“Lerici negli anni Sessanta”  Stefania Novelli, Riccardo Bonvicini ed Enzo Millepiedi dialogano con Giorgio Pagano, Giovedì 30 settembre ore 18 al Circolo ARCI a La Serra
26 Settembre 2021 – 21:03

“LERICI NEGLI ANNI SESSANTA”
Stefania Novelli, Riccardo Bonvicini ed Enzo Millepiedi
dialogano con Giorgio Pagano
Giovedì 30 settembre ore 18
Circolo ARCI – La Serra

“Lerici negli anni Sessanta”.
Stefania Novelli, Presidente del Comitato territoriale ARCI La Spezia e i giornalisti …

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Spezia civile e creativa – quarta parte

a cura di in data 22 Settembre 2021 – 21:36Nessun commento

Veduta di Lerici e del Golfo dei Poeti dal monte Branzi
(2021) (foto Giorgio Pagano)

Città della Spezia, 29 agosto 2021

“I RICORDI DEGLI SPECCHI”
Susanna Raule, psicologa e psicoterapeuta spezzina, è scrittrice, sceneggiatrice di fumetti, traduttrice. Soprattutto è una giallista molto brava. Il personaggio protagonista dei suoi gialli è il commissario di polizia Ermanno Sensi, originario di Gorizia, nel suo primo incarico commissario a Torino, dove si infiltrò nel mondo delle sette sataniche, contribuì all’arresto dei Figli dell’Anticristo e fu ferito. Ma nessuno sa che si ritrovò ad avere il diavolo Astarotte prigioniero nel suo corpo, che cerca in ogni modo di emergere e gli conferisce svariate capacità occulte. Assegnato alla Squadra Mobile di Spezia risolve molti casi grazie al suo intuito, nonostante la sua indolenza e un look e uno stile di vita non proprio da poliziotto.
Il luogo del romanzo “I ricordi degli specchi” è Spezia: “Come molte altre città liguri, La Spezia sembrava partire dal mare e arrampicarsi sulle colline. Da quelle colline fitte di case scendevano strade strette e serpiginose e scalinate ripide, che tagliavano il paesaggio urbano quasi in verticale”. Sensi, in una notte umida di ottobre, sta scendendo da una di queste scalinate quando sente un grido. Il commissario si precipita, per terra c’è un cadavere, accucciata la donna che ha gridato. Il lavoro non gli piace, ma questa volta indagare gli spetta. Poi altri cadaveri -tra cui uno senza nome a cui viene dato il nome “Strina”, tipico della cultura popolare spezzina-, una ragazza quasi morta di fame e sete in uno sgabuzzino, il traffico internazionale di droga, un’amante dal passato molto simile a quello di Sensi… Tanti misteri, in un intrico perverso: “Non che gli altri casi mi piacciano, ma questo è una rogna colossale, un gioco di specchi senza fine”, dice il commissario.
La squadra che lo affianca gli dà l’energia per andare avanti e risolvere il caso. Di questa squadra il personaggio più bello è l’ispettrice Rosanna Riu: salutista e ordinata, è il contrario di Sensi. Lo guida, lo asseconda, lo ama senza chiedere nulla in cambio. Ma la sua determinazione e sensibilità la rendono una donna forte, mai debole, una donna autonoma, mai passiva.
Il mistero più intricato è Fiorella Torre, o meglio Sara Zaccaria, l’amante dal passato simile a Sensi. Si concepisce come l’ultimo anello di una catena di donne vittime di violenze e abusi sessuali.
Ha scritto Raffaella Tamba:
“La componente esoterica non toglie assolutamente nulla al realismo noir del romanzo. La Raule riesce a conciliare tre registri narrativi così lontani l’uno dall’altro con lodevole sapienza: il registro del giallo con il sottile filo del delitto oggetto di indagine deduttiva, il registro del magico, calato nel contesto noir con la funzione di potenziarne l’effetto suspense ed il registro dello humour utilizzato praticamente in ogni scena in cui entrano in gioco i protagonisti positivi. Un umorismo frizzante e intelligente, irresistibile e inarrestabile, che sostiene i personaggi come per dar loro un’arma in più nell’affrontare e risolvere un caso così crudo, inspiegabile, oscuro e spietato”.
Questa sapienza narrativa dipende anche dal fatto che la Raule sia psicologa. Si capisce che il talento da psicologa è una base fondante del talento narrativo. Un’altra base è l’ironia, che strappa molti sorrisi in una storia cupa e dura. Un’altra ancora è il femminismo dell’autrice, che in questo caso affronta il tema della violenza di genere.

POETRY CALL
I Mitilanti sono un collettivo di cinque autori -Andrea Bonomi, Andrea Fabiani, Filippo Lubrano, Alfonso Pierro, Francesco Terzago- con base a Spezia, attivo dal 2015 e che nel 2016 si è costituito come associazione di promozione sociale per promuovere la poesia in spazi e modi anti-convenzionali e dare la possibilità a tutti di coltivarne l’amore. In questi anni si sono occupati di poesia performativa, animando e partecipando a poetry slam, palestre di scrittura creativa e progetti in cui la poesia è presente nella sua forma orale. La poesia, secondo i Mitilanti, si costruisce attraverso la pratica pubblica, la sperimentazione di nuove modalità di diffusione, oltre lo scritto su carta o in digitale.
Il progetto “Poetry Call” è tra i più interessanti. Il collettivo ha riassunto in un video -elaborato in collaborazione con il fotografo Niccolò Puppo- una performance di un giorno del 2019, dove i Mitilanti hanno improvvisato un call-center della poesia, chiamando circa 500 numeri telefonici casuali (100 per mitilante) in tutta Italia, per “donare” agli interlocutori una loro poesia. Il risultato è stato che solo il 10% degli utenti ha acconsentito alla lettura. Alcuni temevano si trattasse di uno scherzo o, peggio, di una truffa, il che la dice lunga sul clima di stress, non solo commerciale, di questo Paese.
“Il nostro obiettivo -spiegano- era proprio l’opposto: offrire una tregua di alcuni minuti, una breve distrazione dal lavoro, invertire la logica della dittatura delle promozioni. Crediamo che il mondo abbia bisogno di gesti anti-capitalistici nel senso più nobile del termine. Regalare tempo, che è la risorsa più grande che abbiamo, è un gesto rivoluzionario proprio per questo. Comprendiamo che non sia facile per alcuni accettarlo”.
Ecco alcuni brani poetici letti dai Mitilanti, testi dal tono scapigliato, o calembour, adatti al mezzo utilizzato:

In giro
alle sei del mattino
ci sono solo i mezzi pubblici
e i mezzi scemi
ma guardati i piedi
le ruote non ce l’hai.

(Andrea Bonomi)

E sul mio cuore
che ti ho fatto tenere
in mano
hai spento sigarette,
perché dicevi
di provare da sempre
un amore sincero
per le cose
a pois

(Andrea Fabiani)

[…] Di tutti i gesti, l’abbraccio
che unisce due, separa il mondo.
Di tutte le bandiere, il Nepal.
Di tutti i liquidi, quello seminale.
Di tutti i vegetali, il broccolo romano
che porta i frattali negli orti.
Di tutti i lungomari, Beirut.
Di tutti i numeri, l’ultimo,
dispari.
Di tutte le paure, quelle sopite.
Di tutti i precipizi, quello che mi si apre nel petto
mentre
immobile
ora
ti guardo
andartene.

(Filippo Lubrano)

[…] alziamo il volume
ipnotizziamoci il corpo
moltiplichiamoci l’anima
se non è amore
sarà comunque vita.

(Alfonso Pierro)

Nel buio avevi raccolto dei fiori ma
non eri stata capace di riconoscerli,
erano fiori bellissimi, avevi detto – anche se
non avevi potuto portarli qui, svegliandoti.
Fossimo stati nello stesso buio
ci saremmo aiutati a vicenda – al mattino
avremmo scritto, a turno, delle sillabe.
Tu una, io quella seguente; ce lo eravamo detti
fermi in tangenziale: per fare un nome
servono almeno due persone, per disfarlo
il silenzio di uno solo.

(Francesco Terzago)

L’esperienza è stata ripetuta nel 2020, con maggior successo, probabilmente per la situazione pandemica.
La poesia può arrivare anche da un call center: è la prova che la possibilità poetica è ovunque, può scardinare tutto. I Mitilanti hanno scardinato l’idea del call center, e anche l’idea che sia possibile leggere la poesia senza l’adesione di chi l’ascolta: la poesia è dono ed è adesione al dono.
Ha ragione Andrea Bonomi: “Per fare incontrare la poesia e il popolo ci vorrebbe più poesia nelle scuole. All’interno dei quotidiani. Un maggior numero d’incontri di condivisione, scambio di testi e libri. Supportare, sostenere e spingere fanzine. E ancora: più rassegne, festival, spettacoli, seminari, reading, video”.
La poesia non è un elemento accessorio o decorativo, è un elemento che dà senso alla vita. E’ un atto creativo di resistenza, visione, rinascita.

Tramonto sul Golfo dei Poeti dalla Venere Azzurra
(2021) (foto Giorgio Pagano)

60 X 1
Lorenzo Cimino, insegnante, già Segretario della CGIL spezzina, è un musicista con quasi trent’anni di attività alle spalle. E’ stato fondatore dell’Ensemble Scelsi, grazie al quale ha potuto approfondire le tante manifestazioni della musica contemporanea. Un approccio versatile che gli consente di misurarsi con linguaggi apparentemente molto diversi, dalla musica classica a quella di ricerca e al jazz, esibendosi con la tromba in gruppo o come solista.
“60 X 1” è un disco affascinante di 60 brani di autori diversi, della durata di circa un minuto ciascuno, appositamente scritti per tromba. Un mosaico di musiche molto diverse tra loro, che convivono in un’unica pubblicazione. Era davvero difficile riuscire a comporre un disco con così tanti pezzi con così tante differenze espressive, per di più concisi in un minuto. Ma Cimino ci è riuscito, con un lavoro originalissimo nel cambio continuo degli stili.
Ha scritto Renzo Cresti:
“Incredibile questo lavoro di Lorenzo Cimino, nato da un’idea geniale anni fa e finalmente approdato a una felice conclusione. È lo scorrere di una sintetica storia della musica recente, fatta di tanti stili diversi, di una molteplicità di approcci e di finalità. Esprime un’eterogeneità che è la caratteristica principale della cultura (musicale) di questi ultimi decenni e nel susseguirsi dei brani si entra dentro al cuore di questo molteplice contemporaneo.
Si va da autori nati all’inizio del Novecento a delle vere e proprie icone della musica del secolo scorso, da compositori che sono emersi in questi due decenni del 2000 a musicisti che attraversano aree stilistiche non accademiche, jazzistiche, progressive etc. Un’interessantissima carrellata che, già di per sé, sarebbe sufficiente per farsi un’idea delle articolazioni che si sono succedute nella storia della musica da decenni a questa parte, incredibile.
Lavoro eccezionale quello di Lorenzo Cimino che sa abitare mondi sonori diversi e lontani, con una sapienza tecnica e una partecipazione incredibile!”.
Viene naturalmente in mente il grande Giorgio Gaslini, che scrisse per Cimino “One minute more” nel 1996. Gaslini è stato un musicista jazz della seconda metà del Novecento, ma soprattutto un musicista della complessità e dell’intreccio dei linguaggi artistici, autore del libro del 1975 “Musica Totale. Intuizioni, vita ed esperienze musicali nello spirito del ‘68”. Ricordo i suoi concerti al Teatro Civico o in altre città: colpiva la sua capacità di attingere a mondi sonori diversi e di elaborarli in modo originale e ironico, complesso e comunicativo. Anche per Cimino la musica è “totale”.

PIANTARE ALGHE
Nelle quattro parti di questo articolo mi sono soffermato solo su alcuni autori, per necessità. Avrei potuto, forse dovuto, scrivere di molti altri. Non faccio nomi, per non fare torto a chi dimenticherei.
La scena, dunque, è ricca di individualità. Ma, come risulta dalle testimonianze raccolte nella prima parte, manca il tessuto connettivo, e il fondale si è impoverito.
Mi spiega un mitilante, Filippo Lubrano:
“Credo che il sottobosco culturale provinciale sia vivo, specialmente in alcune nicchie storicamente floride nel contesto spezzino: penso al punk, a un certo tipo di fotografia che ovviamente vede nel lavoro di Jacopo Benassi un’influenza importante, e alle arti figurative, dove la generazione Vaccarone – Tomaino ha lasciato il passo a figure giovani di talento come Mirko Baricchi, per citarne uno. D’altro canto, si avverte nitida la mancanza di un polo d’attrazione culturale in città. La Dialma Ruggiero è rimasta un’eterna incompiuta, e alcuni esperimenti come il Btomic prima, e il Frame dopo, sono falliti non tanto per mancanza di coraggio d’impresa quanto di una domanda nella comunità, che percepisce ancora l’Umbertino come un corpo estraneo, e fatica a spostarsi dalla logica di un centro che vada oltre via Prione e piazza del Bastione. Manca la vitalità di quelli che un tempo erano i circoli Arci, ovviamente anche fortemente provati dalla pandemia. E, soprattutto, manca il melting pot, anzi, forse è in assoluto la cosa che manca di più a questa città per generare istanze capaci di cortocircuitare poi anche un percorso di ibridazione, e con essa di integrazione, in maniera spontanea. Ci stanno provando alcuni, penso a Francesco Tassara e al suo importante lavoro di rammendo, ma è ancora troppo poco per poter definire quest’approccio sistemico come invece dovrebbe essere. Manca, soprattutto, un’idea di cultura che vada oltre l’happening, l’evento, e che guardi al lungo periodo. Manca un assessore alla cultura, ad esempio: e questo credo sia chiaro di quanto lontana sia la cultura dalle priorità della nostra attuale amministrazione”.
Leggiamo, in conclusione, Susanna Raule:
“Come in ogni città, anche qua da noi la vita culturale è uno stagno popolato sempre dagli stessi pesci. Non è un paragone negativo, al massimo è una banalità. Ognuno nuota creando un disegno, a volte persino un pattern, che interseca le scie degli altri pesci. Ognuno è consapevole dell’esistenza del resto della fauna ittica del luogo, ha in mente una stima più o meno accurata della sua configurazione, sa dove le acque sono più limpide o più torbide, quale tipo di fondale aspettarsi e così via. Chiedo scusa per la metafora foster-wallaciana, ma è così efficace. Continuando con la metafora, quello che ho sentito sulla mia pelle negli ultimi anni sono due cose:
Da un lato l’impoverimento del fondale, con sempre meno risorse per il sostentamento di noi pesci. Alcuni di noi sono stati costretti a diventare pendolari della cultura per mancanza di cibo locale – che è una cosa diversa dall’esperienza profondamente utile di andare a brucare le alghe altrove per curiosità o aspirazione alla conoscenza. No, qua il problema è un altro. Non c’è cibo: mi sposto. Lo stagno si svuota.
Questo pendolarismo forzato non deve neppure e per forza avere solo effetti negativi, è chiaro. Per i pesci può persino rivelarsi positivo, ma il fondale resta brullo e desolato, inadatto alla schiusa di nuove uova e al sostentamento di nuovi pesci. Uscendo dalla metafora, noto una grandissima frattura culturale tra la mia generazione e la successiva: i pesciolini filano via appena possibile, affamati, per non fare mai più ritorno.
La seconda cosa è l’acqua ferma, stantia dello stagno. Per forza c’è poco interscambio con altre realtà, il nostro stagno non è molto attraente. I nuovi pesci nuotano via e neanch’io ci sto così volentieri – infatti per lo più non lo faccio.
Intendiamoci, qua non è mai stata una grande barriera corallina, ma credo che le circostanze attuali incentivino appunto quella non-libertà di cui parlava Foster Wallace nel suo già citato discorso “Questa è l’acqua”, “la libertà di essere tutti dei signori di minuscoli regni grandi come il nostro cranio, soli al centro del creato”. Insomma, credo che l’individualismo e il narcisismo che permeano ormai la nostra scena culturale – mi iscrivo tra i colpevoli – siano in parte frutto dei tempi, in parte frutto del depauperamento di cui parlavo. Inutile dire che piantare alghe è faticoso e talvolta nemmeno del tutto possibile, se il fondale è brullo. E per concimare il fondale ci vuole buona volontà da parte degli attori coinvolti, certo, ma anche pianificazione e volontà politica, cosa che al momento non vedo”.

Post scriptum:
l’articolo di oggi è dedicato al mio amico e compagno Bruno Montefiori, uno che da assessore alla cultura le alghe le piantava. Su di lui ho scritto, su Città della Spezia, l’articolo “Caro Bruno, mancherai alla tua città e alla sinistra mai così in crisi” (27 agosto 2021).

lucidellacitta2011@gmail.com

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