Presentazione di “Un mondo nuovo, una speranza appena nata. Gli anni sessanta alla Spezia e provincia” di Giorgio Pagano e Maria Cristina Mirabello, Sabato 20 agosto alle ore 21 nel piazzale della parrocchia di S. Andrea a Levanto
11 Agosto 2022 – 22:09

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La bandiera dei sovversivi di Pitelli

a cura di in data 7 Luglio 2022 – 21:45Nessun commento

Pitelli
(2022) (foto Giorgio Pagano)

Città della Spezia 5 giugno 2022

TRA FINE OTTOCENTO E INIZIO NOVECENTO
Oggi Pitelli ricorderà il centenario della “sua” bandiera e nel contempo il centenario dell’avvento del fascismo, che vide il borgo protagonista.
Dal 1880 al 1930 Pitelli aveva conosciuto una rivoluzione demografica: da 1000 a 2700 residenti. Erano operai provenienti da ogni parte d’Italia, in particolare dalla Toscana, per lavorare nelle industrie spezzine. Il borgo aveva una posizione strategica: a piedi si raggiungevano i cantieri e le fabbriche del levante, ma anche l’Arsenale a Spezia. Si svilupparono, in quegli anni, le idee politiche rivoluzionarie, in contatto con i borghi vicini -Arcola, del cui Comune Pitelli fece parte fino al 1928, Romito Magra, Lerici- ma anche con Spezia eSarzana.
Il primo sciopero che si ricorda a Spezia fu quello del 1877 in Arsenale, ma nella memoria dei pitellesi è inciso il primo sciopero nella vicina fonderia della Pertusola, il 21 aprile 1890. Pochi giorni dopo, nel borgo, i repubblicani indissero una conferenza per la riduzione dell’orario di lavoro a otto ore. Vi partecipò Felice Albani, il capo delle organizzazioni operaie repubblicane in Italia, che proprio in quegli anni stava lavorando a creare una nuova formazione politica, repubblicano-collettivista. Nel 1894, a Pitelli, era presente un circolo repubblicano-collettivista, il cui rappresentante Nicola Landi -ricordato in una stele in piazza degli Orti- partecipò al congresso nazionale del Partito Socialista del 1894.
Tra fine Ottocento e inizio Novecento nacquero la Sezione socialista, i Circoli anarchici e quelli cattolici, le cooperative, le Società di Mutuo Soccorso, la Pubblica Assistenza. Pitelli e i suoi operai furono protagonisti del “biennio rosso” (1919-1920), culminato con l’occupazione delle fabbriche, e poi conobbero le tragedie del “biennio nero” (1921-1922), che terminò, il 28 ottobre 1922, con la marcia su Roma da parte dei fascisti. Da un lato c’era una classe operaia con una diffusa coscienza di sé e del proprio ruolo, dall’altro un sindacato e un partito che non rispecchiavano quella maturazione, e non preparavano né una soluzione riformista di governo -il PSI aveva raccolto nelle elezioni politiche del 1919 il 32% dei voti, la maggioranza relativa- né la rivoluzione. Fu tuttavia, quella del socialismo italiano, una storia gloriosa, prodotto più che causa della crisi della società italiana del tempo. C’erano, chiediamoci, le condizioni per una soluzione di governo che impedisse l’avvento del fascismo o per la rivoluzione? La risposta è impossibile. Certamente pesò il ruolo delle classi possidenti e dello Stato, che scatenarono la reazione squadrista contro il movimento operaio. Una “brutalizzazione della politica” che aveva origini lontane, nella brutalità antioperaia e antisocialista tra fine Ottocento e inizio Novecento. Non fu il sovversivismo “rosso” la causa del fascismo, che ha invece origini di lungo periodo nella società italiana. Aveva ragione il nostro storico forse più grande, Claudio Pavone, a mettere in collegamento il primo dopoguerra e il fascismo con la violenza precedente e con la repressione nello Stato e nella società italiana.

IL 1921
Va detto che il 1921 fu un anno non solo “nero”. Nonostante tutto, le elezioni politiche del maggio dimostrarono le grandi riserve che aveva ancora il movimento operaio. A Spezia, per esempio, il PSI ottenne il 33,4% dei voti, il neonato PCd’I l’8,9%, i riformisti l’1,4%. I popolari (cattolici) ebbero il 7,9%. Ma questa forza maggioritaria era profondamente divisa. Anche a Spezia lo Stato stava da una parte sola: subito dopo le elezioni le guardie regie risposero al corteo dei giovani socialisti e comunisti con l’eccidio di via Torino. I fatti di Sarzana evidenziarono anch’essi la capacità di resistenza del movimento operaio. Non solo: Sarzana simboleggiò due eccezioni, l’unità dei partiti operai e l’impegno dello Stato contro il fascismo. Ma furono, appunto, eccezioni. I partiti operai erano più che mai confusi, mentre lo Stato fece la scelta opposta: Guido Jurgens e Vincenzo Trani, funzionari imparziali e perciò politicamente infidi, furono cacciati.
Nel 1921 anche Pitelli conservava tutta la sua vitalità. Nel dicembre 1921, per limitarci all’ultimo esempio dell’anno, fu inaugurato il Circolo Giovanile Libertario, presente Pasquale Binazzi, direttore del giornale anarchico “Il Libertario”.

IL 1922
Gli scontri con i fascisti erano però all’ordine del giorno. “Il Secolo XIX”, filofascista, il 12 gennaio 1922 scriveva di uno scontro, tipico di quei tempi, in una sala da ballo:
“Durante la notte del giorno 9, parecchi comunisti di Pitelli, veduti in una sala da ballo due fascisti, dopo alcuni spintoni li invitarono ad uscire e quando furono sulla strada imposero loro di abbandonare il ballo. I due fascisti, tale Antonio Gatti del luogo e Antonio Fedreghini di Spezia, l’uno di 20 l’altro di 19 anni, opposero un netto rifiuto. E intanto altri comunisti erano intervenuti accerchiandoli.
Visto il pericolo i due fascisti estratte le rivoltelle spararono qualche colpo in aria. Accorsi, ai colpi, i carabinieri, i comunisti fuggirono e i due fascisti vennero tratti in arresto. Un terzo fascista, Pierino Rebera […] è latitante”.
Poi fu tutto un crescendo. La notte del primo maggio i fascisti di Pitelli andarono alla ricerca della bandiera rossa del Circolo comunista. Nel 1975 Antonio Bianchi, nel libro “Storia del movimento operaio di La Spezia e Lunigiana”, riportando la testimonianza del comunista pitellese Edmondo Calzolari, scrisse:
“Qui, nella notte, gli squadristi, che sapevano di poter trovare la prima bandiera rossa comunista del circondario, penetravano nel forno di Edmondo Calzolari e lo minacciavano di morte senza ottenerne nulla. Al mattino il Calzolari veniva portato in caserma e picchiato in presenza di carabinieri che assistevano indifferenti. I fascisti chiedevano la bandiera rossa della sezione e minacciavano di impiccare Calzolari e l’operaio Arturo Levantini, arrestato nel frattempo. L’ultimatum scadeva alle 17. La bandiera, che era stata nascosta in una cassetta metallica e sotterrata ai piedi di un grosso pino nella vicina località di Vallegrande, quando ci si rese conto che la sentenza stava per essere eseguita, venne prelevata da alcune donne e consegnata ai fascisti in cambio della vita dei due”.
Forse, come vedremo, la testimonianza di Calzolari non è del tutto precisa. Ma certamente la spedizione squadrista ci fu. In una corrispondenza datata 5 maggio Stefano Lambati, su “Il Libertario” dell’11 maggio, scriveva:
“La mattina del 1° maggio ad iniziativa della Sezione repubblicana ‘Maurizio Quadrio’ e del Circolo Libertario si è costituito a Pitelli un Comitato di Difesa Civile, al quale aderiscono tutte le locali Sezioni e Gruppi di partiti d’avanguardia e il cui compito principale è impedire che il nostro paese venga gettato nel disordine e nel lutto dal sorgere di quel movimento incivile e vergognoso che da due anni insanguina tutte le contrade italiche”. Un Comitato che ricorda il Comitato di Difesa Proletaria costituitosi a Sarzana nel luglio 1921.
L’articolo proseguiva con un ammonimento “a coloro che possono impedire il verificarsi di eventuali dolorosi fatti” e annunciava “un manifesto alla cittadinanza”. Riferiva infine che “la festa del lavoro trascorse qua tra la massima solidarietà e compattezza e quantunque le regie proibizioni non abbiano consentito il libero svolgersi della manifestazione, essa è riuscita davvero solenne”. Al pomeriggio “presero parte alla tradizionale gita campestre al monte Canarbino molti intervenuti anche dai paesi circonvicini che gremivano i poggi circostanti”. Il comizio fu tenuto dai comunisti Massari e Collotto e dal repubblicano di Pitelli Giordano Sommovigo.
Lamberti pubblicò su “Il Libertario” del 18 maggio una corrispondenza datata 16 maggio che conteneva il testo integrale del manifesto del Comitato, in cui i firmatari si dicevano “decisi a non tollerare sopraffazioni e provocazioni malvagie” e invitavano le varie correnti politiche e la popolazione a “essere pronti al nostro fianco per la difesa di tutte le libertà”.
L’appropriazione della bandiera da parte fascista era stata dunque impedita. Ma solo per poco. Non fu così, infatti, a fine agosto. La Prefettura, in un telegramma del 31 agosto 1922, riferì che il 30 una squadra fascista decise una spedizione a Pitelli, che fu bloccata dall’intervento dei carabinieri; e che all’alba del 31 la spedizione riprese, con almeno trenta fascisti in paese, che chiesero e ottennero dalla sezione socialista la bandiera rossa.
Lo conferma “Il Secolo XIX”, sia pure a suo modo: non ci furono due spedizioni, secondo questo giornale, ma un’aggressione e una rappresaglia. Il 30 agosto scriveva che “il fascista Rinaldo Michelazzi, abitante a Pitelli, fu aggredito da due anarchici, tali Nebbia Colombo e Renato Ricci anch’essi del luogo”. Accorsi i carabinieri, Il primo fu arrestato, mentre il “suo compagno riusciva a fuggire”. Il 31 agosto “Il Secolo XIX” aggiungeva che i carabinieri avevano perquisito l’abitazione del socialista Nello Pellegri, tratto in arresto dopo la scoperta che possedeva due rivoltelle, e che per l’aggressione a Michelazzi erano stati denunciati i fratelli Emilio e Natale Raspolini, latitanti.
Il 1° settembre, infine, “Il Secolo XIX” scriveva:
“In seguito all’aggressione compiuta a Pitelli contro un fascista […] il Direttorio del Fascio spezzino intimò subito ai sovversivi di quel luogo di consegnare entro 48 ore le bandiere dei loro circoli. Questa notte, essendo scaduto l’ultimatum, e non avendo i sovversivi obbedito all’ingiunzione fascista, un forte gruppo di fascisti circondò il paese ed all’alba vi irruppe impadronendosi di una bandiera rossa che era nel circolo socialista e che fu bruciata in piazza. Tutti i sovversivi non furono trovati in casa, essendo fuggiti sino da ieri. Senza che avvenissero incidenti, i fascisti tornarono alla loro sede, portando come trofeo un’altra bandiera rossa consegnata da una donna, la quale l’aveva avuta in deposito dai comunisti del paese”.
Antonio Bianchi, nel libro “Lotte sociali e dittatura in Lunigiana storica e Versilia 1919-1930” scrisse che la bandiera “era stata consegnata pena la morte di due operai comunisti presi in ostaggio”, dopo una spedizione avvenuta il 31 agosto.
Quel che avvenne è dunque, nella sostanza, chiaro. Fu l’inizio della capitolazione. In primo luogo da parte sindacale. Scriveva “Il Popolo” del 9 settembre 1922:
“Una commissione della Camera Confederale del Lavoro, composta dall’avv. Bronzi e dal sig. Bertone, ha avuto un abboccamento col segretario del Fascio locale Bertozzi, per addivenire ad un patto di pacificazione. Come primo punto il segretario Bertozzi dichiarò che anzitutto bisognava che fosse consegnata al Direttorio Fascista la bandiera rossa della Confederale. Ed essa fu subito consegnata”.

L’ARDITISMO POPOLARE, GRANDE OCCASIONE MANCATA. STORIE DEGLI ARDITI PITELLESI
Anche le vicende di Pitelli ci dimostrano che fino al 1922 c’era un anelito unitario e di lotta vivo tra le masse, dal basso, che ispirò il movimento degli Arditi del popolo. I repubblicani, i socialisti, i comunisti, gli anarchici del Comitato di Difesa Civile erano Arditi del popolo, “pronti per la difesa di tutte le libertà”. Ma furono tutti tentativi improvvisati, come a Sarzana nel luglio 1921, come alla Serra nel febbraio 1922: senza alcun coordinamento nazionale, senza un appoggio dei partiti operai. Quei rivoltosi avevano qualche rivoltella, ma un partito armato del movimento operaio non vi fu mai. Mentre lo Stato abdicava al suo ruolo e stava da una parte sola.
Ma chi erano gli Arditi pitellesi? Erano operai e artigiani, con un forte spirito di classe.
I due anarchici citati da “Il Secolo XIX” nell’articolo del 30 agosto erano in realtà due comunisti. Nebbia Colombo si chiamava Ettore -Nebbia Colombo era il cognome- e faceva il carpentiere in ferro. Nel 1930 chiese di emigrare in Francia per lavoro, con l’avvento del fascismo aveva abbandonato l’attività politica. Renato Ricci, panettiere, emigrò in Francia,poi navigò, infine tornò a Pitelli per lavorare alla Pertusola, sempre sorvegliato.
Nel gruppo c’erano i socialisti: Rolando Locori, tornitore, Foresto Simonini, meccanico, Erinio Simonini, carpentiere, padre di Vico, manovale comunista, al confino alle Tremiti dal 1937 insieme a un altro giovane comunista pitellese, Bruno Caleo. C’erano i repubblicani, come Gino Porrini. Gli anarchici, come Michele Parentini. E c’erano i comunisti:Gigino Cinelli, carpentiere, Gino Luschi, commesso, Lindo Pellegri, carpentiere, Oscar Migliorini, meccanico. Quest’ultimo, nel ventennio fascista, fu anche segretario provinciale del partito, poi al confino a Ponza per cinque anni, dal 1933, poi arrestato nel 1939 nella retata che decapitò il gruppo dirigente comunista spezzino e condannato a trent’anni. Morì a Mauthausen il 10 maggio 1945. Nello stesso processo fu coinvolto anche Rolando Locori, cognato di Migliorini, condannato a due anni (lo vedete nella foto in basso, che riproduce quella del suo fascicolo personale nel Casellario Politico Centrale, in capo alla divisione sicurezza del Ministero dell’Interno).
L’impegno degli Arditi, soprattutto comunisti, fu davvero garanzia per il futuro. Grazie a loro la bandiera sequestrata nel 1922 tornò nella sede del PCI, e oggi è ancora a Pitelli, quasi rosa per il peso degli anni. Migliorini è il simbolo di questo impegno. Così Gino Luschi, che diventerà partigiano nel Battaglione Ulivi della Brigata garibaldina Menconi, in Apuania. Così Gigino Cinelli, che farà parte del Comando Raggruppamento Garibaldi in Lombardia. Mentre il socialista Locori dirigerà il Comitato sindacale del CLN spezzino, insieme al comunista Mario Ragozzini e al cattolico Agostino Ravecca. Oggi vediamo tutti i limiti dell’arditismo: il suo aspetto solo militare e non politico, il suo rigido classismo. Ma quei combattenti ebbero il merito di non arrendersi e di gettare le premesse per la lunga lotta che seguì. La Resistenza superò quei limiti, ma nacque anche dall’antifascismo delle origini.

Ronaldo Locori, socialista pitellese
(dal Casellario Politico Centrale)

LA BANDIERA BIANCA
C’erano anche gli oppositori cattolici, come i giovani dell’Azione Cattolica di Pitelli, alcuni dei quali, come ha raccontato il pitellese Silvio Sassetoli -che fu rastrellato nel 1944 e deportato in Germania- parteciparono nel 1921 a Roma all’iniziativa per i cinquant’anni della Gioventù cattolica e furono caricati dalle guardie regie. La loro bandiera bianca fu macchiata dal sangue di un sacerdote colpito al viso da una sciabolata. Leggiamo la testimonianza di Sassetoli:
“Nel 1932 il Duce ordina lo scioglimento di tutte le associazioni cattoliche. Ci apprestammo a salvare e asportare ogni cosa esistente nella sede sociale, prevedendo l’invasione dei locali da parte dei fascisti. Personalmente mi preoccupai di salvare la nostra gloriosa bandiera. Lo feci all’insaputa di tutti per ovvie ragioni, ben sapendo che i fascisti l’avrebbero senz’altro bruciata. Non dissi niente neppure ai miei familiari; nascosi in luogo sicuro il bianco vessillo e lo riportai alla luce dopo il mio ritorno dalla deportazione in Germania. Ora la bandiera insanguinata è gelosamente conservata come storico cimelio alla sede Centrale di Roma dell’Azione cattolica”.
Questa insistenza sulla bandiera ci spiega l’importanza dei simboli. E ci fa riflettere sul fatto che l’egemonia della componente socialista, anarchica, comunista nel movimento operaio non deve mai far dimenticare la forte influenza del cattolicesimo sociale. Ci fu, tra questi due mondi, una rottura, ma anche una contaminazione reciproca. Perfino negli anni della guerra fredda il dialogo non mancò, anche a Pitelli. A proposito di contaminazione, è significativa la richiesta avanzata da numerosi lettori del giornale spezzino “Il Popolo” alla redazione: pubblicare le strofette dell’inno “bandiera bianca” sulla falsariga della notissima “bandiera rossa”. “Il Popolo” del 3 luglio 1920 riprodusse le strofette: “Avanti o popolo! Con fede franca/bandiera bianca! bandiera bianca!/ Avanti o popolo! con fede franca/ bandiera bianca trionferà/ Bandiera bianca, sì, trionferà/scudo crociato ci proteggerà”.

LA BANDIERA ROSSA
Ma oggi è il giorno della bandiera rossa. Mi viene in mente una recente intervista dello storico Alessandro Barbero. Alla domanda “È stato comunista, iscritto al Partito Comunista quando c’era Berlinguer. Si definirebbe ancora comunista?”, Barbero ha risposto:
“È una cosa che mi chiedo ogni tanto, perché in realtà ci sono due significati diversi di questa parola. Per gran parte della sua storia il comunismo è stato un progetto plausibile, poi concretamente realizzato in modi purtroppo largamente insoddisfacenti, se non criminali in tanti casi. Però è stato un grande progetto che generazioni e generazioni di esseri umani hanno portato avanti, credendoci. Era il futuro. In quel senso oggi mi sembra difficile essere comunisti. Magari rinascerà, ma in questo momento non vedo quella alternativa al capitalismo e al sistema unico. Non ne vedo neanche nessun’altra, beninteso, ma questa proprio non la vedo.
[…] In questo senso, non riesco in piena sincerità a dire sì, sono comunista. Se poi essere comunista vuol dire che comunque quel progetto, con tutti i suoi sbagli e con tutti i suoi crimini, fa vibrare dentro un’emozione positiva mentre il progetto fascista o nazista e anche il capitalismo totale e trionfante ti suscitano ripugnanza, ecco in quel senso so di stare da quella parte. Appartengo a quel mondo e a quella cultura. A me non succederà mai che una falce e martello o una stella rossa possano sembrare dei simboli del male”.
Sono quasi del tutto d’accordo. In “Un mondo nuovo, una speranza appena nata”, il mio libro sugli anni Sessanta e il Sessantotto, ho ragionato su questo tema citando il “Piccolo manifesto dei comunisti (senza classe ne partito)”, un brevissimo testo postumo della scrittrice Elsa Morante, che risale al 1970 circa. Si tratta di una aggiuntain tredici punti ai temi de “Il mondo salvato dai ragazzini”, il testo che è il documento più alto del Sessantotto, insieme a “Lettera a una professoressa” di don Lorenzo Milani. Il movimento dei “ragazzini” andava perdendosi in una visione della politica di stampo leninista, tutta basata sulla “potenza” e sulla “presa del potere”. La rivoluzione, scriveva la Morante, è una “assoluta necessità”, ma il suo compito è “liberare tutti gli uomini dal Potere affinché il loro spirito sia libero”.
Lunga vita alla bandiera, contro il Potere e per lo spirito libero!

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Sui temi di oggi rimando agli articoli pubblicati su questo giornale:
Portovenere, difendiamo storia e memoria, 20 ottobre 2019
I fatti di via Torino, 30 maggio 2021
Sarzana, quando il fascismo poteva essere battuto, 21 luglio 2021
A cento anni dall’eccidio di Arpiola di Mulazzo, 22 dicembre 2021
Da Sarzana a Luni, la memoria dell’antifascismo cent’anni dopo, 28 dicembre 2021
Con un piede nel passato, per andare avanti ad occhi aperti, 6 febbraio 2022
E agli articoli:
Una popolazione fiera che seppe reagire ai fascisti, Il Secolo XIX nazionale, 21 luglio 2021 (leggibile su www.associazioneculturalemediterraneo.com)
Il primo antifascismo. A cento anni dai fatti di Sarzana, MicroMega.net, 21 luglio 2021
Tre libri da leggere (ma anche no), MicroMega.net, 30 dicembre 2021
Con gli Arditi del popolo dove il 1922 non piegò l’antifascismo, Patriaindipendente.it, 8 aprile 2022
Angelo Bacigalupi, intelligenza e passione di un socialista massimalista, Lerici In, aprile-maggio-giugno 2022

lucidellacitta2011@gmail.com

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