“50 anni di obiezione per la pace. Un’altra difesa è possibile!” – Sabato 28 gennaio ore 10, Auditorium Biblioteca Beghi
27 Gennaio 2023 – 15:39

“50 anni di obiezione per la pace. Un’altra difesa è possibile!”
Sabato 28 gennaio ore 10,
Auditorium Biblioteca Beghi
Per ricordare i 50 anni della legge 772/72 sull’ Obiezione di Coscienza al servizio militare, il Gruppo di Azione …

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Natale in Palestina

a cura di in data 14 Gennaio 2023 – 08:09Nessun commento

Betlemme, Museo Internazionale della Natività, Presepe dell’Etiopia
(2018) (foto Giorgio Pagano)

Città della Spezia, 1° gennaio 2023

A Betlemme le strade pullulano di pellegrini e turisti, gli hotel sono al completo. Dopo i due anni terribili della pandemia “sembra di essere tornati al Natale 2019”, afferma il sindaco Hanna Hanania. Il turismo, motore dell’economia cittadina, non si è del tutto ripreso – il numero degli occupati è ancora basso – ma i dati sono confortanti. Il resto della Cisgiordania palestinese, però, ne beneficia ben poco: i visitatori arrivano all’aeroporto di Tel Aviv, dove bus navetta israeliani collegano Gerusalemme e Betlemme, molto vicine tra loro. I visitatori pernottano spesso in hotel israeliani, e raramente visitano le altre città palestinesi.
Betlemme vive la tragedia della Palestina. In Terra Santa Natale 2022 è giunto alla fine di un anno in cui, ha ricordato Papa Francesco nel messaggio e benedizione Urbi et Orbi, “sono aumentate le violenze e gli scontri, con morti e feriti”. Nella celebrazione della notte di Natale a Betlemme Pierbattista Pizzaballa, Patriarca di Gerusalemme, ha denunciato:
“Con gli occhi vediamo che la violenza sembra essere diventata la nostra lingua principale, il nostro modo di comunicare, a cominciare dal linguaggio della politica in Israele, dove si rischia di rompere il già fragile equilibrio fra le comunità religiose ed etniche. La politica non deve fomentare divisioni, odio e discriminazione”.
Il 2022 è stato l’anno più sanguinoso dal 2005, cioè dalla fine della seconda Intifada. L’inviato speciale delle Nazioni Unite per il Medio Oriente, Tor Wennesland, durante l’audizione del 19 dicembre al Consiglio di Sicurezza, ha spiegato: “Nel 2022, fino a oggi, sono stati uccisi in Cisgiordania e in Israele oltre 150 palestinesi e più di 20 israeliani”. Almeno un quarto dei palestinesi uccisi erano adolescenti.
Via WhatsApp mi sono arrivati, nel corso dell’anno, i volti e i nomi degli uccisi, soprattutto nel triangolo più settentrionale della Cisgiordania occupata, tra Jenin e Nablus. Sono quasi tutti ragazzi giovanissimi. Inevitabilmente l’immaginario è più colpito quando la vittima è una ragazza. A Jenin, città dove fin dal 2005 seguo progetti di cooperazione internazionale, commuove la tragica fine della sedicenne Jana Zakarneh, uccisa da un cecchino dell’esercito israeliano mentre si trovava sul tetto della sua casa, tra serbatoi dell’acqua e pannelli solari per gli scaldabagni. Gideon Levy, giornalista israeliano di “Haaretz”, ha pubblicato la lista degli adolescenti uccisi: “Erano tutti della generazione di Jana, ragazzini di 16 anni, e tutti uccisi solo quest’anno da Israele. Nessuno di loro meritava di morire, nessun sedicenne merita di morire. Potevano essere arrestati, feriti se ve ne fosse stato bisogno, ma non uccisi”. Da Betlemme, dove seguo progetti dal 2010, è arrivato il messaggio dell’uccisione di Ayman Mheisen, 29 anni, nel campo profughi di Deheishe. I palestinesi hanno tenuto uno sciopero di protesta di un giorno in tutta la città.
Anche gli israeliani hanno i loro morti innocenti, mai in numero così alto dal 2005. Tra loro il sedicenne Aryeh Schupak, ucciso in un attentato a Gerusalemme.
Ma cosa è successo? Il governo israeliano di Yair Lapid e del ministro della difesa Benny Gantz – precedente a quello di Bibi Netanyahu, che si è appena insediato – ha intensificato le azioni in Cisgiordania contro i nascenti gruppi armati. L’opinione pubblica europea, che non si occupa da tempo di Israele e Palestina, sa solo della morte, a maggio, di Shireen Abu Akleh, la più famosa giornalista araba, di Al Jazeera, palestinese di Gerusalemme. La sua uccisione da parte di soldati israeliani ha scoperchiato le “operazioni di sicurezza” contro gruppi di giovanissimi che si armano contro l’occupazione israeliana, in contrasto con la disprezzata Autorità Nazionale Palestinese. Israele sostiene di aver sempre colpito, in queste operazioni, militanti armati, ma spesso erano giovani che lanciavano pietre, o persone controllate ai checkpoint, o vittime per caso.
Nell’omelia della notte di Natale Pizzaballa ha così spiegato la violenza:
“È un segno del preoccupante aumento della tensione politica e del crescente disagio, soprattutto dei nostri giovani, per la sempre più lontana soluzione del conflitto in corso. La questione palestinese, purtroppo, sembra ormai non essere più al centro dell’attenzione del mondo. Anche questa è una forma di violenza, che ferisce la coscienza di milioni di palestinesi, lasciati sempre più soli e che da troppe generazioni sono in attesa di una risposta al loro legittimo desiderio di dignità e di libertà”.

Betlemme, Museo Internazionale della Natività, Presepe dell’Egitto
(2018) (foto Giorgio Pagano)

Lapid e Gantz, mentre usavano il pugno duro, hanno approvato la costruzione di diecimila unità abitative nelle colonie in Cisgiordania, illegali secondo il diritto internazionale. La colonizzazione, iniziata nel 1948, è andata avanti inesorabilmente. Lo storico israeliano Ilan Pappé, nel libro “La prigione più grande del mondo” (2022) – un ritratto documentatissimo, incisivo e commovente, della quotidianità nei Territori Occupati – ha spiegato che è rimasto alla Palestina un 10% di territorio (dal 22% del 1948), diviso da blocchi di insediamenti e da basi militari. Crescono la continuità territoriale tra gli insediamenti israeliani e la discontinuità territoriale tra le zone palestinesi: la frammentazione geografica e politica è tale da rendere sempre più difficile l’obiettivo dei due Stati. E’ l’attuazione del concetto, elaborato nel 2009 da Netanyahu, di “state minus”, cioè “un po’ meno di uno stato”. Le colonie costituiscono inoltre un blocco di potere e di consenso che sta cambiando gli equilibri all’interno di Israele. Da anni osservatori israeliani parlano di un esercito a Tel Aviv e di un esercito in Cisgiordania, in questo caso legato ai coloni, come mostrano i video degli attacchi ai palestinesi.
Con l’insediamento, avvenuto nei giorni scorsi, del sesto governo di Netanyahu, il più a destra della storia di Israele, tutto si aggraverà ancora. Il famoso scrittore israeliano David Grossman, su “Haaretz”, ha dipinto il nuovo governo come una minaccia “per il nostro futuro e per quello dei nostri figli”. “Le dimensioni della catastrofe – ha scritto – vengono ora alla luce. Netanyahu rischia di scoprire che dal punto in cui ci ha portato non c’è una via di ritorno. Il caos che ha creato non potrà essere annullato o ammaestrato”. Il premier ha accettato tutte le richieste dei suoi alleati dell’estrema destra razzista. Il nuovo ministro della Sicurezza nazionale è Itamar Ben-Gvir, ultranazionalista e antiarabo: a lui è stata affidata la supervisione non solo della polizia israeliana ma anche di altre forze dell’ordine molto attive nella Cisgiordania occupata. A un altro fanatico religioso, Bezalel Smotrich, Netanyahu intende affidare la responsabilità dell’amministrazione civile in Cisgiordania. Cento ex ufficiali dell’Aeronautica e 78 giudici in pensione hanno reso pubblici due appelli contro le misure del nuovo governo. Anche la comunità ebraica nel mondo è allarmata.
Qualcosa si muove in Israele contro la deriva razzista. Come ha scritto Pappé, “la recente storia del genere umano annovera davvero pochi casi di persone realmente malvagie, laddove innumerevoli sono stati i sistemi scellerati”. Contro la mega-prigione in Palestina devono mobilitarsi anche i tanti israeliani non “malvagi”. E gli arabi, nonostante gli accordi di molti dei loro governi con Israele. Le migliaia di bandiere palestinesi sugli spalti dei mondiali del Qatar dimostrano che gli arabi non hanno dimenticato i diritti dei palestinesi. Tra loro c’era chi cantava “Con l’anima e con il sangue, ci sacrifichiamo per la Palestina”. La pace dopo la “terza guerra mondiale” in atto nel mondo si può conquistare solo applicando il diritto internazionale – in questo caso smantellando le colonie – e insistendo per la negoziazione. Smantellare l’assetto coloniale conviene al mondo e a tutti, perché favorirà la sicurezza e condizioni di vita migliori non solo per i palestinesi ma anche per gli israeliani.
Altrimenti, come ha scritto Grossman, sarà una “catastrofe”. “Nakba”, cioè “catastrofe” in arabo, è il nome che i palestinesi hanno dato alla guerra del 1948, all’esodo di centinaia di migliaia di palestinesi dalla loro terra e alla perdita di tutto ciò che avevano, a cominciare dai loro villaggi e dalle loro case distrutte. Su Netflix tutti, anche gli israeliani, stanno vedendo in streaming “Fahra”, un film che racconta una strage della “Nakba”. I governanti israeliani sono furiosi contro la piattaforma statunitense perché negano quella “catastrofe” e ne stanno preparando un’altra.
L’augurio per il 2023 è che ciascuno si metta a danzare la speranza di un sogno di Pace che è stato dimenticato da tutti.

Buon Anno Nuovo

lucidellacitta2011@gmail.com

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