Presentazione di “Un mondo nuovo, una speranza appena nata. Gli anni sessanta alla Spezia e provincia” di Giorgio Pagano e Maria Cristina Mirabello,  Giovedì 30 giugno ore 21.30 al Ristorante “Le Palme” a Marina di Carrara
15 Giugno 2022 – 22:53

Presentazione di“Un mondo nuovo, una speranza appena nata. Gli anni sessanta alla Spezia e provincia”di Giorgio Pagano e Maria Cristina Mirabello,Giovedì 30 giugno ore 21.30 a Marina di CarraraRistorante Le Palme, viale Vespucci 70
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Storie della Resistenza civile delle donne

a cura di in data 25 Maggio 2022 – 21:21Nessun commento

Vega Gori con Giorgio Pagano
(2013) (foto Tamara Corning)

Città della Spezia, 24 aprile 2022

LALLA TASSI
Lalla Tassi è la figlia di Mino Tassi, socialista pontremolese, che lavorava alle Poste a Spezia. E a Spezia Lalla è nata nel 1927, in via Manin: qui la famiglia si era trasferita da Pontremoli. Poi, nel 1932, il padre volle tornare alle sue amate montagne, preferì fare il pendolare e la famiglia si trasferì a Pontremoli. Tassi fece il “gappista” (nei GAP, Gruppi di Azione Patriottica) nella Resistenza spezzina, poi, dopo il rastrellamento in Lunigiana del giugno 1944, lasciò il lavoro e salì ai monti nella nel Battaglione Pontremolese della III Brigata Beretta della Divisione Cisa, di cui fu commissario politico con nome “Bixio”. Comandante era Giuseppe Molinari “Birra”. La famiglia Tassi lasciò Pontremoli, ormai troppo pericolosa anche per i frequenti bombardamenti alleati, e andò a vivere a Casalina in Valdantena, nelle colline a nord-est di Pontremoli.
Lalla era una giovanissima socialista, come il padre e il nonno, formatisi alla scuola del socialismo pontremolese di Pietro Bologna e Luigi Campolonghi. Il suo ruolo nella Resistenza fu importante: fece la staffetta, inoltrava messaggi scritti o a voce da una parte all’altra della vallata a uomini che poi raggiungevano Borgotaro, sede del comando della Beretta. Ricorda i suoi contatti nel territorio: le famiglie Martinelli di Grondola, Peselli e Marzocchi di Succisa, la giovane Zita poi moglie di “Birra”, gli Orioli di Cargalla, i Gianello di San Lorenzo di Guinadi. “Da tutti -racconta- venivo accolta e ricevevo calore, cibo, sostegno accanto ai loro camini, alle stufe, in quel maledetto inverno del 1944, uno dei più freddi che io ricordi”. Con Luciano Gianello, uno degli eroi della battaglia del Lago Santo, Lalla ebbe poi un “filarino”, conclusosi con la tragica morte di Luciano il 22 novembre 1945, mentre lavorava a disattivare le mine che i tedeschi avevano disseminato in Lunigiana.
Prosegue Lalla: “Avevo contatti, a Pontremoli, con Luigi Caiani, il farmacista Ottorino Buttini, Rach Nott della pasticceria degli Svizzeri, la famiglia Gasperini, che nascose un soldato inglese fuggitivo dalla prigionia, a cui portai il messaggio che alla mezzanotte un partigiano l’avrebbe prelevato per condurlo presso la Brigata. Da lui ricevetti un cucciolo, mi consigliò di chiamarlo Flag, bandierina. Flag divenne il mio fedele compagno in tutti i successivi e pericolosi spostamenti. Una volta un membro del CLN di Pontremoli mi diede un pacco con una pistola, ma io non lo sapevo. Ero abile a passare i posti di blocco”.
Lalla racconta molti episodi, che avvenivano tutti nelle giornate piovose, per evitare i mitragliamenti dei caccia inglesi sulla statale della Cisa, dove transitavano i camion tedeschi. Portò il messaggio al comandante tedesco a Villa Pini per uno scambio di prigionieri, e la sua risposta negativa. Nott traduceva i messaggi. Ma anche lei se la cavava con il tedesco, lo aveva studiato in un corso alla radio. In un’altra occasione portò un messaggio a Molinari a Succisa, al ritorno fu accompagnata da Bruno, che poi divenne sacerdote, e da Romano Gianello, fratello di Luciano. In quell’occasione i nazifascisti spararono, loro riuscirono a nascondersi.
Così successe anche a Guinadi, mentre portava un messaggi0 alla famiglia Gianello, accompagnata dalla madre: “I tedeschi cominciarono a sparare, ci nascondemmo in una fontana scavata in una roccia, sdraiate per più di un’ora”.
I rastrellamenti, le incursioni, le razzie per rubare vitelli, agnelli, grano, olio erano sempre più frequenti e atroci. Lalla era anche a Toplecca, quando i nazisti uccisero Battista Piagneri, nel rastrellamento del 3 febbraio 1945. Ma il sostegno del mondo contadino non mancò mai ai partigiani: “Una volta, a Versola, un contadino donò una damigiana di vino, il furiere lo distribuiva a piccole razioni”. Anche la mamma di Lalla ospitava i partigiani: “Preparava il caffè con le erbe e i ceci, aggiungeva un po’ di rabarbaro, i ragazzi salivano in casa”.
Poi, finalmente, la Liberazione:
“Il 27 aprile arrivò la notizia che gli americani erano entrati a Pontremoli, la guerra era veramente finita! Scendemmo e ci apparve una scena apocalittica: soldati tedeschi che ancora bruciavano, cavalli bretoni squarciati, cani lupo con occhi sbarrati e denti digrignati in una smorfia di dolore, odore acre di sangue, di polvere, di carne bruciata, armi, mitraglie, fondine, borse di cuoio, cassette di bombe sparse ovunque”.

ILIANA MORETTI
Ho intervistato Iliana Moretti nell’ottobre 2021, se ne è andata nel dicembre. Aveva 93 anni, uno meno di Lalla, che ora ne ha 95. Non fece in tempo a fare la staffetta, aveva solo quindici anni. “Allora a quell’età si era quasi bambine, non era come oggi”, mi dicono tutte. Iliana era nata a Savona, dove il padre faceva il ferroviere. Comunista, fu scoperto e costretto a tornare nella natia Montedivalli, sorvegliato speciale.
Iliana ascoltava tutto:
“La prima riunione si tenne subito dopo l’8 settembre, il 9, in casa nostra. C’erano mio padre Giuseppe Moretti, classe 1893, Abele Bertoni, di Tranci di Madrignano, un capitano medico degli alpini si aggiunse dai primi di ottobre. Poi arrivò, da Colleferro (Roma), dove faceva il militare, Eugenio Lenzi, cugino di mio padre, anche lui di Montedivalli”.
Il parente Michele Corradi, nipote di Lenzi, ha ritrovato la tessera di Moretti di appartenente al “Gruppo Patriottico Antifascista – Zona di Madrignano”, con data 14 settembre 1943. La firma è del comandante Abele Bertoni, che poi aderì a Giustizia e Libertà, al gruppo calicese comandato da Daniele Bucchioni. Moretti e Lenzi combatterono invece nel Battaglione garibaldino Vanni (o Brigata), comunista e socialista. Lenzi era socialista. Ne divenne l’ultimo comandante prima della Liberazione, il suo nome era “Primula Rossa”. Il primo comandante fu il santostefanese Primo Battistini “Tullio”. Ricorda Iliana:
“Il primo nome di partigiano combattente che ho ascoltato è quello di ‘Tullio’. Poi è scomparso. Ho captato che era successo qualcosa di strano. Poi seppi che con una parte degli uomini della Vanni confluì nella Brigata Muccini, in Val di Magra. Ne ho sempre sentito parlare come di un anarchico, un violento, un personaggio controverso”.
Il personaggio chiave dei suoi ricordi è ‘Primula Rossa’, comandante di una Compagnia della Vanni:
“Mio padre Giuseppe fece da tutore a ‘Primula Rossa’: è stato per lui una sorta di fratello maggiore o di padre. ‘Primula Rossa’ aveva come vice Giuseppe Mirabello ‘Apollo’. Erano molto legati. ‘Apollo’ aveva le chiavi del fondo dove c’erano le armi e il cibo. ‘Primula Rossa’ mi diceva: le chiavi dalle solo ad ‘Apollo’. Il partigiano ‘Ciccio’ aveva sempre fame, ma io non gli diedi mai le chiavi.”.
Dopo la ‘beffa di Ceparana’ -un gruppo di soli undici uomini della Vanni attaccò il 24 luglio 1944 i magazzini della Wehrmacht a Ceparana, catturando 17 soldati e 3 ufficiali tedeschi e impadronendosi di un ingente quantitativo di generi alimentari- “il comandante tedesco fu portato a casa nostra, in vista di uno scambio di prigionieri”, ricorda Iliana: “Era astemio, gli portarono del latte ma lui non si fidava, volle che qualcuno l’assaggiasse. Toccò a me, a cui il latte non è mai piaciuto. C’erano ‘Primula Rossa’, ‘Apollo’ e altri due partigiani”.
Il racconto prosegue:
“Mia madre è nell’elenco della Vanni. Faceva le tagliatelle per i partigiani, andava a prendere la farina con il carretto a Parma. Ho conosciuto tanti partigiani della Vanni, Otello Binasco ‘Mina’, Merio Scopsi ‘Stevens’, Astorre Tanca, il comandante. La mamma Armida veniva su a portargli da mangiare. il 31 dicembre 1944 i tedeschi vennero a casa nostra. Mio padre arrivò alle cinque del mattino, disse: ‘in casa ci sono tre mitraglie, nascondetele nei campi’. Poi ci infilammo in cantina, sopra c’era una botola. C’era uno della Decima Mas, che nel dopoguerra fu implicato nel golpe Borghese e fuggì in Spagna. Perquisirono la casa, ma non trovarono nulla. Li sentivamo camminare sopra le nostre teste. Un’altra volta mia madre fu lesta ad accorgersi di un proiettile sul pavimento di casa, lo raccolse con un fazzoletto che nascose nel seno, i tedeschi e i fascisti non si accorsero di nulla”.
Iliana ricorda bene le grandi azioni della Vanni: “la battaglia di porta Isolabella, dove ci vorrebbe un cippo, l’azione alla ex Flage…”. Anche lei non ha dimenticato la solidarietà dei contadini: “La popolazione era vicina ai partigiani, a parte qualche fascista”.

VEGA GORI
Ho raccontato la storia di Vega Gori, dattilografa per il CLN e il PCI e staffetta con il nome “Ivana”, nell’articolo di questa rubrica “Ivana, la ragazza che sapeva battere a macchina” (21 aprile 2013). Vega ha un anno più di Lalla, è del 1926. Ma sta bene, per l’età. Questa sera leggeremo un suo intervento alla manifestazione di Migliarina. E’ un testo breve, che spiega come meglio non si potrebbe cosa è stata la Resistenza, e perché ha un significato così centrale nella storia d’Italia e una funzione ideale e civile così importante. Con il permesso di Vega, lo riporto integralmente:

Lalla Tassi
(1946) (archivio Lalla Tassi)

“Parlo con molta emozione perché la mia età è molto avanzata e perché in questo momento sono consapevole di essere una tra i pochissimi superstiti che hanno vissuto direttamente la Resistenza. Debole fisicamente ma con la memoria ancora vivace.
A 17 anni, sul finire dell’anno 1943, ho fatto una scelta importante, quella di impegnarmi sempre di più in prima persona nella lotta di Liberazione. Oggi posso dire di avere compiuto quella scelta con tutto l’entusiasmo ed anche con quel po’ di incoscienza che caratterizza la gioventù.
Ma anche di affermare che è stata la giusta scelta.
Volevo fare qualcosa per il nostro Paese che aveva subito una lunga dittatura, quella fascista, una dittatura che aveva soppresso ogni libertà, che aveva aggredito l’Etiopia, aiutato Franco in Spagna, fatto le leggi razziali, trascinandoci poi in una guerra disastrosa, a causa dell’alleanza con la Germania nazista. E dopo l’8 settembre ci trovavamo a patire ancora per l’alleanza della Germania nazista con la Repubblica Sociale fondata da Mussolini in accordo con i tedeschi.
Si trattava di capire come si poteva aiutare l’Italia, la nostra patria, e allo stesso tempo gli altri popoli che stavano combattendo la nostra stessa battaglia.
E’ così che ho usato la mia capacità di dattilografa per scrivere volantini, giornali, ordini, verbali clandestini per il Comitato di Liberazione Nazionale e per il Partito Comunista, è così che sono diventata staffetta mantenendo collegamenti specie dentro la città ed i paesi limitrofi, trasportando carte preziose e, una volta sola, armi. Io sono insomma l’esempio vivente di che cosa significa un movimento spontaneo, dal basso, che si incontra con un’organizzazione che sa guidarlo.
Io sono stata fortunata: non mi hanno catturato mai, ho schivato di un soffio i rastrellamenti, ad esempio quello drammatico di Migliarina, e sono riuscita a passare quasi inosservata fino al 25 aprile nella rete clandestina. Ad altri è toccata una sorte ben peggiore. Molti sono stati catturati, torturati, uccisi o deportati, e tra questi ultimi molti non hanno fatto ritorno. Molti sono rimasti, come si diceva allora, “bruciati” ed hanno passato il fronte. Molti sono morti sui monti nelle formazioni combattenti.
La Resistenza è stata per me partecipare a qualcosa di grande: in tanti, uomini, donne, giovani, moltissimi giovani, hanno scelto responsabilmente da che parte stare o, senza agire direttamente, hanno protetto chi faceva la scelta di ribellarsi al nazi-fascismo. E non era facile dopo tanti anni di ubbidienza cui il fascismo ci aveva abituato! Sia per gli uomini che per le donne. Specie per le donne. Che pure ci furono, amiche e compagne per me di un’esperienza formativa al massimo.
Se nel 1922 andava al potere il fascismo, al culmine di un periodo segnato da violenze, e quest’anno sono 100 anni da quella data, la Resistenza ha reso possibile non solo la fine di questa fase ma ha aperto un percorso nuovo e democratico per l’Italia. E se diverse erano le idee politiche, io ero una garibaldina, ma c’erano anche altri filoni di pensiero, ad esempio partigiani cristiani e giellisti, la casa comune di tutti noi è stata poi la Costituzione.
Dirlo sembra scontato ma non è così. La Costituzione è attuale, mai abbastanza letta, mai abbastanza applicata, troppo spesso ignorata.
L’hanno ottenuta il sacrificio di tanti e l’elaborazione di chi, dotato di cultura, lungimiranza e capacità di individuare le regole per vivere civilmente, ha discusso, dibattuto e tradotto i valori ideali in uno scritto. Dopo tante discussioni anche aspre, è nata la Costituzione, uno scritto lineare ed armonico. Un piccolo capolavoro.
E perciò mi sento più che mai di dire convintamente W l’Italia, W la Resistenza, W la Costituzione”.

***

La Resistenza non fu solo lotta armata contro l’invasore della nazione. Con il tempo abbiamo capito che “resistere è per prima cosa la forza di dire ‘no’”, come ha scritto il principale studioso della Resistenza civile in Europa, Jacques Sémelin. Della Resistenza civile le donne furono protagoniste.
Dopo la Liberazione, si attuò silenziosamente una sorta di normalizzazione. Le donne rientrarono nei vecchi ranghi. Ma fino a un certo punto: certe acquisizioni di fondo non si possono cancellare.
Lalla fece la maestra, fu collega della partigiana pontremolese Laura Seghettini. E’ una donna molto vitale, sempre impegnata nella battaglia per la memoria. Nei giorni scorsi ha parlato ai lavoratori dell’OTO Melara.
Iliana è sempre stata, mi dice Michele Corradi, “una donna molto moderna, una femminista ante litteram, che non si sposò perché non voleva che nessuno la comandasse”. Fece la maestra, poi lavorò alle Poste. Ha viaggiato molto e ha avuto tanti interessi culturali.
Vega sposò il partigiano Giuseppe Mirabello ‘Apollo’, che divenne dirigente del PCI. Si sacrificò. Ma poi ha scritto un libro sulla sua esperienza, e non smette di interessarsi alla vita politica e culturale. Legge un libro dietro l’altro. Ora sta leggendo “Guerra e pace” di Lev Tolstoj.

Post scriptum:
Sui temi al centro di questo articolo rimando al libro mio e di Maria Cristina Mirabello “Sebben che siamo donne. Resistenza al femminile in IV Zona operativa”, al mio libro “Eppur bisogna ardir. La Spezia partigiana 1943-1945” e agli articoli di questa rubrica:
Ivana, la partigiana che sapeva battere a macchina”, 21 aprile 2013
Migliarina ricorda”, 23 novembre 2014
Il Battaglione Vanni, una storia ancora da raccontare”, 15 marzo 2015
Tullio, eroe e fuorilegge”, 21 giugno 2015
Pontremoli e Spezia, quante storie in comune”, 23 luglio 2017
Primula Rossa”, 19 novembre 2017

La fotografia in alto, che mi ritrae con Vega Gori, è stata scattata da Tamara Corning nel 2013.
La fotografia in basso è di Lalla Tassi ed è stata scattata nel 1946 (archivio Lalla Tassi).

lucidellacitta2011@gmail.com

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