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La sinistra dopo Renzi

a cura di in data 17 Luglio 2014 – 09:58Nessun commento
Beverino Castello, la Chiesa di Santa Croce - Mostra fotografica "Beverino in uno scatto", Centro polivalente di Beverino, 3-11 maggio 2014 (foto Giorgio Pagano)

Beverino Castello, la Chiesa di Santa Croce
Mostra fotografica “Beverino in uno scatto”,
Centro polivalente di Beverino, 3-11 maggio 2014
(foto Giorgio Pagano)

Città della Spezia, 6 luglio 2014 – La sinistra italiana ha ancora un futuro o è destinata all’estinzione di fronte al dilagare del renzismo e del grillismo? Io credo che abbia un futuro, ma a certe condizioni; e cercherò di spiegarlo. Intanto va individuato il punto da cui, oggi, può e deve partire la sua ricostruzione: ce lo indica il risultato delle elezioni europee.

Negli altri Paesi europei gli spostamenti elettorali sono più leggibili, meno complicati. In genere, a sinistra dei partiti socialisti, laburisti e socialdemocratici, c’è una forza più o meno consistente: alle elezioni europee è in media al 6,92%, con punte altissime nei Paesi del Sud: 26,60% per Syriza in Grecia, 17,96% per le due liste spagnole, 17,25% per le due liste portoghesi… In Italia la lista “L’Altra Europa con Tsipras” ha raggiunto il quorum, con il 4,03%. Un piccolo miracolo, schiacciata com’era tra due colossi, senza un leader nazionale… Segno che la lista ha senz’altro una base più ampia, e delle potenzialità che esperienze precedenti di aggregazione a sinistra non avevano perché erano un mero assemblaggio di gruppi dirigenti dei partiti, mentre “L’Altra Europa con Tsipras” è un’esperienza con dentro movimenti, associazioni, personalità della cultura… E’ la prova che, quando si tratta di raggiungere un obbiettivo chiaro e credibile, dai serbatoi latenti della nostra società scatta ancora, a sinistra, un’energia vitale capace di superare le debolezze dei gruppi dirigenti. Non c’è dubbio: dopo elezioni in cui il Pd di Renzi ha “cannibalizzato” tutti, da Scelta Civica all’Udc, ma non la sinistra della lista Tsipras, il punto di partenza per la ricostruzione della sinistra non può che essere questa lista, questo progetto embrionale. Certamente non basta: ma è il punto di partenza.

Eppure, pochi giorni dopo un risultato insperato, un terzo dei deputati di Sel, partito che ha contribuito in modo determinante al successo elettorale della lista, è uscito dal partito per approdare nell’orbita del Pd di Renzi. A me pare un’operazione interna al Palazzo, inconsistente dal punto di vista culturale e teorico. Ormai si fanno le scissioni senza nemmeno scrivere dei documenti, bastano un’intervista o un tweet. Ma il danno provocato è grande, perché in questo modo si lancia, come ha notato Franco Giordano, un messaggio chiaro: “o nel contenitore indistinto e fluido dell’attuale Pd o confinati in una marginalità residuale”. Cioè la negazione in radice delle ragioni per cui Sel è nata, e in generale delle ragioni di esistenza di una seria e decente formazione di sinistra nel nostro Paese.

Il quesito di fondo è dunque questo: si può perseguire il progetto della ricostruzione della sinistra dentro il Pd di Renzi? E quindi, ancora prima: che cosa è diventato il Pd di Renzi? Certamente il Pd non è più la continuazione dei partiti che l’hanno preceduto. E’ un’altra cosa, nuova: non è più un partito di sinistra, anche se non è vero che sia diventato la nuova destra. Mi pare convincente l’analisi di Luciana Castellina: “Il Pd non è una reincarnazione della vecchia Dc: anche in quel partito coesistevano interessi e rappresentanze sociali molto diverse, ma ciascuna era fortemente connotata ideologicamente, aveva proprie specifiche culture e leader di storico peso. Anche il partito renziano è un arcobaleno sociale, ma le sue correnti sono assai meno chiare, hanno un peso assai minore, scarsi riferimenti nella tradizione di tutte le formazioni che l’hanno preceduto in questi quasi 25 anni. Se si dovesse trovare una similitudine direi piuttosto che si tratta del Partito democratico americano. Che certo non oserebbe mai prendersela a faccia aperta con i sindacati cui è sempre stato legato, ma certo include nelle sue file -basti guardare ai finanziamenti che riceve- ceti diversissimi per censo, potere reale, cultura. Se dico Partito democratico americano è perché il nuovo partito renziano segna soprattutto un passaggio deciso all’americanizzazione della vita politica: forte astensione perché una fetta larga della popolazione è tagliata fuori dal processo politico inteso come partecipazione attiva e dunque è disinteressata al voto; assenza di partiti che non siano comitati elettorali; personalizzazione dettata dalla struttura presidenziale”. Alfredo Reichlin e Matteo Renzi hanno definito questo Pd, “interclassista” e “pigliatutto”, come “il Partito della Nazione”: un partito che non è più una parte che compete con le altre ma diventa il tutto. Un tutto indistinto in cui non c’è più la dialettica tra la destra e la sinistra. Non a caso il Pd renziano attrae, indistintamente, tutti: non solo gli scissionisti di Sel ma anche il ceto politico di destra. In Liguria, per esempio, si è creata un’associazione “renziana” con dentro colui che è stato candidato sindaco contro Doria per il Pdl a Genova, nonché fiduciario di Scajola nella Fondazione Carige. Trasformismo e opportunismo? Certamente sì: sono fenomeni che costituiscono una costante significativa della storia d’Italia, come dimostrano le “ricollocazioni” attorno a Cavour, a Mussolini, a Berlusconi… Ma trasformismo e opportunismo sono facilitati, nel caso della “ricollocazione” attorno al Pd di pezzi del ceto politico della destra, dal fatto che si aderisce a un partito in cui è assente la critica alla società contemporanea. Che da un lato concede 80 euro, anche se non a chi ha più bisogno e anche se li finanzia con i tagli agli enti locali, ma dall’altro lato non dà alcun segno di una politica economica alternativa all’austerity: non c’è una politica fiscale redistributiva, mancano misure di rilancio degli investimenti pubblici, non c’è una politica del lavoro che non sia quella dell’ulteriore precarizzazione. Il modello di riferimento di Renzi è del resto l’”innovazione” di Tony Blair e Gerard Schroeder, i due leader che hanno reso Gran Bretagna e Germania due tra i Paesi con maggiori diseguaglianze al mondo, con tagli di pensioni, welfare, scuola e diritti. E se ciò è accaduto di meno in Germania, è stato per effetto della odiatissima, dalla destra e da Renzi, “concertazione”. Del resto Blair e Schroeder lavorano oggi, con consulenze miliardarie, l’uno per gli sceicchi e ora anche per il generale “golpista” in Egitto, l’altro per la Gazprom di Putin. L’”innovazione” va avanti e produce frutti, ma solo per le loro tasche…

Beverino, Cavanella Vara, la Chiesa di San Martino - Mostra fotografica "Beverino in uno scatto", Centro polivalente di Beverino, 3-11 maggio 2014  (foto Giorgio Pagano)

Beverino, Cavanella Vara, la Chiesa di San Martino
Mostra fotografica “Beverino in uno scatto”,
Centro polivalente di Beverino, 3-11 maggio 2014
(foto Giorgio Pagano)

Entrare nel Pd non ha, dunque, alcun senso per la sinistra. Lo dimostrano anche l’afasia o la subalternità delle aree del Pd che si dichiarano di sinistra: ricordano quelle della sinistra socialista quando Craxi divenne l’”uomo solo al comando” del Psi. Aggiungere un’altra corrente ininfluente mi sembra davvero patetico. Il punto, invece, è ricostruire un soggetto politico di sinistra, non settario, capace di sfidare Pd e M5S, di interloquire con le loro minoranze interne e soprattutto con i loro elettorati e con l’elettorato che si è astenuto. Io non so come evolverà il Pd di Renzi. Né come reagirà l’elettorato alle tante sue promesse che non potrà mantenere: in autunno la ripresa economica purtroppo non ci sarà, e la luna di miele è destinata a finire. A quel punto sarà chiaro che serviranno politiche veramente radicali e alternative all’austerity. Ma una cosa oggi è certa: il centrosinistra non c’è più, è una ricostruzione da fare. Un ciclo si è chiuso con le elezioni politiche del 2013, che segnarono, con la sconfitta della coalizione Italia Bene Comune e la scelta del Pd di governare con le “larghe intese”, l’usura del sogno originario di Sel: la costruzione di un centrosinistra del cambiamento. Se sarà possibile ridar vita al sogno, lo sarà solo grazie all’esistenza di un soggetto di sinistra critico, autonomo, che abbia una cultura di governo ma non sia omologato. Renzi ha dato una speranza a un Paese che non ce la fa più: ma senza la sinistra la risposta non potrà essere all’altezza di questa speranza.

Piero Bevilacqua, un uomo di cultura che in questi anni ha molto contribuito a tenere aperto il varco della critica al pensiero dominante, ha scritto parole che condivido: “Io credo che mai come oggi le idee e i valori della sinistra siano stati in così piena sintonia con i bisogni e le aspirazioni universali dell’umanità. Dalla rinascita dei valori dell’eguaglianza e della solidarietà ai temi dell’accoglienza e del dialogo interculturale, dalla rivendicazione dei diritti individuali in un campo amplissimo di ambiti, ai temi dei beni comuni, dalla indicazione di nuove forme di economia e consumo alle questioni della rigenerazione delle risorse, della protezione della natura e del territorio. Dispersi in una costellazione pulviscolare di associazioni e movimenti questi temi fecondano la società e parte dell’immaginario nazionale, ma si muovono in una terra di nessuno, senza un soggetto politico che se li intesti e li faccia diventare materia di un progetto culturale egemonico”. Questo soggetto politico non si creerà dall’alto, ma sul territorio, in un processo democratico: tenendo aperto il dialogo tra tutte le forze -partiti, associazioni, personalità della cultura- che hanno animato la lista Tsipras, rifuggendo da tentazioni minoritarie che si sono pur manifestate -perché i tempi e i modi della crisi del Paese non lasciano spazio alle vocazioni testimoniali- e allargando il confronto a tanti elettori del Pd e del M5S o che si sono astenuti, all’enorme esercito degli scoraggiati e degli indignati. Si parta dalla società, dalle persone, e da un programma che riconnetta la politica alla vita: alternativa all’austerity, referendum contro il fiscal compact, New Deal per il lavoro, reddito di cittadinanza, conversione ecologica dell’economia, diritti individuali, riforma della politica. Ci si reimmerga nella vita delle persone e di un popolo deluso. La sinistra o è sociale o non è. Solo così nascerà il soggetto politico, e verranno anche il leader e il gruppo dirigente di alto profilo che oggi non ci sono ancora. A poco a poco la voragine che si è aperta sull’ala sinistra del nostro sistema politico potrà essere riempita. Un presidio molto forte a sinistra serve agli strati sociali più deboli e a tutto il Paese. Serve persino al Pd.

lucidellacitta2011@gmail.com

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