Presentazione del primo Volume di “Un mondo nuovo, una speranza appena nata. Gli anni Sessanta alla Spezia ed in provincia” di Giorgio Pagano e Maria Cristina Mirabello – Giovedì 10 Settembre al parco della Maggiolina e Venerdì 11 al Cinquale di Montignoso
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Il primo Volume del libro di Giorgio Pagano e Maria Cristina Mirabello “Un mondo nuovo, una speranza appena nata. Gli anni Sessanta alla Spezia ed in provincia” sarà presentato, nei prossimi giorni, alla Spezia, al …

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L’epopea del Gottero

a cura di in data 31 Gennaio 2015 – 13:45Nessun commento
Alta via dei monti liguri, veduta del monte Gottero dal monte Dragnone   (2009)    (foto Giorgio Pagano)

Alta via dei monti liguri,
veduta del monte Gottero dal monte Dragnone
(2009) (foto Giorgio Pagano)

Città della Spezia, 25 gennaio 2015 – Carlo Borione, uno degli “ultimi”, è un partigiano che ha vissuto, nel gennaio ’45, il terribile rastrellamento del Gottero. Aveva 18 anni quando, dopo l’8 settembre ‘43, si accampò con gli altri giovani di Isola nel forte di Montalbano abbandonato, e insieme a loro prese le armi e cominciò a inviarle ai primi partigiani. Entrò a far parte del Fronte della Gioventù e delle SAP (Squadre di Azione Patriottica), per fare propaganda e distribuire volantini, fino a quando decise di salire anche lui ai monti. Lassù ce n’era bisogno, dopo lo sbandamento seguito al rastrellamento dell’agosto ’44. Era inviato dai comunisti, doveva andare nella Brigata garibaldina “Muccini”, nei monti di Sarzana, ma non venne la staffetta, e fu indirizzato allora all’altra Brigata garibaldina, quella che operava tra Val di Vara e Lunigiana. Il primo comandante che incontrò fu “Primula Rossa”, sopra Valdurasca, che gli spiegò come arrivare alle Cascine di Bassone, sopra Pontremoli. Il suo comandante fu Silvio Mari (nome di battaglia “Silvio”) che aveva combattuto contro i franchisti in Spagna. Carlo scelse come nome di battaglia “Bill Secondo”. Il ricordo più duro, per lui, è la morte di Bruno Vesigna, l’amico più caro, avvenuta a Cornice di Sesta Godano il 19 dicembre ‘44. Nel gennaio ’45 i garibaldini erano circa 500, al comando di Giovanni Albertini “Luciano”, mentre Armando Isoppo “Ezio” era il commissario politico. La Brigata garibaldina “Gramsci” era suddivisa in tre battaglioni: il “Gramsci”, comandato da “Silvio”; il “Vanni”, al comando di Astorre Tanca; il “Matteotti-Picelli”, al comando di Nello Quartieri “Italiano”. I garibaldini erano in maggioranza giovanissimi, operai, come Carlo, o contadini. C’era qualche giovane militare, come Tanca. Erano comunisti, ma anche socialisti, come “Primula Rossa” e “Italiano”. Non mancavano disertori dell’esercito repubblichino, ma anche disertori tedeschi e combattenti russi, fuggiti dal campo di prigionia. La sede del comando era Santa Maria di Scogna (Sesta Godano), ma i garibaldini erano attestati in tutti i paesi e frazioni della zona.

Ascoltiamo il racconto di “Bill Secondo” sul 20 gennaio e i giorni seguenti: “Nella zona di Cornice vi furono sparatorie dei partigiani del battaglione “Vanni”, che dovettero ritirarsi per mancanza di munizioni, e anche una reazione di un distaccamento del “Gramsci”, che dopo aver respinto i contrattacchi sotto Cornice e lungo il Mangia, obbedì all’ordine di ritirarsi. Io non ero presente perché stavo rientrando in zona, incontrai parte del distaccamento a Pieve di Zignago, dove ricevemmo l’ordine di avviarci verso Chiusola e salire al Gottero. La neve era molto alta, a ogni passo si sprofondava fino al ginocchio… Si procedeva in fila indiana sfruttando l’orma tracciata dal partigiano in testa… Ci guidava Giulio Bastelli, che conosceva la zona, ma gli davamo il cambio perché chi apriva faceva più fatica… Partimmo da Pieve che era già buio, arrivammo ai piedi del Gottero di prima mattina… Salimmo al monte tra la mattinata e il primo pomeriggio del 21 gennaio… Numerosi uomini cominciarono a provare dolori lancinanti ai piedi: compariva il nemico peggiore, il congelamento… Arrivammo alla “Casermetta” dei Due Santi, la piccola caserma della Forestale, e da lì a Fontana Gilente, il punto concordato. Ma tutto era stato distrutto dai tedeschi, non trovammo nemmeno nulla da mangiare. Ero così stanco che non mi resi conto che Bastelli ci stava guidando verso le cascine di Bassone, dove eravamo accampati diversi mesi prima… Qui arrivammo nella tarda serata del 22, e trovammo delle patate, che mangiammo bollite nella neve sciolta. Io rimasi, un altro gruppo decise di raggiungere Boschetto, dove erano già stati, e lì si fecero una polenta… Ma furono circondati dai tedeschi, vi fu qualche morto e alcuni prigionieri. Il freddo era terribile, 20-25 gradi sottozero, decidemmo con un altro gruppo di avviarci verso Albareto, nel parmense. Scendendo staccavamo i ghiaccioli dai rami succhiandoli con l’illusione di assorbire qualche sostanza… Nei punti ghiacciati si cercava di scivolare, a volte rotolavamo perché le gambe cedevano. A un certo punto ci apparve una casetta in mezzo al bosco, con il camino che fumava, ci avvicinammo prudentemente con le armi pronte, bussai alla porta e mi misi di fianco, la porta si aprì e apparve una donna robusta e colorita: ‘Via quelle armi, ci disse, qui non c’è pericolo, venite dentro!’. Entrammo in una cucina molto ampia con al centro una stufa rotonda e un pentolone che bolliva, e vicino un tavolo con sopra le tagliatelle! La donna ci disse: ‘State calmi, finché non avrete mangiato non vi lascerò andare!’. Partiti da lì raggiungemmo Albareto, dove trovammo un calzolaio che ci mise i chiodi agli scarponi. Ma dovemmo allontanarci perché arrivarono i tedeschi. Ci spostammo in continuazione, io mi trovai insieme ad altri a fare la guardia a dei tedeschi fatti prigionieri, che furono scambiati con i partigiani catturati a Boschetto. Una notte ci rifugiammo in una stalla e accendemmo un po’ di fuoco, e stanchi ci addormentammo. A un certo momento mi svegliai e cercai di scaldarmi, mi accorsi che stavo scaldandomi sul mio zaino che stava bruciando, con dentro diverse bombe a mano. Di colpo lo feci volare nella neve: fu un colpo di fortuna!”.

Borione conclude così il suo racconto: “Fu comunque una grande esperienza, da lì noi diventammo convinti di potercela fare: avevamo avuto perdite limitate, avevamo cioè vinto una grande battaglia, che ci avrebbe condotto al più presto alla Liberazione”. Peccato che lui non abbia potuto festeggiarla: combatté fino agli ultimi giorni precedenti il 25 aprile, a San Benedetto e a Montalbano, dove fu ferito. Un grosso proiettile lo sfiorò, colpì il muro dietro di lui e le schegge lo ferirono alla gamba e al braccio sinistri. Borione stava sparando da un’altura con un mitragliatore, mentre i suoi compagni all’arma bianca con bombe a mano e raffiche di mitra si scagliavano nell’ultimo scontro con i nazisti.
Nel racconto che mi ha fatto “Bill Secondo” c’è tutta l’epopea del Gottero, che ritroviamo compiutamente nel volume “La battaglia del Gottero”, curato da Antonio Giacché (un amico prematuramente scomparso), Maria Teresa Mori e Grazia Scoccia Biavaschi. Innanzitutto le istruzioni che aveva dato il Comando della IV Zona operativa: “Difesa elastica dei bassi contrafforti dei monti allo scopo di diminuire e rallentare la pressione nemica”, poi lo sganciamento. I tedeschi videro i partigiani mentre salivano al Gottero, ma erano troppo distanti per colpirli. I partigiani ce l’avevano fatta perché erano diventati un esercito, con una nuova organizzazione militare e una tattica elastica, quella della guerriglia. Ma la vittoria fu possibile -anche questo si evince dal racconto di Borione- soprattutto grazie al decisivo contributo delle popolazioni delle vallate e delle montagne, che sfamarono, protessero e curarono i partigiani. Accanto a ogni “bandito” -così i tedeschi chiamavano i partigiani- agivano uomini e donne di quelle terre, che con il loro coraggio e la loro solidarietà consentirono ai partigiani di muoversi veramente come “pesci nell’acqua”.

Sesta Godano, Chiusola, lapide a Piero Borrotzu, Medaglia d'Oro della Resistenza (2014)   (foto Giorgio Pagano)

Sesta Godano, Chiusola,
lapide a Piero Borrotzu,
Medaglia d’Oro della Resistenza
(2014) (foto Giorgio Pagano)

L’epopea del Gottero vive anche nel racconto che mi ha fatto un altro degli “ultimi”, Carlo Bertolani, nome di battaglia “Carletto” o “Carlin”. Bertolani è di Romito, la sua era una famiglia antifascista. Il CLN di Romito si riuniva a casa sua, quando i tedeschi se ne accorsero i genitori riuscirono a fuggire, lui andò ai monti. Anche “Carletto” fu garibaldino della Brigata “Gramsci”, ma di un altro battaglione, il “Vanni”. Il suo distaccamento era sopra Brugnato, era quindi il più vicino alla zona dove cominciò il rastrellamento. Ecco la sua storia di quei giorni: “Il comando ci aveva dato un mitragliatore per difenderci meglio, in aggiunta ai mitra Bren. Combattemmo tutto il giorno, fino al tardo pomeriggio, quando arrivò una staffetta dal comando con l’ordine di sganciarsi di notte e di andare a Pieve di Zignago. Smontammo il mitragliatore per nasconderlo nel bosco, i tedeschi ci videro, avemmo dei morti: Mario Capitani di Migliarina, Oronte Petriccioli di Lerici , Giuseppe Meneghetti di San Terenzo, che chiamavamo “il ragazzo” perché non aveva ancora diciotto anni, Mario Avesani. Giungemmo a Pieve per ultimi, le donne ci diedero una fetta di pattona a testa, camminammo tutta la notte, con due metri di neve, e arrivammo ai piedi della vetta del Gottero al mattino. Ci riposammo un po’, poi ci dirigemmo verso Albareto, dove trovammo dei contadini che scappavano e ci gridavano: ‘Ci sono i tedeschi!’. Tornammo indietro, di notte e un po’ di giorno, fino alla “Casermetta” dei Due Santi. Lì il commissario “Ezio” chiamò me e il mio compagno di Romito Francesco De Biasi “Gringo”. Anche “Ezio” era di Romito… Era il terzo giorno che non mangiavamo, ci disse: ‘Il posto più vicino è Zeri, andate a vedere se c’è da mangiare’. Arrivammo a Zeri che era notte… Trovammo una capanna piena di letame, passammo la notte seduti sul letame, che almeno faceva caldo, e pieni di pidocchi che ci facevano compagnia… Poi ripartimmo per il paese. Andai giù io, una donna mi vide e mi gridò: “Vai via, ci sono i tedeschi!”. Io scappai, loro cominciarono a sparare, io mi nascosi dietro una roccia, poi arrivò una nebbia fittissima… Sono stato davvero fortunato… Loro non mi vennero dietro per paura di imboscate… Con “Gringo” tornammo alla “Casermetta”, della nostra Brigata non c’era nessuno, trovammo il Battaglione Internazionale di Gordon Lett, che non si fidava di noi… Per fortuna con lui c’era un partigiano che ci conosceva… Rifacemmo la stessa strada per tutto il giorno, Orneto, Chiusola, Zignago… Ci fermammo in una casa di una contadina a Imara, era cinque giorni che mangiavamo neve e orinavamo sangue, abbiamo mangiato e dormito lì, De Biasi aveva i piedi congelati… Venne uno studente di medicina che era ai monti, Lanfranco Venturi “Vela”, che lo curò. Curò anche il comandante Tanca, pure lui congelato. La donna sgombrò una stanza, che diventò lo studio del medico, che curò tutti i partigiani… Curò anche me, mi provocò un dolore terribile, ma mi evitò la cancrena… Ho ancora le cicatrici ai piedi, se cammino è grazie a lui… La Brigata la ritrovai a Santa Maria di Scogna. Sono stato sempre con il “Vanni”, fino alla morte di Tanca, il 4 marzo, che è stato ucciso perché non poteva portare le scarpe e aveva degli zoccoli da donna, ma è voluto salire con noi su un monte per difenderci dai tedeschi ed è scivolato, e i tedeschi l’hanno preso e ucciso… E poi fino alla Liberazione, quando vendemmo cara la pelle a San Benedetto: fummo noi del “Vanni” a cacciare i tedeschi dal campanile, da cui sparavano con la mitraglia, la mitraglia l’abbiamo cacciata giù!”.

Ricordiamo tutti gli eroi del Gottero con le parole di Giuliano Secchi, “Giuliano”, vicecomandante della Brigata “Gramsci”: “Ricordo molto bene i volti di quegli uomini, che marciavano sulla neve, piegati dal carico, dalla stanchezza e dal digiuno. Non appena, per qualche motivo, veniva comandato l’alt in testa alla colonna, molti di loro si lasciavano cadere di lato, per riposarsi anche per pochi istanti, senza parlare, come morti. Provavo per loro una immensa sensazione di compassione e di affetto…”
Ma ricordiamo anche tutti i civili. Una famiglia per tutti: la famiglia Moggia di Serò. I tedeschi, sconfitti, ripiegarono sui paesi. All’alba del 24 gennaio una mitragliatrice tedesca, su una spianata sopra Serò, spaziava sulle case. Il fuoco uccise Giuseppe Moggia, la moglie Giuseppina Scrufari e il loro figlioletto Livio, di due anni. Poco vicino fu ucciso Guerino Guerrieri, sfollato di Spezia. Nella casa si salvarono miracolosamente tre bambini piccoli, gli altri figli dei Moggia, resi orfani dalla ferocia nazista. I montanari di Serò avevano osato sostenere i partigiani con la forza della solidarietà ma anche con quella delle armi: pagarono la loro scelta morale con un sacrificio durissimo.

Post scriptum:
Per una sintesi delle premesse, dello svolgimento e degli esiti della battaglia del Gottero si veda:
“Non un passo indietro. La Resistenza rivive nella mitica battaglia del Gottero”, Città della Spezia, 20 gennaio 2015
Sul rastrellamento di Valeriano, ultimo epilogo della battaglia del Gottero, si vedano, in questa rubrica:
“La battaglia del Gottero e l’eroismo di Amelio”, 22 gennaio 2012
“Dal Gottero a Valeriano vince la guerriglia della montagna”, 2 febbraio 2014

lucidellacitta2011@gmail.com

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