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Perché le primarie possono solo fare del bene

a cura di in data 2 Febbraio 2012 – 10:19Nessun commento

Norvegia, in navigazione verso Capo Nord (2007) (foto Giorgio Pagano)

Città della Spezia – 29 Gennaio 2012 –  Il convegno promosso dalle associazioni ambientaliste ha riaperto la discussione sul waterfront. Le critiche al masterplan sono state dure: troppo cemento, mancato legame con il contesto urbano, pochi spazi pubblici. Nulla di nuovo, si dirà. La cosa più importante, forse, è stata la discussione su come “riaprire la partita”. Altre volte, in questi anni, ci sono stati momenti pubblici di segno analogo, ma un confronto vero con le istituzioni non si è mai aperto. Al convegno non c’era nessun rappresentante del Comune, anche se nei giorni successivi il sindaco ha scritto che “il confronto è doveroso e prezioso”. Già, ma come garantirlo? Il confronto ci fu prima del concorso internazionale di idee, quando -nell’ambito della discussione del Piano Strategico e del Piano Urbanistico Comunale-  si valutarono gli “indirizzi di fondo” da fornire ai progettisti. Si manifestarono idee diverse, ma alla fine vi fu una larga convergenza sulle “funzioni” da collocare nell’area (il Piano strategico fu siglato nel 2004 da 74 tra istituzioni e associazioni). Poi, però, l’idea progettuale vincitrice del concorso è stata tenuta nel cassetto, e infine trasformata in masterplan senza mai riprendere le fila di un percorso partecipativo, capace anche di superare i limiti di quello precedente (teoria e pratica sulla progettazione partecipata hanno fatto nel frattempo molti passi in avanti). Sui motivi bisognerebbe saperne di più: probabilmente ha pesato il fatto che, nella fase attuativa, la competenza è passata a un ente non elettivo come l’Autorità Portuale.

La partita si può riaprire solo riaffidando al Comune un ruolo di guida e di regia, e di garanzia della partecipazione. Lo strumento è la necessaria revisione decennale del Piano Urbanistico Comunale, prevista nel 2013, che dovrebbe essere imperniata sulla cura del suolo, sullo stop al consumo del territorio e sul recupero e il riuso del patrimonio edilizio esistente, spesso abbandonato: considerazioni ambientali e demografiche spingono in questa direzione. Da subito, nell’ambito del PUC, andrebbe elaborato un nuovo Piano particolareggiato dell’area di Calata Paita, mettendo da parte il masterplan. L’idea vincitrice del concorso a mio parere è ancora valida: il suo fascino sta nella continuità tra affaccio a mare e disegno urbano e del verde esistente, andata perduta nel masterplan. Anche se, per ciò che riguarda le funzioni, insisterei ancora sulla stazione marittima, sull’albergo (non grattacielo!) e sul centro culturale e abbandonerei le abitazioni, che pure erano previste con la motivazione del loro contributo alla vivibilità e vitalità dell’area. Se ne può fare a meno, ampliando così gli spazi pubblici, il verde, il rapporto della città con l’acqua. Non si tratta di immaginare un “grande prato” e basta: il territorio si caratterizza sempre per una dialettica tra pubblico e privato e tra innovazione e permanenza dell’eredità ricevuta dalle generazioni precedenti. Ma bisogna evitare, più che mai in un’area simbolica come il waterfront, che questa dialettica scompaia, che il privato e il nuovo travolgano il pubblico e l’antico. E’ questa la garanzia perché ci sia un equilibrio tra i due ruoli di Calata Paita, quello di spazio per la ricoperta del mare da parte degli spezzini e quello di occasione di sviluppo turistico.

A proposito di turismo, mi ha sorpreso la polemica dell’assessore Avena con il mio articolo di due domeniche fa sul turismo in provincia, che non criticava nessuno (tantomeno il Comune spezzino, attore importante ma non tra i principali del settore) ma rifletteva sulle proposte di una ricerca commissionata dall’ente che unisce imprenditori e lavoratori. Proposte, e non “sermoni”, del tutto condivisibili: migliorare il sostegno alle piccole imprese, il marketing, la formazione… E’ una riflessione che vale per tutta l’economia spezzina, e anche  per quella nazionale: perché il “piccolo è bello” ha fatto il suo tempo e il “piccolo” non è in grado da solo di innovare, di crescere e di fare sistema, e va energicamente sostenuto dal pubblico perché si aggreghi. Altrimenti agisce, per competere sui mercati globali, solo sui costi e sui diritti del lavoro. Aggiungo che la riflessione è tanto più necessaria in una realtà come la nostra, in cui il combinato disposto tra crisi economica e tragedia ambientale potrebbe riportare indietro prima tra tutte proprio l’economia turistica.

Se poi il problema è riconoscere i meriti delle amministrazioni, nessuna difficoltà a farlo. Vale certamente per l’attuale ma anche per quelle che guidai, che furono capaci di osare, tra l’incredulità dei più, fino al punto di acquisire l’area del Poggio per metterla all’asta a condizione che il compratore realizzasse un albergo, o di realizzare un ostello della gioventù a Biassa, nel nostro borgo più “scorbutico”. Ma è questo quel che conta? Io ho scritto un libro non per esibire  le “glorie”, che pure ci sono, ma le sconfitte. Che vanno esibite, per imparare la lezione. E l’ho scritto soprattutto per riflettere sulle sfide nuove, come cerco di fare ogni giorno con la mia attività culturale e associativa. Non dobbiamo accontentarci mai di quanto abbiamo realizzato, ma esplorare continuamente il cambiamento. Pronti a riconsiderare tante nostre certezze, spinti dagli effetti dirompenti della crisi economica e finanziaria e di quella climatica e ambientale.

Ma forse Avena si è innervosito perché ho riproposto le primarie, che lui collega al concetto di “delegittimazione”. Nulla di più sbagliato. Le primarie sono un’occasione irripetibile di elaborazione e discussione collettiva sui programmi innovativi di cui c’è bisogno. Io le volevo anche in Provincia, come Avena: non “contro” Fiasella, ma “per” fare avanzare idee nuove. Anche là dove, come a Spezia, ci sono amministratori che hanno governato per un mandato e legittimamente aspirano a un secondo, le primarie non servono per “delegittimare” qualcuno ma per aprire un grande confronto progettuale che renda protagonista il popolo. Le primarie possono solo fare del bene ai partiti e ai candidati, e quindi alla città. Perché, come ci ha spiegato Ilvo Diamanti illustrando il rapporto Demos, meno del 4% dei cittadini crede ai partiti. Non sottovalutiamo i segnali che arrivano dalla società: tensioni, aspirazioni non soddisfatte, il 46% dei cittadini che non sa se andrà a votare. In questa situazione qualcuno davvero pensa che il programma lo possano scrivere i segretari dei partiti? La verità è che o i partiti ritrovano la linfa nel popolo, o di loro resteranno solo le macerie.

lucidellacitta2011@gmail.com

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