardo a quest’ultimo punto, alla sconfitta della CGIL alla FIAT (1955). Togliatti reagì, rinnovando il suo storicismo e ancorandolo a una rinnovata interpretazione di Gramsci. Fu un ripensamento “liberante”, avvenuto dopo il 1956 e la “destalinizzazione”. Fu l’anno del XX Congresso del PCUS, della denuncia dello stalinismo, dell’VIII Congresso del PCI e della scelta della “via italiana al socialismo” nel sistema comunista internazionale diventato, teorizzava Togliatti, “policentrico”. Nel frattempo (1955) si era affrontato e chiuso il “caso Secchia”, nella sua sostanza di scontro tra posizioni politiche diverse. Mentre la CGIL di Di Vittorio reagiva alla sconfitta con la scelta del “ritorno in fabbrica”. Mario Alicata, da poco responsabile culturale, all’VIII Congresso affermò che era necessario indirizzare «la nostra autocritica non nel senso di essere stati troppo gramsciani, ma nel senso di esserlo stati troppo poco».[6] Era vero: la riflessione su Gramsci era stata troppo delimitata alla storia d’Italia. Il 1956 segnò una svolta anche nella storia delle interpretazioni di Gramsci: «il “grande intellettuale”, erede della cultura nazionale democratica, cedeva il passo a una visione che collegava Gramsci alla concreta azione di dirigente politico che egli aveva svolto».[7] È un Gramsci meno “indifferenziato”, meno sfuocato sul piano della cultura. Un Gramsci che diventa, per Togliatti, il teorico della “via italiana al socialismo”. Al centro fu messo il rapporto tra Gramsci e Lenin, scavalcando Stalin o comunque riducendone il ruolo. E fu messa la traduzione del leninismo in Italia, con la “via italiana” che riprendeva alcune categorie della “teoria politica” dei “Quaderni”: l’”egemonia” nella “guerra di posizione”, per costruire un nuovo “blocco storico”. «La politica diventa scienza»[8], disse Togliatti nel Convegno di studi gramsciani del 1958. In virtù della sottolineatura dell’importanza di Lenin nello sviluppo del pensiero di Gramsci, l’”egemonia” non era contrapposta alla leniniana dittatura del proletariato, mentre restava in ombra ciò che era già in Gramsci prima del suo incontro con Lenin. Ma questo approccio non impedì un passo in avanti nella comprensione del pensiero e dell’azione del sardo. Togliatti evidenziò che la concezione del partito di Gramsci – l’”intellettuale collettivo” – aveva una sua forma propria, originale, rispetto a quella di Lenin. Quindi collegò strettamente Gramsci e Lenin, ma evidenziò anche qualche distacco concettuale.[9] Non a caso, in questo contesto, cominciò a emergere la richiesta di una nuova edizione critica dei Quaderni (la avanzò Gastone Manacorda nel Convegno del 1958), che fu decisa nel 1962. Nel 1962 Togliatti recuperò anche la categoria di “rivoluzione passiva”, mettendola al centro dell’analitica gramsciana della storia. A poco a poco l’interpretazione del decennio precedente fu smontata. Ma anche la nuova interpretazione doveva evolversi, per poter capire i cambiamenti nel mondo e in Italia, e per poter “raggiungere” il “vero” Gramsci. Così non fu. Ed entrò, per più motivi, in crisi.

LA CRISI DELLO STORICISMO
Restituire a Gramsci una dimensione internazionale come teorico della politica significava, per Togliatti, riconoscere un ruolo di minore importanza al rapporto di Gramsci con lo storicismo crociano e con la cultura nazionale. Fu anche il mutamento del clima culturale del Paese ad aprire la via a questo spostamento: veniva infatti maturando una critica alla ricerca di quella “via nazionale al marxismo” o “italo-marxismo”, che aveva impegnato l’intellettualità comunista – o almeno una parte significativa di essa, perché nel PCI aveva assunto un peso anche il marxismo-leninismo di marca staliniana – nei primi anni Cinquanta. La linea De Sanctis-Croce-Gramsci veniva accusata di “provincialismo”, considerata subalterna all’idealismo e arretrata rispetto agli svolgimenti del pensiero europeo del Novecento. Inserendosi in questo dibattito, Togliatti affermò: «Il punto di partenza dell’idealismo per arrivare al marxismo, a Labriola, a Gramsci, è cosa che riguarda noi giovani intellettuali del gruppo torinese del 1911-1919, non vi è affatto un punto di partenza obbligatorio. Vi è la linea di Marx-Labriola-Lenin-Gramsci-Partito Comunista-la nostra lotta di quarant’anni».[10]
Politica e cultura sono sempre intrecciate: «Nello stesso momento in cui si apre su più versanti la crisi della gestione culturale di Gramsci, Togliatti pone mano a una gestione politica».[11] Anche la gestione politica entrò in crisi, negli anni Sessanta. Ma vediamo, ancor prima, la crisi della gestione culturale: era soprattutto la crisi dello storicismo, e coinvolse anche Gramsci.
L’”italo-marxismo” era il marxismo come storicismo, come lo definiva Togliatti, che si richiamava a Gramsci. In effetti la definizione del marxismo come storicismo nacque con Gramsci, in riferimento esplicito allo storicismo di Croce. Il compito che Gramsci si proponeva era quello di confrontarsi con Croce e con la sua egemonia ideale in Italia, per combatterla cogliendone al tempo stesso i temi ancora validi da integrare in una nuova cultura. Come per Croce, anche per Gramsci la filosofia era riflessione sulla attività degli uomini, considerati nella realtà storica in cui operano. Ma per Gramsci la filosofia di Croce era speculativa: concepiva cioè la storia come progressiva attuazione dello Spirito, non coglieva il divenire reale ma il suo concetto, e isolava il momento dell’attività politico-culturale dagli altri momenti della realtà sociale ed economica (che Gramsci univa invece nella categoria di “blocco storico”). Per Gramsci il vero storicismo è un umanesimo assoluto della storia, che considera gli uomini, concretamente determinati dalla realtà sociale in cui operano, come gli unici soggetti della storia. Gramsci (e con lui Togliatti) fu criticato alla fine degli anni Cinquanta e poi negli anni Sessanta e Settanta da chi poneva l’accento sulle “strutture”, sulle leggi strutturali sottese agli eventi storici. A mio parere la ricchezza del pensiero di Gramsci sta nel guardare alla concretezza dell’evento storico e nel considerare al contempo indispensabile alla comprensione di quell’evento la struttura che gli sta alla base. È un’impostazione filosofica che vuole contrastare non solo l’idealismo ma anche il determinismo meccanicistico delle interpretazioni positivistiche del marxismo, in cui scompare l’uomo, il soggetto. In questa impostazione è centrale il concetto di “blocco storico”, fondato sull’unità dialettica e l’intima connessione tra struttura e sovrastruttura.
Gli anni successivi al 1956 furono gli anni in cui prese corpo un’esplicita critica allo storicismo. Si contestava la sua capacità di fornire una spiegazione autentica della realtà, e lo si faceva in nome del momento “scientifico” del marxismo, come tale antiumanistico e antisoggettivistico. In primo piano passò la considerazione dell’oggettività strutturale, della struttura economica. Si criticò il presunto inquinamento idealistico del pensiero gramsciano e togliattiano, il privilegiamento della sovrastruttura, l’accentuazione della sfera politica e ideologica.
Verso la fine degli anni Cinquanta e ancor più agli inizi degli anni Sessanta conobbero una crescente influenza le posizioni del filosofo Galvano Della Volpe, che colpirono nel segno per la loro richiesta di rigore, di lettura dei testi di Marx, di sistemazione teorica generale del marxismo. Centrale, in Della Volpe, era la tesi di una radicale rottura tra Hegel e Marx.
Quel che qui importa dire è che il dellavolpismo investiva tutta una tradizione di pensiero in favore del marxismo concepito come “scienza”. Ma in questo modo si perdeva il momento della dialettica e della contraddizione – che era invece centrale in Gramsci – con il rischio di approdare a una nuova forma di positivismo. Smarrire il senso della dialettica e della contraddizione poteva significare smarrire il senso della mediazione politica, delle fasi intermedie della lotta, della rivoluzione come processo.
In effetti, mentre Della Volpe restò sempre legato al PCI, anche se in un ruolo appartato, alcuni suoi seguaci trassero ispirazione dalle sue posizioni per una critica “da sinistra” alle organizzazioni storiche del movimento operaio. In particolare Mario Tronti, il cui pensiero fu influenzato anche da Raniero Panzieri e dall’operaismo nato dalla cultura socialista. Panzieri stesso fu in un complesso rapporto con il dellavolpismo. La tesi fondamentale sua e della rivista “Quaderni rossi” era che, in presenza di una capacità enormemente accresciuta del capitalismo di condizionare la classe operaia e di integrarne le lotte, occorreva contrapporre totalmente la classe operaia al “piano del capitale” e alla “razionalità tecnologica”. La distinzione tra fabbrica e società scompariva nella concezione della fabbrica come luogo rivelatore dell’essenza dello scontro politico. Questo schema teorico di fondo (la “totalità capitalistica” a cui contrapporre il “potere operaio”) fu la matrice di molte altre proposte politico-culturali degli anni Sessanta e costituirà la base comune di molte posizioni non tanto del Sessantotto studentesco quanto dei successivi gruppi della “sinistra extraparlamentare”.
L’antistoricismo fu la caratteristica di fondo anche del pensiero di un filosofo francese che ebbe grande influenza in Italia, Louis Althusser. “Pour Marx” e “Lire le Capital”, pubblicati nel 1965, furono tradotti in Italia nel 1967 e nel 1968. Althusser, nel nome del marxismo come teoria scientifica, era critico sia verso Hegel sia verso Gramsci: l’umanesimo e la filosofia morale del sardo sarebbero incapaci di conoscere la totalità storico-sociale nella sua struttura. Il filosofo francese definiva come scientifico ogni contesto in cui sia venuta meno ogni intenzionalità umana e soggettiva. Ma così andava non solo contro Gramsci, ma anche contro Marx, perché l’umanesimo e lo storicismo sono presenti anche in Marx. Se l’uomo è “morto”, se la sua volontà è resa impossibile dalla presenza costringente della struttura, allora chi mai produrrebbe il socialismo? Senza l’umanesimo e lo storicismo non è possibile una “filosofia della rivoluzione”.
In sintesi: il “ritorno a Marx” iniziato nel 1956 cominciò sempre più a seguire vie in polemica non solo con il gramscismo di Togliatti, ma anche con lo stesso Gramsci.
L’idea di “totalità” chiusa, applicata all’intera società capitalistica, anticipava temi che sarebbero poi stati ampiamente divulgati dal pensiero del filosofo tedesco Herbert Marcuse, naturalizzato statunitense. Esponente della Scuola di Francoforte e della “Teoria critica”, scrisse, nel 1964, “L’uomo a una dimensione”, tradotto in Italia nel 1967, che ebbe un posto di rilievo nella formazione delle idee del Sessantotto. Marcuse vi denunciava il carattere fondamentalmente repressivo della società industriale avanzata, che appiattisce l’uomo alla dimensione di consumatore, euforico e ottuso, la cui libertà è solo la possibilità di scegliere tra molti prodotti diversi.
Marcuse è interessante se consideriamo il suo approccio umanistico a Marx. Nel dibattito marxista degli anni Sessanta la ricerca fu da un lato verso le leggi strutturali, dall’altro lato verso un orizzonte umanistico, in cui confluirono sia il marxismo rinnovato criticamente sia la sensibilità esistenzialista impegnata storicamente (Jean Paul Sartre). Il testo di riferimento essenziale per quest’ultima ricerca fu “I Manoscritti economico-filosofici del 1844” di Marx (editi per la prima volta nel 1932), interpretati in chiave antieconomicista, con al centro la problematica dell’alienazione. In questo filone ritroviamo riflessioni di autori molto diversi tra loro, da Marcuse a Sartre fino a Erich Fromm.
Nel Sessantotto le due ricerche si scontreranno duramente. All’inizio, secondo il filosofo francese Edgar Morin, al centro del pensiero c’era l’esistenza, poi «l’esistenza è bandita dal pensiero. L’esistenzialismo è diventato marxista e il marxismo è diventato strutturalista. […] si valuta la possibilità di eliminare il concetto di uomo, diventato obsoleto».[12]
Gramsci fu a poco a poco messo in secondo piano, anche dai sostenitori del marxismo umanistico.
In quella temperie vi fu un solo tentativo, di notevole interesse, di innesto dello strutturalismo nello storicismo gramsciano-togliattiano: quello proposto da Biagio De Giovanni nel libro “La teoria politica delle classi nel Capitale” (1976), preparato nel precedente “Hegel e il tempo storico della società borghese” (1970).[13]

GRAMSCI E L’ULTIMO TOGLIATTI
I primi anni Sessanta furono gli anni del centrosinistra e della rottura a sinistra con il PSI. Gli anni del boom: venne alla luce la “democrazia dei consumi”, che Gramsci aveva studiato nelle note, dimenticate e non comprese, su “Americanismo e fordismo”.  Ancora: gli anni di Giovanni XXIII e del Concilio Vaticano II e, nel mondo, della decolonizzazione. Togliatti si convinse che tutto questo imponeva la necessità di una grande svolta nel movimento comunista e di un rinnovato umanesimo socialista, in grado di superare il capitalismo partendo dal suo interno. Le tappe fondamentali dell’ultimo cantiere di Togliatti furono tre: il X Congresso del partito (dicembre 1962), il discorso di Bergamo ai cattolici sulla pace nell’era atomica (marzo 1963) e il “Memoriale di Yalta”, cioè gli appunti scritti in URSS in vista di un incontro con il leader sovietico Nikita Chruščëv, che non si tenne per l’improvvisa morte, il 21 agosto 1964, del Segretario del PCI. Il comunismo riformatore di Togliatti si spinse a delineare una sorta di “via europea al socialismo”, fondata sull’avvicinamento tra i partiti comunisti e quelli socialisti e socialdemocratici, fino al superamento della rottura del 1917 e alla creazione di un partito unico dei lavoratori. Egli si rendeva altresì conto che questo percorso sarebbe stato credibile solo con un profilo più autonomo del comunismo europeo e con la sua adesione senza riserve ai principi del pluralismo politico e culturale. Non solo: secondo Togliatti in URSS e negli altri Paesi socialisti erano necessari cambiamenti radicali in senso democratico, che riprendessero a far circolare lo slancio creativo delle masse. Una preoccupazione così forte non l’aveva mai espressa.
Nell’ultimo Togliatti ci fu anche un ripensamento del marxismo, caratterizzato dall’insofferenza per ogni risposta dottrinaria. E assumeva un ruolo sempre più preponderante l’”eretico” Gramsci. Togliatti sapeva che i Quaderni contenevano ciò che non era ancora emerso: la visione di un socialismo diverso da quello affermatosi in URSS. C’erano in Gramsci gli elementi per un’analisi critica dello stalinismo, concepito come “rivoluzione passiva” – il grande mutamento ormai “riassorbito” – e criticato per la forma economico-corporativa dello Stato operaio e per il “cesarismo”. Togliatti capiva che non doveva trattenere la figura di Gramsci nell’orizzonte del leninismo. Ma non vi riuscì. L’interpretazione togliattiana di Gramsci si concluse con la recensione all’antologia “Duemila pagine di Gramsci”, scritta due mesi prima della morte. Essa segnò “un vero e proprio distacco da tutte le immagini che fino ad allora egli stesso aveva suggerito di Gramsci”. Era uno scritto «attraversato da una vena di angoscia che forse riflette la consapevolezza della crisi del movimento comunista” e che “muoveva da un’autocritica per aver vincolato in modo riduttivo la figura di Gramsci alla vicenda del PCI».[14] Scrisse Togliatti: “Certo è che oggi, quando ho percorso via via le pagine di questa antologia, attraversate da tanti motivi diversi, che si intrecciano e talora si confondono, ma non si perdono mai, la persona di Antonio Gramsci mi è parso collocarsi essa stessa in una luce più viva, che trascende la vicenda storica del nostro partito. […] Conta più di tutto – ecco il tema – quel nodo, sia di pensiero che d’azione, nel quale tutti i problemi del nostro tempo sono presenti e s’intrecciano».[15] L’opera di Gramsci doveva essere svincolata da un legame troppo stretto con la “via italiana al socialismo”, con il leninismo e con lo stesso marxismo. Si può dire che solo con la nuova edizione dei Quaderni cominciarono ad emergere, stanno ancora emergendo e spero emergeranno, nuove interpretazioni coerenti con quella traccia autocritica dell’ultimo Togliatti.
Nel frattempo, in Italia, era entrato in crisi il centrosinistra, che aveva smarrito lo spirito riformista originario. Il che comportava anche la crisi della politica di Togliatti, quella del dialogo dall’opposizione per fare le “riforme di struttura”. Il Paese era in un vicolo cieco. Ma anche Togliatti: partito isolato, “via italiana” a un punto morto, crisi del movimento comunista internazionale e crisi dell’URSS. A Yalta morì un uomo che aveva perduto molte delle sue certezze, anche se continuava a cercare nuove soluzioni e a combattere. L’ultimo suo sguardo fu ancora rivolto a Gramsci. Quella svolta generale, che non ci fu dopo la morte di Togliatti, avrebbe avuto ancora bisogno di ancorarsi alla riflessione del sardo.

IL SESSANTOTTO SENZA GRAMSCI
Il Sessantotto non fu un progetto politico definito e compiuto. In un’atmosfera di speranza e di eccitazione, in una babele di linguaggi in cui c’era tutto il sapere occidentale degli anni Sessanta – perché il Sessantotto fu lungamente preparato negli anni Sessanta – il principio unificante fu la rivolta etica, l’istanza liberatrice, la “presa di parola” da parte di soggetti prima silenziosi o che comunque parlavano a mezza voce.
Almeno fino al Maggio francese. Poi tutto cambiò. Incominciò la diaspora del movimento studentesco, alla ricerca della classe operaia, del partito, della dottrina rivoluzionaria.
In “Un mondo nuovo, una speranza appena nata. Gli anni Sessanta alla Spezia ed in provincia” ho raccontato il bisogno di una soggettività, e il tentativo di costituzione di una soggettività, che fu forse solo «sentita, intuita e ricercata ma che non riuscì ad assumere una forma definita e a operare nel mondo».[16] A questa mancata costituzione ho dato il nome di “scacco del Sessantotto degli inizi”. Una sconfitta in cui pesò l’assenza di Gramsci, sia nel movimento che nelle diverse culture politiche “riformiste” e “rivoluzionarie” che avrebbero dovuto interpretarlo.
Soffermiamoci sul primo tema posto dal movimento studentesco: il diritto a una nuova scuola, a un nuovo sapere, a una nuova cultura. Vale a dire la “questione intellettuale” e la riforma degli apparati di egemonia. Ma qualcosa di profondo mutò nel movimento, travolto da una politicizzazione estrema che riduceva i conflitti ai vecchi schemi classisti. Mentre il PCI introdusse sì la profonda novità del carattere non settoriale del movimento studentesco e della pluralità dei soggetti “riformisti/rivoluzionari”, ma non accompagnò questa scelta alla necessaria ridefinizione teorica: alla fine prevalse la diffidenza per i tratti “piccolo-borghesi” del Sessantotto.
La seconda questione posta dal movimento, connessa alla prima, fu quella delle forme autonome e inedite di politicizzazione, che partivano dal disagio della vita quotidiana e ponevano domande di nuove finalità della politica, di libertà e di liberazione, di rinnovamento della cultura, del costume, delle forme di vita, dei rapporti tra le persone e tra i cittadini e lo Stato. Era il tema della libertà di ciascun individuo nel decidere la forma della propria vita. Fu definito il “partire da sé”. Nulla di più lontano dal marxismo strutturalista e dall’ideologia classista-operaista.
Nei movimenti del Sessantotto maturò, secondo Marcello Montanari, «l’idea di una “rivoluzione nel pensiero”»: «Maturava una generazione di “gramsciani inconsapevoli” che, pur attraverso il mito della democrazia consiliare o della democrazia costruita “dal basso” individuava la necessità di un rapporto più organico tra vita e saperi, tra “semplici” e “sapienti”».[17]
Era una corrente sotterranea, che aveva impregnato di sé gli animi dei giovani lungo gli anni Sessanta, e che comprendeva, come suo cardine non isolato, la teoria della nonviolenza, alternativa a quella della presa violenta del potere e della politica come potenza. Era la terza questione posta dal “Sessantotto degli inizi”.
Il problema della risposta del PCI a queste istanze era quello di superare un’ottica economicista e classista e di affrontare il tema della riorganizzazione etico-politica della società: “questione intellettuale”, questione dell’autogoverno della vita, questione della nonviolenza. Una risposta che non poteva essere trovata nella versione leninista del marxismo.
Sarebbe stato prezioso Gramsci: il pensatore che aveva messo al centro la “riforma intellettuale e morale”, l’idea di una nuova etica e di una “modernità senza secolarizzazione”, la battaglia per l’egemonia che non si giocava più solo nella fabbrica, la critica al marxismo ridotto a “ideologia operaia”, l’idea di una democrazia organizzata e partecipata in grado di accrescere le capacità di autogoverno dei ceti subalterni, di renderli signori di se stessi e di mutare il rapporto tra governanti e governati, la “guerra di posizione” come strategia non violenta.
Ma nella tradizione del PCI questo Gramsci c’era poco. Sempre secondo Marcello Montanari:
«Si può dire […] che il PCI non abbia mai incorporato (se si escludono alcuni “punti di eccellenza”) l’eredità teorica di Gramsci […]. Insomma, sul terreno della elaborazione teorica, esso è stato un partito a-gramsciano, se non addirittura anti-gramsciano».[18]

L’ECLISSI
Alla sconfitta del “Sessantotto degli inizi” seguirono, negli anni Settanta, quella del compromesso storico proposto dal PCI e quella del dogmatismo dottrinario e ispirato alla “violenza rivoluzionaria” della “sinistra extraparlamentare”.
L’eclissi ci fu perché mancò, a tutti, un progetto lungimirante – un diverso “disegno della vita” – capace di incidere sulle strutture profonde del sistema economico, sociale, politico e culturale.
Gramsci fu poco letto e ancor meno capito. Il dibattito aperto dagli intellettuali socialisti contro il PCI – accusato di non staccarsi dalla concezione leninista dell’”egemonia” presente in Gramsci – piegava brutalmente Gramsci a obiettivi politici, ma la risposta del PCI non fu all’altezza. Eppure l’”egemonia” di Gramsci è con chiarezza nella democrazia, e si contrappone alla dittatura.
Come ha riconosciuto Giuseppe Vacca, intellettuale comunista e acuto studioso del pensiero di Gramsci, tutta una generazione di intellettuali e di dirigenti comunisti fu, negli anni Settanta e Ottanta, “continuista”: «era un limite di carattere politico ed era inscritto nell’origine: l’interpretazione che di Gramsci aveva dato Togliatti, soprattutto attorno al 1956».[19]
Ancora nel 1974 Vacca pubblicò il “Saggio su Togliatti e la tradizione comunista”, in cui Gramsci veniva inscritto entro l’orizzonte del leninismo. Era un modo per rispondere agli attacchi “da sinistra” al PCI, «rilanciando la tradizione del comunismo italiano e accreditandola in senso rivoluzionario».[20] Non per incontrare le aspirazioni di quel “Sessantotto degli inizi” ormai dimenticato.
L’edizione critica dei Quaderni – con la conseguente loro ricostruzione diacronica – iniziò a dare i suoi frutti nel convegno fiorentino del 1977. Franco De Felice e Luisa Mangoni misero al centro della teoria gramsciana la categoria di “rivoluzione passiva”.[21] Giuseppe Vacca cercò più di altri di «andare alle origini della tradizione comunista e svilupparne una esplicita critica», per «respingere la teoria leninista dello Stato»[22], pur in quel quadro “continuista” da lui stesso – come abbiamo visto – autocriticamente denunciato negli anni successivi.
Gramsci uscì definitivamente di scena negli anni Ottanta: «nessuno legge più i suoi scritti», si lamentò Paolo Spriano nel 1986.[23] La “questione degli intellettuali” finì sostanzialmente già nella seconda metà degli anni Settanta: con il tramonto anche ideologico del PCI e del marxismo, mentre cominciavano a imporsi le filosofie europee della “crisi della ragione” e del “pensiero negativo” e si rafforzava un’etica basata più sulle preferenze individuali che sulla ricerca del “bene comune”. Iniziò il processo del passaggio da una fase di straordinaria socializzazione della politica a una fase di separazione della politica dalla società, e di crollo della politica stessa, intesa nella sua accezione “alta”.
Da allora a oggi gli apporti innovativi agli studi gramsciani non sono certo mancati. Sulla scia del convegno fiorentino, lasciato alle spalle il tema della “transizione al socialismo”, si è avviata una ricerca filologica-storiografica sulle categorie gramsciane, che ha messo “filosofia e politica allo specchio” con frutti davvero positivi. Ma restano esperienze isolate: «la vicenda dell’hegelomarxismo meridionale come neogramscismo è rimasta confinata alla conclusione del decennio Settanta, senza aver dato occasione a peculiari riverberi successivi». Mentre negli anni Ottanta si è affermata «l’immagine di Gramsci pensatore ‘totalitario’, punto di incontro tra il liberaldemocratico Bobbio e il cattolico conservatore Del Noce».[24] Un’immagine diffusa ancora oggi.
Gramsci dimenticato, dunque, o male interpretato. Eppure le categorie dei Quaderni – politiche e filosofiche: un tutt’uno – mostrano tutta la loro forza critica attuale: è una forza che le mette al riparo da ogni rischio di naufragio. E che è a disposizione dei ceti subalterni e di tutte le persone che vogliono cambiare la propria vita e un mondo sempre più “grande e terribile”.

Giorgio Pagano

[1] Il tema dell’attualità di Gramsci, a cui pure accennerò, non è l’oggetto di questa riflessione. L’oggetto è l’affermarsi di Gramsci nel dibattito politico della sinistra italiana nel dopoguerra. Ho operato una scelta, concentrandomi essenzialmente sul ruolo di Palmiro Togliatti, Segretario del PCI, che fu decisivo nell’opera di diffusione e interpretazione di Gramsci, si può dire fino alla sua morte (1964). Nella sinistra italiana la tradizione comunista fondata sull’asse Gramsci-Togliatti fu protagonista dagli anni Venti fino agli anni Sessanta. Dopo quegli anni cominciò la sua crisi. La mia tesi è che ciò avvenne anche perché la tradizione comunista fu, nella sostanza, poco gramsciana, se non a-gramsciana.
I punti di riferimento di questo testo sono la mia tesi di laurea in Filosofia morale all’Università di Genova “Le interpretazioni di Gramsci nella cultura italiana: dal Convegno di Cagliari al Convegno di Firenze (1967-1977)”, del 1984-1985, e il mio libro in due volumi “Un mondo nuovo, una speranza appena nata. Gli anni Sessanta alla Spezia ed in provincia”, scritto con Maria Cristina Mirabello (Edizioni Cinque Terre, La Spezia, 2019 e 2021). Mi sono stati di grande utilità, inoltre, alcuni testi dedicati alle interpretazioni di Gramsci nel dopoguerra, puntualmente citati nelle Note.
[2] Liguori, Guido, Gramsci conteso. Storia di un dibattito 1922-1996, Editori Riuniti, Roma, 1996, p. 30.
[3] Sereni, Emilio, Scienza marxismo cultura, Le edizioni sociali, Milano, 1949, p. 49.
[4] Vacca, Giuseppe, L’interpretazione dei “Quaderni” nel dopoguerra, in Id., Appuntamenti con Gramsci, Carocci, Roma, 1999, p. 151.
[5] Togliatti, Palmiro, La politica culturale, (a cura di Luciano Gruppi), Editori Riuniti, Roma, 1974, p. 200.
[6] Alicata, Mario, Troppo poco gramsciani, in AA. VV., Gli intellettuali di sinistra e la crisi del 1965, edizione fuori commercio riservata agli abbonati di “Rinascita”, Editori Riuniti, Roma, 1978, p. 201.
[7] Liguori, Guido, Gramsci conteso. Storia di un dibattito 1922-1996, cit., p. 96.
[8] Togliatti, Palmiro, Il leninismo nel pensiero e nell’azione di Gramsci, in AA.VV., Studi gramsciani, Editori Riuniti, Roma, 1958, p. 18.
[9] Si vedano: Vacca, Giuseppe, L’interpretazione dei “Quaderni” nel dopoguerra, in Id., Appuntamenti con Gramsci, cit., pp. 155-156; De Giovanni, Biagio, Togliatti e la cultura meridionale, in De Felice, Franco, (a cura di), Togliatti e il mezzogiorno, Editori Riuniti, Roma, 1977, pp. 297-299.
[10] Togliatti, Palmiro, in Togliatti e il centrosinistra, CLUF, Firenze, 1975, pp. 1080-1082.
[11] Paggi, Leonardo, La presenza di Gramsci nella rivista di Togliatti, “Rinascita”, 1974, n. 27.
[12] Morin, Edgar, Maggio 68. La breccia, Raffaello Cortina Editore, Milano, 2018, p. 92.
[13] Si veda: Basile, Luca, Le avventure della mediazione. Forme, sapere e politica nella parabola marxista di Biagio De Giovanni, in Vacca, Giuseppe, (a cura di), La crisi del soggetto. Marxismo e filosofia in Italia negli anni Settanta e Ottanta, Carocci, Roma, 2015, pp. 297-302 e 304-306.
[14] Vacca, Giuseppe, L’interpretazione dei “Quaderni” nel dopoguerra, in Id., Appuntamenti con Gramsci, cit., p. 158.
[15] Togliatti, Palmiro, Gramsci, Editori Riuniti, Roma, 1967, pp. 218-220.
[16] Montanari, Marcello, “Ladri di stelle. Raccontare il ’68”, in Id., “Cultura e vita morale nell’Italia del Novecento”, Liberaria, Bari, 2012, p. 128.
[17] Montanari, Marcello, Sulla questione intellettuale nel PCI (1968-1973), “Democrazia e diritto”, n. 1-2, 1991 p. 25.
[18] Montanari, Marcello, Il revisionismo di Gramsci. La filosofia della prassi tra Gramsci e Croce, Biblion edizioni, Milano, 2016, p. 17.
[19] Vacca, Giuseppe, Gramsci e Togliatti, Editori Riuniti, Roma, 1994, p. XVI.
[20] Liguori, Guido, Gramsci conteso -Storia di un dibattito 1922-1996, cit., p. 165.
[21] Si vedano: Politica e storia in Gramsci, Vol. I, Editori Riuniti, Roma, 1977, e Vol. II, Editori Riuniti, Roma, 1979.
[22] Montanari, Marcello, Il nostro Gramsci. Riflessione su una generazione di intellettuali gramsciani, in Di Bello, Anna, Marx e Gramsci. Filologia, filosofia e politica allo specchio, Liguori, Napoli, 2011, p. 180. Montanari cita anche il saggio di Vacca “Lenin e l’Occidente” (in AA.VV., La crisi del capitalismo negli anni ‘20”, De Donato, Bari, 1978) ed evidenzia che per lo studioso barese «la teoria leninista dello Stato […] conduce a uno Stato totalitario» (ibidem). Un testo significativo di questa fase dell’elaborazione di Vacca è, inoltre, un colloquio con Michele Ciliberto del 1979, che rifletteva autocriticamente sul “Saggio su Togliatti e la tradizione comunista”. Per lo studioso barese «non si poteva più guardare solo alla tradizione comunista ma si doveva slargare l’orizzonte all’intera tradizione del movimento operaio», ed era «possibile che si inneschi un processo nel quale si possono ricucire le fratture all’interno del movimento operaio europeo fra partiti comunisti e i partiti socialdemocratici», sia pure nel contesto illusorio in cui «lo stesso regime sovietico, lo stesso piano integrale sovietico possa vedere attivarsi al suo interno le ragioni di una evoluzione democratica» (Colloquio con Giuseppe Vacca, “Dimensioni”, n. 11, 1979, p. 92 e p. 96). Sconfitti il Sessantotto e il compromesso storico, Vacca ripensava anche la forma partito e «i limiti di una tradizione che non può più essere statalistica» (ivi, p. 97) e riprendeva la “questione intellettuale”, la cui mancata ridefinizione teorica era «la vera ragione del perché noi siamo talmente in ritardo nella capacità di elaborare  credibili progetti di riforma, di interi apparati dello Stato e della riproduzione, deludendo quindi anche molte delle aspettative che, su un piano puramente delegatario, si erano rivolte a noi negli anni ‘70» (ivi, p. 99).
[23] Spriano, Paolo, Ma è davvero esistito Antonio Gramsci?, “L’Unità”, 26 gennaio 1986.
[24] Basile, Luca, La ricezione di Gramsci negli anni Settanta, “Filosofia italiana”, n. 2/2018, p. 124.

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