Dal Sessantotto ai giorni nostri
13 Aprile 2021 – 21:34

Intervista di Fabio Lugarini a Giorgio Pagano sul secondo volume di “Un mondo nuovo, una speranza appena nata. Gli anni Sessanta alla Spezia ed in provincia”Città della Spezia, 3-4-5 aprile 2021
Partendo dalla lettura del secondo …

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La politica al tempo di Draghi – prima parte

a cura di in data 11 Marzo 2021 – 23:20Nessun commento

Lucca, Chiesa di San Francesco, “The Towers/Lucca Hubris” di Peter Greenaway, 21-22 settembre 2013
(foto Giorgio Pagano)

Città della Spezia, 28 febbraio 2021

PERCHE’ E’ CADUTO IL GOVERNO CONTE
E’ impossibile dare un giudizio sul Governo Draghi e una previsione su quello che ci aspetta se non partiamo da un’analisi del perché è caduto il Governo Conte. Il Governo Conte non è caduto per caso, ma per una manovra politica, il cui protagonista -solo apparente- è stato Matteo Renzi. Renzi si è accanito contro Conte perché era il perno della maggioranza di governo Pd-M5S-Leu, che si è voluto colpire sia come esperienza di governo sia come alleanza strategica di centrosinistra per la prospettiva (rinunciando alla quale non ci sarebbe alcuna partita). Il disegno renziano voleva inoltre slabbrare i confini tra centrodestra e centrosinistra, con l’obiettivo di conquistare uno spazio politico al centro. Fallito il tentativo di impossessarsi del Pd, poi quello di svuotare il Pd con la fondazione di Italia Viva, a Renzi non era e non è rimasto che l’obiettivo di un nuovo centrismo.
Ma in realtà il “duello” Renzi-Conte spiega solo in parte quel che è successo. Dietro al piccolo guastatore si sono mosse forze ben più potenti, che prima lo hanno utilizzato e poi lo hanno reso del tutto marginale. Dopo il voto del 2018, l’Italia, a causa della formazione del Governo M5S-Lega, aveva deragliato rispetto alla sua tradizionale collocazione europea. Il Governo Conte due l’ha riportata nel suo solco storico, in sintonia con un’Europa che sta cambiando molto in meglio. I Cinque Stelle sono confluiti nel campo europeista e si è creata un’alleanza nuova, che dava fastidio a tutti i poteri economici e finanziari, al notabilato, all’opposizione, alla stragrande maggioranza dei mezzi di informazione. Dava fastidio la libertà di Conte rispetto all’establishment -quello vero-, tanto più dopo aver ottenuto un cambio fondamentale nell’Unione europea: l’accettazione di indebitarsi in comune, 300 miliardi di euro del Next Generation Eu per l’Italia.
Prova ne sia che, in realtà, non si è mai discusso veramente del Piano per l’utilizzo di questi fondi, ma solo della “cabina di regia”. Si blaterava sul Mes, sul Ponte sullo Stretto, ecc., per tentare di trasformare un successo in un flop: ma interessava solamente la gestione dei fondi. Infatti del resto non si è più parlato.
Pur con tutti gli errori del Conte due, che non sono mancati, e pur con tutte le accuse di dilettantismo che quel governo si è tirato addosso, prevalgono di gran lunga i meriti, compresi quelli legati alla determinazione con cui si è combattuta la pandemia e a un tentativo inedito in Italia di affrontare la crisi proteggendo i più deboli: in futuro giudicherà la storia, e nessuno potrà togliere questi meriti. Gli “scappati di casa” qualche risultato sul terreno l’hanno lasciato. E’ stato proprio Mario Draghi a dire che non intende riscrivere ma solo “approfondire e completare” il piano di Conte -quello che Renzi definiva “scritto con i piedi”- perché i progetti elaborati finora sono di “alto livello”. Ma lo farà lui. Alla fine, la sostanza è tutta qui. Oltre, come detto, alla messa in discussione di un’alleanza e di una prospettiva politica.

Lucca, Chiesa di San Francesco
(2013) (foto Giorgio Pagano)

IL GOVERNO DI UNITA’ NAZIONALE PORTERA’ RISULTATI?
Nel mio libro “Non come tutti” (leggibile in www.associazioneculturalemediterraneo.com) ho criticato la tendenza italiana al “partito unico articolato” tipico delle “larghe intese permanenti”: è infatti nella più radicata tradizione delle nostre classi dirigenti la scelta di avvalersi di un “partito unico” di governo. Gli schieramenti possono anche essere di volta in volta diversi, ma comunque agiscono sempre all’interno dello schema, valoriale e programmatico, tracciato dal “partito unico”.
In alcune fasi questa tradizione ha portato a dar vita a veri e propri governi di unità nazionale. Ma la storia d’Italia dimostra che questi governi hanno sempre avuto vita breve e sono sempre stati caratterizzati da scarsa capacità riformatrice, perché paralizzati da veti reciproci e privi di una visione comune. E’ difficile pensare che il Governo Draghi faccia eccezione. Le scelte imbarazzanti -per usare un eufemismo- in materia di sottosegretari lo lasciano già intendere. Basta leggere, del resto, le dichiarazioni dei vari esponenti politici fino a pochi giorni prima della formazione del governo: tutti escludevano di fare alleanze con i “nemici”, perché avrebbero portato “confusione e precarietà”. Subito dopo queste alleanze le hanno fatte: ma le motivazioni usate in precedenza per non farle restano valide. Dobbiamo rallegrarci per la nuova unità raggiunta o, piuttosto, preoccuparci per la “confusione e precarietà” che domineranno e interrogarci sull’effetto nefasto prodotto tra i cittadini da questi clamorosi voltafaccia?
Del resto siamo un’eccezione. Il Covid-19 è in tutto il mondo, e in tutto il mondo si continua a votare: dall’America all’Ecuador. I piani nazionali del Next Generation Eu si stanno scrivendo in tutti i Paesi europei, ma in nessuno si dà vita a governi di unità nazionale. In tutto il mondo le ragioni delle forze progressiste non si sommano a quelle delle forze conservatrici e sovraniste. Casomai si combattono. Giustamente: la politica ha bisogno di conflitto, di pluralità, di dialettica. Cito ancora “Non come tutti”: “Sempre […] la democrazia può richiedere il compromesso. Ma come esito di un conflitto. Il conflitto non è cancellabile, e la democrazia storicamente si sviluppa proprio nutrendosi del conflitto, attraverso cui si costituiscono nuove forme politiche e nuovi equilibri sociali”. Invece si dice: niente conflitto per il bene della Nazione. Peccato che i ricchi non vogliano le stesse cose di cui hanno bisogno i poveri: la crisi sta moltiplicando diseguaglianze e ingiustizie di ogni genere, che si possono combattere solo con un piano di politiche fiscali, di distribuzione del reddito. Ma si possono forse fare scelte così nette restando nello schema del “partito unico”?
Draghi deve dunque scegliere. E’ sbagliato dire che ha già scelto, perché “liberista” e “antisociale”. Il nuovo Presidente del Consiglio, da Presidente della BCE, fu certamente tale quando scrisse la lettera al Governo italiano nel 2011, così come quando provocò il disastro greco. Ma Draghi è anche colui che, negli ultimi due anni alla BCE, spinse al “Quantitative Easing”, all’uso espansivo della leva fiscale, agli investimenti. E la pandemia ha certamente mutato le sue idee, oggi più vicine a quelle dell’economia sociale di mercato.
Certo, la sconfitta dell’asse M5S-Pd-Leu viene da destra. Ma dove si va? La sensazione è che Draghi vada a destra non perché sia intrinsecamente di destra, ma perché lo sostiene anche la destra, che ha vinto. E’ vero che lo sostiene anche il centrosinistra: ma dopo aver perso. E’ una sfida per tutti: ma più difficile per il centrosinistra. Il rischio concreto è quello di una normalizzazione e di una restaurazione. Dipenderà da Draghi, ma anche da come agiranno il centrodestra e il centrosinistra.
L’ambiguità attuale di centrodestra e centrosinistra -entrambi confusi al loro interno- si scioglierà in una chiarificazione della loro identità? Andremo verso un nuovo e più maturo bipolarismo o verso un assetto più centrista, come vogliono in tanti, sia pure per ora con poche truppe? Su questi temi ritornerò domenica prossima.

lucidellacitta2011@gmail.com

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