La storia di una città unica raccontata dal suo ex Sindaco – di Sondra Coggio
26 Ottobre 2020 – 23:02 | No Comment

Il Secolo XIX, 23 ottobre 2020
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Migliarina ricorda

a cura di in data 30 Novembre 2014 – 22:17Nessun commento
Favaro, palestra della scuola media "Alcide Cervi", mostra del Gruppo Fotografico Obiettivo Spezia "Vedere la memoria", Centro Allende, 20 aprile - 4 maggio 2013 (foto Tiziana Pieri)

Favaro, palestra della scuola media “Alcide Cervi”,
mostra del Gruppo Fotografico
Obiettivo Spezia “Vedere la memoria”,
Centro Allende, 20 aprile – 4 maggio 2013
(foto Tiziana Pieri)

Città della Spezia, 23 novembre 2014

L’ECCIDIO DELLA FLAGE

La Flage era un silurificio, durante la Resistenza fu la sede della caserma migliarinese delle Brigate Nere. Stava all’inizio della strada per Montepertico, dove ora sorge un edificio per le scuole superiori. Nei giorni scorsi sono stato in questa scuola a ricordare il 70° anniversario dell’eccidio fascista della Flage e ho ripercorso la vicenda con il mio amico Giulio Vasoli “Uragano”, partigiano novantenne, che ne fu protagonista. Alla fine dell’ottobre del 1944 la Resistenza programmò una serie di azioni di risposta alle violenze fasciste. Un gruppo di patrioti della brigata “Vanni” (Melchiorre Vanni, nato a Greve in Chianti, aderì dalla fondazione al Partito comunista e fu dirigente della Federazione genovese; combattente nella guerra di Spagna contro il dittatore Francisco Franco, morì nel 1938 a seguito delle ferite riportate) attaccò la caserma delle Brigate Nere fasciste di Porta Castellazzo, uccidendo un milite e ferendone altri, senza subire perdite. Il 29 ottobre gli uomini della “Vanni” assaltarono la caserma della Flage. Fu, racconta Giulio, “un’azione coraggiosissima”. La caserma era costantemente vigilata da sentinelle appostate sul tetto, dove c’erano una mitragliatrice e una batteria di riflettori. Dopo una raffica alle luci i partigiani irruppero nel locale mensa e si ritirarono senza perdite: furono uccisi quattro brigatisti neri, altri furono feriti. L’assalto era stato guidato dal comandante “Primula rossa”, il maestro Eugenio Lenzi, che aveva già dimostrato il suo coraggio nel luglio dello stesso anno, quando, con una ventina di partigiani della “Vanni”, era andato all’assalto dei grandi magazzini di sussistenza tedeschi di Ceparana. “Primula rossa”, con un colbacco e la stella rossa, urlando ordini come un ossesso per ingannare i tedeschi sul numero effettivo degli attaccanti, riuscì a catturare tutta la guarnigione tedesca e a impossessarsi del materiale. I prigionieri tedeschi furono poi scambiati con prigionieri italiani, che i tedeschi avrebbero altrimenti ucciso. Giulio, durante l’attacco alla Flage, era di guardia in un vicino portone di via Fontevivo, con due tedeschi presi prigionieri. Quella sera c’erano, tra gli altri, Giuseppe Mirabello “Apollo”, il pugile Ferruccio Pellegrinelli, i migliarinesi Otello Binasco “Mina” e Ciro Rossi, il barbiere… Fuggirono sotto la pioggia, racconta Giulio, verso Sorbolo di Follo, il punto di ritrovo convenuto.

Il 1° novembre scattò la rappresaglia fascista: furono uccisi dieci partigiani, o ostaggi prelevati dalle carceri o giovani delle Sap (Squadre di azione patriottica) operanti in città. Cinque a Fossitermi, cinque alla Flage. Le due lapidi contengono sovrapposizioni, i nomi sono 12; in realtà i caduti furono 10: Marcello Ruggia, Alceste Alessandrini, Davide Battolla, Leo Maruffetti, Guido Brambante, Bruno Franceschini, Giacomo Bernardini, Silvio Chiocconi, Silvio Raffi, Torquato Venturini. I fascisti lasciarono i corpi sul terreno per alcuni giorni, perché tutti capissero. Nell’utilissima ricerca “Migliarina ricorda”, pubblicata nel 1996 a cura della scuola media “Alcide Cervi” del Favaro, Irio Moriconi ricorda: “Ero un bambino di nove anni e mi trovai a passare dalla Flage, mentre i fascisti eseguivano una sommaria condanna a morte nei confronti di cinque uomini. La milizia mi costrinse ad assistere a quell’esecuzione perché ciò fosse di monito per tutti coloro che avessero voluto in qualche modo ribellarsi”.

Ma qual era il contesto di quella vicenda? Il fronte di guerra tra tedeschi e alleati, allora, era all’altezza di Massa: molti ritenevano ormai prossima la liberazione della provincia spezzina. Ciò spiega l’audacia dei sabotaggi e degli attacchi di ottobre. Purtroppo non fu così. Ci sarebbe stato ancora un durissimo inverno, prima della vittoria di aprile. Dopo la pesante battuta di arresto del rastrellamento dell’agosto 1944, gradualmente le formazioni partigiane si erano riorganizzate e unificate sotto il comando del generale Mario Fontana “Turchi”: a fine settembre i partigiani sui nostri monti erano 2.500, le bande si stavano trasformando nell’esercito popolare di liberazione. Un esercito che seppe superare la drammatica prova del rastrellamento del gennaio 1945. Giulio, a gennaio, si trovò al Termo, dove avvenne uno scontro con una pattuglia tedesca, durante il quale fu ferito a una gamba il suo amico Mario Lanfranchi “Raffica”. Giulio si portò in collo il ferito fino a Isola, poi a Carnea, infine sulla vetta del monte Croce, finché un medico non fu costretto da Giulio stesso a salire sul monte per steccare la gamba ferita di Mario.

MIGLIARINA ANTIFASCISTA

Favaro, palestra della scuola media "Alcide Cervi", lapide in memoria di Irma Marchiani, mostra del Gruppo Fotografico Obiettivo Spezia "Vedere la memoria", Centro Allende, 20 aprile - 4 maggio 2013 (foto Tiziana Pieri)

Favaro, palestra della scuola media “Alcide Cervi”,
lapide in memoria di
Irma Marchiani,
mostra del Gruppo Fotografico Obiettivo Spezia
“Vedere la memoria”,
Centro Allende,
20 aprile – 4 maggio 2013
(foto Tiziana Pieri)

Giulio è uno dei tanti migliarinesi combattenti per la libertà. La sua storia è emblematica: era un ragazzo senza coscienza politica, che preferiva andare in giro al sabato piuttosto che partecipare al “premilitare” dei fascisti. Per questo fu interrogato e rinchiuso per una notte nel famigerato “XXI Fanteria”. “Da lì cominciò la mia maturazione, la comprensione della distinzione tra bene e male”, spiega. Dopo lo sbandamento dell’8 settembre, che lo colse da militare in Jugoslavia, arrivò a Trieste, protetto fino al confine dai partigiani di Tito, poi preda dei tedeschi: ma, grazie ai sussurri dei ferrovieri, riuscì a evitare il treno che l’avrebbe portato in Germania nei campi di sterminio e a salire di nascosto su un treno che condusse lui e un gruppo di militari nella campagna veneta, da cui, attraverso mille peripezie -“ho guadato tre fiumi, due a piedi, il Po con una barchetta trafugata”- raggiunse la sua Lobbia, tra il Favaro e la Pieve di San Venerio. Qui collaborò a organizzare il “Soccorso rosso” ai partigiani, poi fu chiamato dal bando della Repubblica sociale di Mussolini, scappò e si diede alla macchia, nella brigata di “Primula rossa”, a Montedivalli e poi a Pieve di Zignago. Nel suo racconto ci sono tanti nomi di partigiani migliarinesi, a cominciare da Franco Mocchi “Paolo”, che fu il suo commissario politico, da cui apprese i primi rudimenti di politica. E poi, oltre a quelli già citati, Carlo Borione “Bill secondo”, Rolando Lambertucci “Orlando”, Amleto Maneschi “Ruggero”, Mario Ichestre, Emilio Maneschi e i suoi tre fratelli, e tantissimi altri… Molti militarono nella “Vanni”, l’unica brigata, nonostante il suo contributo decisivo alla nostra Resistenza, di cui non è stata scritta la storia. Le pagine di Mocchi in “Migliarina racconta” ne possono costituire la base. Ma ora, per fortuna, l’Istituto Storico e le associazioni partigiane intendono porre rimedio, commissionando una ricerca.

Sono lericino da parte di padre e migliarinese da parte di madre, e dopo i primi sei anni vissuti a Lerici diventai migliarinese. Porto con me l’orgoglio della forte tradizione democratica di entrambe le comunità. Furono lericini e migliarinesi molti condannati al confino dal Tribunale speciale durante la dittatura fascista. Anche a Migliarina la Resistenza nacque grazie al loro impegno: quello dell’operaio Tesoro Maggiani e del muratore Giulio Rabagliati, due comunisti del Felettino, dove vive ancora, grazie a una targa, il ricordo di Amedeo Cevasco, crivellato di revolverate nel 1923. E poi ancora grazie all’impegno di Giuseppe Capitani, Lino Bambini, Giuliano Secchi… Gli anziani di Migliarina mi hanno sempre parlato del mio bisnonno materno, Narciso Baldini, anarchico, con 11 figli il cui nome cominciava con la “A”. Tra questi mio nonno Amintore, socialista, e il fratello Aurelio, detto Arrigo, comunista, padre di Elvio e Ermanno, il cui noleggio di biciclette era il punto di incontro dei ribelli e la via di passaggio verso i monti, come mi racconta sempre Giovanni Vergassola “Ninetto”. Gli altri punti di incontro erano la “Baracca” del Favaro, la casa di Renato Grifoglio alla Lobbia, il bar “Caval Bianco”…

IL RASTRELLAMENTO DEL 21 NOVEMBRE 1944 E LA DEPORTAZIONE

Qualche giorno fa abbiamo ricordato nelle scuole del 2 giugno, dove sorgeva il “XXI Fanteria”, la pagina più tragica della Resistenza spezzina: il rastrellamento di oltre 400 persone a Migliarina la mattina del 21 novembre 1944. Le Brigate Nere imprigionarono gli antifascisti ma anche persone prese a caso, li torturarono al “XXI Fanteria”, poi a Genova a Marassi, fino a Bolzano. Molti finirono nei campi di sterminio nazisti, solo in pochi tornarono, tra cui Mario Vasoli, fratello di Giulio. Sulla deportazione dei migliarinesi rimando ad altri testi pubblicati in questa rubrica: “Alfredo Angeloni: una voce della memoria dai campi di sterminio”, 27 gennaio 2013; “Storia di Adriano, deportato a 17 anni”, 24 novembre 2013; “Sacerdoti resistenti”, 10 agosto 2014. Sono indimenticabili le testimonianze raccolte in “Migliarina ricorda”: tra le altre, quelle di Adriano Rigouard e Bruno Tartarini “Benzina”, i compagni di Alfredo Angeloni. Leggiamo insieme un passo di Rigouard: “Anche la speranza se ne andava…Troppe ne avevamo viste! Gente impiccata perché si era addormentata sul lavoro, gente mandata per gioco verso il reticolato a riprendersi il cappello perché le sentinelle le sparassero contro. Alcuni ufficiali sovietici, sapendo che non sarebbero usciti vivi, fecero un gesto disperato: gettarono le coperte sui fili elettrici e riuscirono a scappare; furono ripresi e l’ufficiale responsabile, messo in mezzo al campo, venne irrorato di acqua in modo che morisse congelato”. E questi passi di Tartarini: “Intanto i casi di cannibalismo diventavano più frequenti, corpi squartati con il fegato, il cuore e i polmoni asportati per essere mangiati, si trovavano un po’ in tutti i settori di Mauthausen… Quando tornai a casa bussai alla porta, mia madre, prima che le dicessi che ero suo figlio, mi disse: ‘Cosa volete, buon uomo?’”. Le parole non possono spiegare tutto quello che è successo nei campi, ma qualcosa sì, qualcosa ci fanno capire: che, come scrive Rigouard, “bisogna stare attenti che l’uomo non perda l’umanità per non arrivare a quei punti”.

GLI IDEALI ALTI E BELLI DI IRMA

Questo viaggio nella memoria di Migliarina non può non concludersi con il ricordo di Irma Marchiani, Medaglia d’oro alla memoria con una motivazione che reca la definizione: “una delle più belle figure della Resistenza”. Una targa che ricorda il suo sacrificio è nella palestra della scuola media “Cervi”: lì ricorderemo Irma sabato prossimo, nel 70° della morte. Irma, nata a Firenze, si trasferì all’età di quattro anni a Spezia, dove crebbe in una famiglia di antifascisti: il padre, ferroviere, con un pretesto fu licenziato per le sue idee politiche nel 1923, un fratello fu tra gli organizzatori del “Soccorso rosso”. Di salute cagionevole, si recava spesso nell’Appennino modenese, che conosceva bene. Era ricamatrice, modista e pittrice. Quando arrivò l’armistizio non esitò a entrare nella Resistenza nel modenese, prima come staffetta, poi come partigiana, infine vicecomandante del battaglione “Matteotti” della divisione “Modena”. Il suo nome di battaglia era “Anty”. Partecipò alla grande battaglia di Montefiorino, fu catturata mentre tentava di ricoverare in ospedale un compagno ferito, fu seviziata e condannata alla deportazione, riuscì a fuggire e a riprendere la lotta armata, fino alla nuova cattura l’11 novembre 1944. Fu processata e fucilata il 26 novembre a Pavullo nel Frignano. Due sue lettere, a firma “Paggetto”, sono nel libro più bello, le “Lettere di condannati a morte della Resistenza italiana”.
Nella prima “Anty” scrive al fratello Piero: “Sono una creatura d’azione, il mio spirito ha bisogno di spaziare, ma sono tutti ideali alti e belli”.

Ed ecco l’ultima lettera, alla sorella, dalla prigione di Pavullo, il 26 novembre 1944:

Mia adorata Pally,
sono gli ultimi istanti della mia vita. Pally adorata ti dico a te saluta e bacia tutti quelli che mi ricorderanno. Credimi non ho mai fatto nessuna cosa che potesse offendere il nostro nome. Ho sentito il richiamo della Patria per la quale ho combattuto, ora sono qui… fra poco non sarò più. Muoio sicura di aver fatto quanto mi era possibile affinché la libertà trionfasse.
Baci e baci dal tuo e vostro
Paggetto

lucidellacitta2011@gmail.com

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